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immagineL'articolo esplora la tematica dell'autostima ed il ruolo degli educatori

L’autostima e l’esempio degli educatori

La famiglia, insieme alla scuola, è la principale agenzia di formazione e di socializzazione dell’individuo, uno dei perni su cui far leva per promuovere il benessere integrale (fisico, psicologico, relazionale) dei nostri ragazzi. La famiglia per un bambino è il “luogo” più importante per la sua sicurezza, serenità, autonomia, il fondamento su cui va a costruirsi la sua personalità. I genitori sono, infatti, un basilare elemento di riferimento che permette al bambino, nel bene e nel “male”, di imparare a ricercare le soluzioni ai problemi che si presentano; di verificare se una sua azione è efficace o meno; di ascoltare ed esprimere le proprie emozioni, nel rispetto di quelle altrui. E tanto altro ancora. La famiglia, dunque, è il crogiuolo in cui si fondono, in modo adeguato o disfunzionale, temperamento, apprendimento, atteggiamenti, comportamenti, emozioni, pensieri, azioni. E i genitori costituiscono, che ne siano consapevoli o no, l’esempio a cui i bambini si riferiscono e con cui dovranno comunque confrontarsi, vuoi per confermarsi nel modello familiare, vuoi per discostarsene. Purtroppo, però, a volte i genitori non costituiscono un simile modello per i figli in modo consapevole, ed instaurano un sistema educativo rigido, autoritario, ovvero permissivo e tollerante, sulla base dei propri bisogni e non sulle reali necessità, affettive prim’ancora che materiali e sociali, dei bambini. Possono così instaurarsi fin dalla prima infanzia insicurezze e sentimenti di inadeguatezza, le basi delle successive carenze nel senso di fiducia in se stessi.

Le basi psicologiche della disistima

Gli psicologi sono concordi nell’affermare che l’insicurezza nasce nel bambino soprattutto a causa di un inadeguato ambiente familiare. La solita solfa, si dirà, con cui si colpevolizzano i genitori di tutti i mali del mondo! Al contrario: possiamo rilevare indicazioni preziose per fornire alla coppia genitoriale, ciascuno con le sue caratteristiche di personalità e di genere, strumenti utili ad irrobustirne il ruolo di esempio per i processi di crescita della prole. Forniamo una serie di esempi per illustrare come l’atteggiamento del genitore deve sempre essere improntato a sostenere, stimare, apprezzare il bambino nel suo essere un individuo degno e amabile: solo dopo possono essere accettate dal figlio correzioni o punizioni senza mettere a repentaglio il proprio senso di sicurezza e di autostima!
Il genitore decisionista
Un genitore che abbia l’inclinazione o il bisogno di decidere per tutti, magari proprio per necessità pratiche della vita di tutti i giorni, o per “deformazione professionale”, può far ricadere anche involontariamente questo atteggiamento sui figli, deresponsabilizzandoli o semplicemente non ascoltandoli, non insegnando loro a prendere gradualmente le proprie decisioni. Un simile genitore sa sempre quello che è giusto per sé e per i figli, non tollera i tempi lunghi di apprendimento di questi che necessariamente devono passare per le piccole esperienze che fin dalle prime fasi di crescita sono indispensabili per misurarsi con la frustrazione e il conflitto senza demotivarsi e deprimersi. Il genitore rigido E’ quello molto capace cognitivamente, razionale e intelligente, sicuro e determinato, ma con scarsa capacità di adattarsi a situazioni nuove e a tollerare di dover tenere conto delle diverse idee o delle piccole “défaillances” dei bambini. Questo tipo di genitori ha bisogno di controllare tutto, di sapere ogni cosa in anticipo, di far conto sulle cose decise senza rischiare di rimettere qualcosa in discussione. C’è poco spazio, nella mente di un simile genitore, per le variabili apportate da un figlio, meno che mai per i suoi bisogni di autonomia e di autodeterminazione. Il genitore debole Non fa altro che ascoltare ed imitare gli altri adulti, adeguandosi a questi che sono sempre più bravi di lui, un po’ depresso e un po’ impaurito dalle scelte che la vita lo obbliga comunque a prendere. Preferirebbe l’immobilismo, le non-scelte, per poi lamentarsi che agli altri le cose vanno sempre bene e a lui mai! I figli, considerati piccoli e quindi incapaci, non sono un punto di riferimento e vengono spesso non considerati nella loro individualità. Piuttosto possono essere utilizzati per piangersi addosso, perché ancora non sono in grado di giudicare! Il genitore superficiale Cerca di raggiungere i propri obiettivi frettolosamente, pur di togliersi il problema! Le opinioni del figlio non sono neppure ascoltate, in quanto rappresentano un diversivo che costa troppo prendere in considerazione. L’importante è stare tranquillo, rimandando le decisioni se non immediatamente risolvibili, per poi mettersi spensieratamente davanti ad un divertimento o a chiacchierare con qualcun altro per distrarsi ulteriormente. I figli vengono accuditi magari anche bene materialmente, ma con un’assenza affettiva pressoché totale. Il genitore edonista Look, palestra, alimentazione, abbigliamento. Ovvero: “Mamma, tu pensi soltanto ai profumi per te!” come mormorava la piccina della vecchia canzone! Simili genitori, spesso distratti e scarsamente affettivi, trasmettono l’idea che la sicurezza può provenire solo da un corpo giovane e bello, non c’è spazio per le imperfezioni o per le disarmonie fossero anche transitorie dell’età evolutiva. E poi i figli impegnano, stancano, limitano… Il genitore insicuro Molto spesso le insicurezze di un genitore si trasfondono nella psiche del figlio rendendolo a sua volta pauroso e vacillante: magari non verso le stesse paure e insicurezze del genitore, ma altrettanto carente sotto il profilo dell’autostima. Dubbi e incertezze, soprattutto rispetto alle proprie capacità, si trasmettono con “il latte materno”, ossia fin dalle prime interazioni con il genitore che si prende cura del bambino. In questo senso sono illuminanti gli studi sull’attaccamento, con la formazione di “pattern” che da adulti vengono riproiettati verso altre figure affettivamente importanti, come nei rapporti di coppia.

