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Credenzaiutoe e falsi miti sullo psicologo e la psicologia, espressi attraverso i pensieri tipici della persona che chiede aiuto.



Si dice spesso che la difficoltà maggiore per chi soffre di un problema e non riesce a risolverlo da solo sia chiedere aiuto.
Immaginiamo di provare a farlo. Chiediamo aiuto.
Condividere con qualcuno le nostre difficoltà porterebbe innanzi tutto a mostrare agli altri che non siamo poi così tanto forti, che stiamo attraversando un problema, che siamo fragili. E poi: a chi dovremo chiedere aiuto? Conosco persone che vorrebbero tanto farlo, ma non sentono accanto qualcuno che veramente li capisca; per altri questo qualcuno c’è (un familiare, un partner, un amico…) ma l’aiuto non lo si sente mai abbastanza (<> ); infine ci sono persone che vorrebbero chiedere aiuto ma accanto a se non hanno proprio nessuno e quindi che fare? Chiudersi in se stessi in questi casi sembra essere la strada migliore.
Poi ci si accorge che i giorni passano e ci sentiamo sempre peggio, il problema che ci portavamo dietro diventa insormontabile e cominciamo ad evitare situazioni che in altri casi avremo affrontato. Ma non ora, siamo troppo deboli per poterlo fare! Evitiamo relazioni che ci metterebbero in difficoltà, che mostrerebbero quanto per noi tutto è diventato difficile. Mantenere quelle vecchie è complicato. Rimaniamo soli.
Così ci ritroviamo a dover fare i conti non solo con il problema, ma anche con la solitudine e con relazioni che sono peggiorate, un lavoro del quale non ci importa più, una salute fisica che va e viene.
Ora sentiamo proprio che dobbiamo chiedere aiuto. Una volta per tutte. Un consulto specialistico sarebbe l’ideale. Così ci facciamo forza ed andiamo dal nostro medico di base che ci tranquillizza anche lui con il suo <non è nulla di grave>, magari con l’aiuto di un medicinale da tenere sempre con noi, caso mai dovesse servire quando meno ce lo aspettiamo; magari ci da il nome di un collega medico, a cui chiedere nuovamente aiuto, ascoltare l’ennesimo <>, magari di nuovo con l’aiuto di un medicinale da tenere sempre con noi. Ci diamo forza e la vita continua.
Poi ci blocchiamo nuovamente e ci ritroviamo ancora una volta a sentire un peso insostenibile che non riusciamo proprio a togliere. Un peso accumulato negli anni oppure legato alla rabbia verso il mondo e verso noi stessi che non siamo stati in grado di chiedere subito aiuto e di farne tesoro. Ora la forza è più grande e chiedere aiuto è più facile (o, quando la forza stenta ad arrivare, chiedere aiuto, quello specialistico, è ormai un’abitudine per cui possiamo farlo ancora).
Contattiamo quindi uno psicologo.
Sì, uno psicologo. Che ci aiuti in questo momento difficile e ci dica cosa dobbiamo concretamente fare per sorridere di nuovo, per far sorridere gli altri che sono diventati tristi per noi ed anche, ma sì! far sorridere quelle persone che non lo hanno mai fatto e che avremo voluto da sempre vedere felici.
Quanti incontri ci serviranno? Uno o due. Più di tre non glie ne diamo, ma stiamo scherzando? Mica siamo così gravi! Oppure, diamogli quanti incontri vuole, basta che lo sappiamo fin da subito quanti ne servono, che ci dobbiamo organizzare. Dobbiamo organizzare la nostra felicità. Dobbiamo sapere quando arriverà, e se non arriverà nel momento prestabilito sapremmo a chi dare la colpa.
Ora il problema è: da chi andare?
Conosciamo persone che magari una volta ci hanno parlato di un terapeuta da cui sono andati e che hanno risolto. Benissimo, andiamo da lui, risolverà sicuramente anche il nostro problema.
