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DALLA BACCHETTA MAGICA AL FALLIMENTO TERAPEUTICO
Venerdì 21 Aprile,       workshop esperenziale 

 

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Se consideriamo tutte le premesse sin qui scritte dobbiamo veramente chiederci dove può risiedere il vantaggio di una relazione terapeutica virtuale. Dialogare tramite internet è sicuramente più comodo, richiede meno sforzi (non ci si deve preoccupare ad esempio di come siamo vestiti, possiamo riflettere parecchio prima di “inviare” il nostro contributo, ecc.), e permette il contatto con un numero pressoché infinito di diversità. Ma, come detto, questi dialoghi possono essere “credibili” ed efficaci in prospettiva terapeutica?
La risposta è nella costruzione di un setting idoneo e nella messa a punto di un modello di processo terapeutico tagliato su misura per la dimensione virtuale.
Oggi, spesso, si trascurano l’importanza della messa a punto del setting virtuale e l’approfondimento circa gli strumenti da usare per le prestazioni psicologiche via Internet. Così come si trascurano alcune regole di base per la costruzione di una buona ed efficace alleanza terapeutica, sebbene mediata dal computer.
Nelle mie osservazioni ho notato che in tante chat dove colleghi psicologi offrivano prestazioni di consulenza sincrona di gruppo (quindi in chat), gli utenti, anche al primo incontro, finivano per raccontare qualcosa del loro disagio ricevendo una sorta di valutazione e consiglio: compiti da fare “a casa”, suggerimenti su comportamenti da variare ritenuti utili per impostare un cambiamento, oppure caute guide interpretative ai significati di sogni e situazioni di vita. Più in genere ho notato dialoghi in cui l’utente esprimeva un disagio e il terapeuta in qualche modo lo accoglieva permettendone la compiuta auto-osservazione.
Sono forme di conduzione di un rapporto terapeutico o di counseling, e possono avere effetti profondi o minimi a seconda di come poi l’utente interiorizza quanto legge in chat. Tuttavia ho personalmente verificato che, purtroppo, alcuni utenti esprimono un interesse falso o mostrano un’accettazione solo formale rispetto le parole dello psicologo in chat. Questi stessi utenti, infatti, interrogati privatamente nello stesso tempo in cui sostenevano il “rapporto” psicologico in chat, esprimevano dissenso e “prendevano in giro” il “doc” di turno, senza che questi ne fosse ovviamente minimamente a conoscenza. Questo si era reso possibile poiché io li avevo interrogati per vie private e in forma anonima, confondendomi nel gruppo di lettori. Avevo quindi avuto modo di chiamare questi utenti attraverso le finestre di chat privata, le quali non potevano essere viste dal conduttore del gruppo. Se il collega avesse potuto sapere compiutamente il comportamento del suo interlocutore non si sarebbe certo lanciato in “consigli” e “interpretazioni”, ma lo avrebbe interrogato a fondo sulla motivazione al “lavoro terapeutico”.
Da questo semplice esempio si può comprendere quanto sia importante offrire un servizio psicoterapeutico (ma anche di counseling) in un setting virtuale adeguato e quanto sia necessario creare una profonda e seria relazione prima di offrire una prestazione psicologica che voglia essere efficace.
Anche virtualmente è necessario ricercare l’approfondimento, dare il tempo di cementare un rapporto, una conoscenza (sebbene virtuale), discutere sul metodo di lavoro e “educare” il cliente al setting terapeutico. Senza essere rigidi né troppo lassisti. La solidità della relazione virtuale, il rispetto profondo per l’opera dello psicologo (a pagamento o gratuita che sia), la volontà e la motivazione a lavorare insieme e seriamente sono alcuni degli indispensabili requisiti affinché la relazione terapeutica virtuale sia efficace e abbia una sua specifica utilità, a fianco o in alternativa della già comprovata relazione terapeutica reale.

 

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