L'articolo approfondisce la fase dell'Adolescenza, l'importanza del gruppo e la differenza tra aggressività e devianza.

 

 

La complessità dell’argomento e la bibliografia a riguardo ci portano ad una attenta riflessione sull’argomento “adolescenza”. Questa viene tradizionalmente intesa come il periodo che si colloca all’incirca tra 10 e 18 anni, ovvero tra la conclusione dell’infanzia e il momento dell’inserimento del mondo adulto, anche se attualmente, pur essendo rimasti invariati i criteri sostanziali che la individuano, si considera spesso un arco di tempo più ampio, che arriva almeno fino ai 25 anni d’età.

L’adolescente, nel suo complesso, non è più come era, è in procinto di diventare, ma non è ancora quello che sarà: si trova carico di compiti che riguardano il suo sviluppo attuale, relativi sia al fisico sia alla definizione e al mantenimento delle relazioni con gli altri, senza però aver ancora acquisito la capacità di padroneggiare tutti gli strumenti necessari per tale scopo e, per di più, senza quel sostegno familiare e sociale che gli era stato fornito fino a qualche tempo prima. Coesistono contemporaneamente e conflittualmente il desiderio di autonomia e quello d’indipendenza: in definitiva la meta del processo adolescenziale consiste nel trovare una propria identità. Questa fase della vita diventa critica poiché intorno ad essa confluiscono e si concentrano molteplici fattori strutturanti che interagiscono e definiscono una tappa fondamentale nel processo di organizzazione della personalità.

Nella fase adolescenziale gli individui sviluppano quei sentimenti di ambivalenza verso se stessi, verso i genitori e verso gli altri, scaturiti dall’intrinseco bisogno d’indipendenza, da una parte, e dal bisogno di sicurezza e fiducia, dall’altra, propri di uno stato d’animo travagliato. Vi è inoltre la tendenza ad affrontare autonomamente esperienze che rappresentano la scoperta del nuovo nella relazionalità, contrapposta, però, all’insicurezza che proprio il vissuto di scoperta dell’ignoto produce.

In questo processo di crescita l’adolescente pone sé stesso al centro delle proprie aspettative d’esperienza con il desiderio di essere gratificato da un atteggiamento di fiducia da parte degli altri e, in primo luogo, degli adulti. Questa esigenza, però, è quasi sempre frustrata dall’atteggiamento iperprotettivo dei genitori che in modo più o meno volontario tendono a mantenere uno stretto controllo sulle azioni dell’adolescente, azione vissuta da quest’ultimo come segnale di negazione di quella fiducia che invece egli cerca incondizionatamente. Ciò porta all’esasperazione della necessità di affermazione della propria autonomia e all’insorgere di comportamenti contrapposti rispetto a quelli dei genitori, i quali incarnano la “società dei grandi”, fino a sostenere, a volte, uno spirito di rivalsa nei loro confronti.

E’, quindi, attraverso questo atteggiamento di sfida dell’adolescente nei confronti dei genitori che egli cerca situazioni relazionali alternative ai modelli offerti dal proprio nucleo famigliare, dove convogliare i sentimenti di condivisione delle proprie aspettative di successo e della voglia di autoaffermazione. Il gruppo dei coetanei acquista così una rilevanza fondamentale per la vita dell’adolescente; ha la sua valenza sia nell’ambito dei processi di socializzazione, sia a livello di una costruzione di sé. E’ nel gruppo che l’adolescente fa esperienza del vivere sociale, dei ruoli e delle relazioni: nel gruppo si mette in gioco, osserva come gli altri reagiscono, sperimenta come è visto dall’altro e le aspettative che essi hanno da lui.

L’immagine che egli ha di sé è in gran parte determinata dai legami con il suo gruppo di riferimento: la sua identità è molto influenzata dai giudizi che i compagni formulano su di lui. E non di rado il gruppo, in una sorta di autarchia, autorizza comportamenti che sono al limiti delle regole morali e sociali. E’ corretto però fare delle differenze qualitative tra gruppi, all’interno dei quali un giovane può essere ben socializzato oppure tendente alla devianza. L’aggressività infatti non è di per sé negativa. La parola, derivante dal latino “ad-gredior” , che nel suo significato originario vuol dire “andare verso”, avvicinarsi ad una meta, muta sostanzialmente nella nostra cultura che, nel tentativo di contenere la violenza (che dell’aggressività è solo una manifestazione), costringe a reprimere l’aggressività positiva. L’inibizione di tale forma di “emozione-movimento” porta spesso alla rabbia, suscitata dalla frustrazione e dalla proibizione.

Inoltre la repressione della rabbia, considerata ancor più pericolosa dell’aggressività, conduce al rancore (alla rabbia si aggiunge paura e disprezzo) che, dopo la fase embrionale di chiusura, sempre più frequentemente esplode in gesti di inaudita violenza. E’ giusto ribadire che, pur non essendo un percorso non obbligato, rappresenta comunque una modalità evolutiva insita nella natura dello sviluppo psicofisico dell’individuo. Le varianti che intervengono a caratterizzare i singoli casi contribuiscono a delineare i concetti cardine di un prassi sostanzialmente comune.

L’adolescenza è un quadro composito di aggressività e debolezza, paura e ardire, leggerezza e dubbio, curiosità e certezza, bramosia e inerzia, devozione e indolenza. E’ il momento della vita in cui ogni individuo supera l’autocoscienza attraverso un periodo esistenziale, contraddittorio e stimolante, che conduce alla delicata fase finale dell’auto-affermazione.

 

 

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