Certo, chiedere a qualcuno se conosce uno psicologo significherebbe rivelare che ne abbiamo bisogno, potrebbero dirci – o peggio pensare – che siamo <malati> o dei <pazzi>, che abbiamo bisogno di uno strizzacervelli. Inoltre riveleremmo una parte di noi che veramente non volevamo dire a nessuno, ad esempio quel problema sessuale o quella paura insormontabile.
Ed eccolo, di fronte a noi.
Ci guardiamo intorno, la stanza ce la immaginavamo diversa, il lettino dov’è? Ha delle cornici sulla scrivania? Non riusciamo a guardare bene tutto, ci sentiamo osservati.
Ma quanti anni avrà poi, ce lo domandiamo dal primo minuto. Anni tradotti in esperienza, in maggiori probabilità di persone curate, in mani migliori nelle quali ci stiamo mettendo, più vecchie sono e più ci sorreggeranno.
Certo è, che se avesse avuto la nostra età ci avrebbe capito di più. E avrà dei figli? Perché se non li ha come fa a capire il nostro problema familiare! Ha una relazione soddisfacente, ha avuto difficoltà ad andarsene di casa, è mai stato depresso, con il sesso tutto bene, un attacco di panico ce l’ha avuto? Queste domande ci attanagliano la mente, mentre lo guardiamo, convinti più che mai che se non ha attraversato il nostro problema non ci aiuterà mai.
Lo guardiamo e ci accorgiamo che stiamo parlando con una donna. Una donna? E come fa a capirci una donna? Le donne non ci hanno mai capito! E dovremmo parlare anche di intimità, ma stiamo scherzando? Chiudiamoci e stiamo a sentire cosa ci dice, tanto la prossima volta non torniamo. Buon viso a cattivo gioco.
Sicuramente già ci avrà inquadrato, ci avrà fatto una diagnosi specifica non appena abbiamo varcato la soglia del suo studio, dal modo in cui camminiamo avrà capito tutto di noi. Siamo fregati. A questo punto o riveliamo tutto – in frasi incomplete che finiscono in <<… sa cosa voglio dire, no?>>, tanto ha già capito tutto - oppure sorridiamo e facciamo finta di essere tranquilli, che va tutto a posto ed alla fine del colloquio ringraziamolo cortesemente per l’aiuto che ci ha dato, ora possiamo affrontare tutto anche da soli.
Ma poi che ne sa della nostra famiglia, delle nostre relazioni, della nostra vita? Chi è per dirci su cosa dovremo riflettere o quali aspetti di cui ancora non abbiamo parlato sembrano interessanti?
Sicuramente ci chiederà della nostra infanzia, cercando traumi che non abbiamo avuto e che confermino la sua idea che già aveva in partenza su di noi, anche se non ci conosceva affatto.
E che c’entra parlare della nostra vita di coppia se il problema è solo nostro? Oltretutto ci dice che sarebbe interessante conoscere la nostra dolce metà, ignara che siamo andati da uno psicologo, ignara che ci sia qualcosa che non va.
Per fortuna l’ora è finita. Ci alziamo e ci dirigiamo verso la porta, ringraziando. Ed ora quanto ci costerà? Se torneremo la prossima volta saremo spacciati, la terapia durerà anni e ci dilapiderà.
Oltretutto nemmeno ci ha prescritto una medicina, che si fa ora? Come facciamo a tornare a casa? E’ vero, ora ci sentiamo lievemente sollevati, ma non durerà a lungo.
Proviamo a chiedere quindi se possiamo rivederci, però non la prossima settimana che è troppo lontano.
O almeno chiamarlo quando ci sentiamo male, se ha un numero personale meglio. Presto sarà Natale. E quindi? Ora anche uno psicologo va in vacanza? Se non è sempre reperibile non gli importa di noi.
Stringiamogli la mano e proviamo a chiedergli di darci del tu, così lo sentiamo più amico e la prossima volta possiamo sfogarci senza farci interrompere con domande fuori luogo e che ci farebbero arrabbiare ancora di più o piangere perché riattivano ricordi che abbiamo congelato apposta.
E se quando usciamo dallo studio incontriamo qualcuno che ci conosce?
Potremo dirgli che noi almeno ce l'abbiamo fatta a chiedere aiuto.

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