L’esempio degli educatori sui processi dell’autostima

Si potrebbe continuare con altre tipologie di genitori che hanno difficoltà a considerare il figlio come un individuo a se stante, che deve formarsi e crescere proprio sulla base dell’esempio fornito dai genitori! Occorre sottolineare ancora una volta, quindi, che l’educazione alla stima di sé trova i propri fondamenti nei primi anni dell’età evolutiva, grazie a genitori che si prendono cura del bambino insegnandogli come apprezzarsi anche in presenza di frustrazioni; ad avere costanza nelle difficoltà perché sicuramente si troverà una soluzione adeguata; a credere in se stesso perché comunque si è sperimentato il piacere profondo di essere degno e amato in ogni caso. Quando poi il bambino entrerà nel sistema scolastico, dovrà stabilire simili rapporti di stima reciproca e di sostegno da parte degli educatori che via via incontrerà: e qui, ancora, la personalità e l’attitudine di maestri e professori potranno sostenere il bambino e il ragazzo a proseguire i suoi processi di sviluppo e di autostima, oppure potranno metterlo in crisi e demotivarlo, specialmente se in famiglia tali processi sono stati a suo tempo deboli e inefficaci. Come si vede, le responsabilità degli educatori (genitori e insegnanti) sono enormi proprio perché fondate su un apprendimento diretto: i bambini, per processi empatici e imitativi, imparano direttamente da ciò che vedono, dai comportamenti cui assistono quotidianamente, e non tanto dalla teoria delle parole con cui proponiamo loro tanti bei discorsi, spesso tuttavia contraddetti e negati dai comportamenti reali. Il bambino è una vera e propria spugna che non può non assimilare le emozioni del mondo in cui è immerso, quindi il suo cervello apprende, forma collegamenti, associazioni e memorie in ogni situazione: mentre noi educatori tentenniamo circa il da farsi in una certa situazione, o ci dimostriamo fintamente sicuri, i cervelli dei bambini e dei ragazzi a noi affidati percepiscono e si immedesimano: al termine di una simile elaborazione, che in definitiva nasce da una relazione interpersonale, essi avranno più o meno fiducia in noi, e in definitiva anche in se stessi.

Una riflessione per concludere…

Perché possano genuinamente acquisire confidenza e fiducia nel mondo che li circonda, i bambini debbono poter contare su educatori empatici e autentici, capaci di ammettere le proprie difficoltà senza dimostrare di andare in ansia o in insicurezza per questo. Il coraggio di essere autenticamente se stessi, capaci di affrontare i problemi alla ricerca delle soluzioni possibili, senza per ciò considerarsi indegni e inadeguati è il migliore esempio che possiamo fornire ai bambini cui dobbiamo insegnare che ciascuno di noi è, sempre, un individuo degno di amore e di considerazione!

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