radici e aliQual è la relazione tra l’essere figli e il diventare genitori? Come gestire difficoltà e momenti di crisi nel rapporto con un figlio?

L’articolo che segue prova a dare risposta a queste domande, offrendo inoltre spunti di riflessione e suggerimenti su come affrontare la crescita e i momenti di crisi in modo evolutivo.

“Ci sono due lasciti durevoli che possiamo fare ai nostri figli. Uno sono le radici. L’altro sono le ali.”  (Hodding Carter, Jr.)

Diventare genitori comporta, certamente,  il raggiungimento di un nuovo status per il quale, tuttavia, non si riceve un “libretto di istruzioni”, il che rende a volte (anche..) faticoso, stressante e carico di preoccupazioni questo delicato quanto importante “mestiere”.

“Cambiamento” è senza dubbio la parola chiave quando ci si confronta con il passaggio dall’essere coppia al diventare “famiglia”. Tuttavia, rimarrà una parola fondamentale non solo in questa importante fase di passaggio e di inclusione del nuovo membro, ma per molti e molti anni, durante i quali la famiglia affronterà innumerevoli  modificazioni, legate alla fase del ciclo vitale dei suoi componenti e alle varie sfide che l’esistenza, di volta in volta, metterà di fronte.

Vari sono infatti i “compiti di sviluppo” che, diventando genitori,  ci si trova ad affrontare. Intanto, viene a modificarsi l’equilibrio stesso della coppia, che si trova a riconsiderare e modificare la relazione, in modo da consentire l’ingresso del nuovo membro; vi è poi l’assunzione di ruoli e funzioni genitoriali: la nascita di aspetti strettamente legati alla cura, all’accudimento e alla protezione del figlio; la scelta del tipo di atteggiamento educativo, ecc.

Ma questo non è tutto, alla coppia (quanto ai singoli membri che la compongono…) spetta l’impegnativo compito di riconsiderare le relazioni con i propri genitori.

Essere genitori ed essere figli sono pertanto due dimensioni strettamente interconnesse.

La genitorialità infatti può essere intesa come uno spazio, tanto intrapsichico quanto relazionale, nel quale entra in gioco l’intera storia affettiva e personale di ognuno dei genitori. Tale “storia” comprende il proprio “essere stati figli”, la propria esperienza affettiva in famiglia, ma non solo. Racchiude l’intero bagaglio di esperienze affettive dell’individuo che, pian piano, nel corso della vita, si va arricchendo sempre di più, proprio perché si continuano a sperimentare relazioni importanti, di attaccamento e accudimento, con persone significative. Questo è un bagaglio che progressivamente si modifica, si connette e si riconnette, richiedendo, ad ognuno, continue rielaborazioni…

 Proprio da questo lavoro di rielaborazione, sembra dipendere la capacità stessa della funzione genitoriale, nei suoi aspetti di cura ma anche di capacità di regolazione emotiva.

> Naturalmente questa “capacità”, non è da intendere in maniera assoluta, come qualcosa che  c’è o non c’è,  piuttosto come una capacità che si articola in maniere varie e diverse, sia da un genitore all’altro, sia rispetto allo stesso individuo, in relazione a differenti momenti del ciclo di vita e alle continue esperienze relazionali significative che si vanno sperimentando nel corso dell’esistenza.

Ma come “nasce un genitore?”

Basta l’aspetto biologico e la quotidianità insieme, per dare vita ad un genitore?

Naturalmente, le dinamiche psichiche e relazionali coinvolte nella nascita delle funzioni genitoriali sono molto più complesse di quanto, a prima vista, potrebbe sembrare. Non è infatti la semplice generatività a dar vita ad un genitore, bensì la sua capacità di includere gli aspetti di cura e responsabilità del proprio figlio all’interno della propria definizione identitaria (Ferrari, 2015): ciò implica una rimessa in discussione di tutti i “ruoli” legati all’identità della persona.

Paradossalmente, anche un genitore che abbandoni il proprio figlio, farà comunque i conti con la definizione identitaria che  questo tipo di  scelta comporta .

Questa è naturalmente una dinamica di tipo circolare:  anche il figlio poggerà la costruzione della sua identità sul fatto di “essere figlio di”.

Proprio questo ci aiuta a comprendere come le due dimensioni (essere figlio – essere genitore) siano da subito profondamente legate: nel momento in cui questo figlio diventerà genitore infatti, la sua definizione identitaria si arricchirà (con l’acquisizione dello “status di Genitore”), ma sarà sempre comunque in relazione al suo “essere, o essere stato, figlio di”.

Ciò certamente non significa che chi abbia avuto un’ esperienza negativa di genitorialità all’interno della propria famiglia d’origine sia svantaggiato. Si può infatti apprendere molto da un’esperienza negativa e valutare cosa si vuol portare con sé e cosa invece si desidera cambiare.

Partire dalla propria esperienza è pertanto una vera e grande risorsa!

E se la crisi ci fa sentire in trappola?

Riuscirò ad essere un buon genitore? Starò facendo la cosa giusta? Perché mio figlio non rispetta più le regole, si ribella, è aggressivo?

Questi e molti altri, sono gli interrogativi che spesso ci troviamo dinanzi nel nostro lavoro clinico con le famiglie.

Che fare quindi?

Intanto, è fondamentale tenere a mente che trovarsi dinanzi a situazioni difficili fa parte della normale evoluzione del nostro ciclo di vita: crescere significa proprio imparare a gestire queste difficoltà.

Dobbiamo anche considerare che spesso possiamo fare ben poco, in maniera diretta,  rispetto al comportamento dell’altro (anche se si tratta di un figlio); possiamo tuttavia fare moltissimo riguardo al nostro modo di percepire, quindi affrontare e gestire, una situazione difficile. Perciò, riconoscere ed entrare in contatto con l’emotività che una determinata situazione scatena, è un aspetto di fondamentale importanza. Spesso, nei momenti di crisi, si fa fatica a fermarsi un attimo e a considerare la propria posizione, rischiando così tuttavia di dare vita a circoli viziosi, che finiscono con lo sfinire le persone coinvolte e le relazioni. E’ molto importante inoltre saper esprimere  i propri vissuti, anche nel rapporto con i figli, per favorire un clima di reciproco ascolto e di comprensione.

Altro aspetto fondamentale,  è porsi degli obiettivi rispetto alla situazione di difficoltà che si sta vivendo: cosa posso fare per gestirla? Cosa non sta funzionando nella relazione con nostro figlio? Ciò aiuta a riflettere e a scoprire strategie nuove ed alternative, mai considerate fino a quel momento.

Ovviamente,  non esiste un modo giusto di agire, ma ognuno ha una sua unicità da rispettare e con cui deve confrontarsi nella propria esperienza di genitorialità.

Infine, se proprio la situazione viene percepita come faticosa e si ha la sensazione di non poter riuscire da soli a farvi fronte, è importante chiedere aiuto ad uno psicologo, che possa aiutare a avviare un processo di cambiamento, la cui direzione sarà determinata dalla propria unicità!

 

scrivereL'articolo è stato scritto dalla dr.ssa Elisa Duma, Psicologa Psicoterapeuta sistemico-relazionale, membro dello Staff di MenteSociale.

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