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DALLA BACCHETTA MAGICA AL FALLIMENTO TERAPEUTICO
Venerdì 21 Aprile,       workshop esperenziale 

 

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Dalle analisi fatte è emerso che molti artisti, nel corso della propria vita, si sono dovuti confrontare con l’emarginazione e la solitudine; spesso prima di affermarsi e ottenere consenso sono stati derisi; si sono sentiti incompresi e stranieri rispetto agli altri e perfino rispetto a se stessi. Nel massimo dell’espressione originale dunque, l’artista tende a godere di solitudine.
Mozart affermava, ad esempio, che nella massima solitudine, ovvero quando si sentiva veramente se stesso, le idee lo visitavano .
La ricerca della solitudine è un tratto ricorrente tra quelli che incarnano la leggenda dell’artista. Anche se, quella della solitudine, è una dimensione interna che appartiene un po’ a tutti, ciò che rappresenta la particolarità è la scoperta della propria diversità, cioè la solitudine dell’estraneamento dal contesto in cui si è calati.
Il peso della diversità è veramente difficile a sostenersi, e basterebbe volgere lo sguardo ai grandi artisti, da Leonardo a Van Gogh, a Kafka, per capirne tutta la  sofferenza.
Essere diversi significa non avere alcun punto di riferimento esterno cui appigliarsi, essere costretti a rapportarsi con un mondo al quale non ci si sente di appartenere e i cui ritmi, qualità e giochi non hanno alcun senso profondo. Occorre molto coraggio per coltivare la propria diversità perché essa si oppone con forza alla menzogna collettiva, si costituisce come norma individuale contro i pregiudizi della moltitudine. Numerosi sono, infatti, coloro che hanno vissuto nel silenzio della creazione e non hanno lasciato alcuna discendenza tranne che le loro opere. Il ritiro dal mondo diviene, per queste persone una necessità e un istinto di conservazione.
Un metodo, spesso utilizzato dai creatori, per evadere e isolarsi dal mondo circostante, è scalare i ritmi del sonno, non a caso è stato riscontrato che molti sono gli artisti sofferenti di insonnia, che hanno sconvolto il proprio orologio biologico, lavorando di notte e dormendo di giorno.  
Un altro fattore emerso è che, queste personalità sembra vivano, quasi sempre, un rapporto simbiotico e adesivo con le proprie opere, un forte attaccamento emotivo. “Ogni quadro, ogni scultura è un pezzo del “Sé” emozionale che si smarrisce nel deserto delle passioni; vivono come madri che temono per l’assassinio delle proprie creature ”.
La Segal sostiene che, può definirsi  bisessuale l’atteggiamento che  l’artista assume nei confronti della propria opera . Con essa, in altri termini, si è al tempo stessi padri, perché fecondatori, e madri, perché si assume un atteggiamento ricettivo.
Con l’opera d’arte, quindi, ci si identifica, cioè coi ruoli di padre e di madre. E’ lo stesso Michelangelo a confermare questa teoria; quando gli veniva chiesto, infatti, per quale motivo non si fosse sposato egli rispondeva che le sue opere erano i suoi figli.
Anche Kohut, ha sottolineato la natura particolare del rapporto tra il creatore e la sua opera, una natura narcisistica; secondo l’autore,  l’opera assumerebbe per l’artista, la stessa funzione che hanno per i bambini gli oggetti-Sé narcisistici. Seguendo questo ragionamento, il prodotto è vissuto come un’estensione del Sé e ciò spiega anche tanti fenomeni, come la difficoltà a separarsi dall’opera compiuta e la sofferenza a vederla manipolata da altri. Su questo punto Kohut scrive: “Inconsciamente si riconosce che l’opera dell’artista è immutabilmente legata alla personalità del suo creatore e non deve essere alterata dagli interventi di un altro”.   
E’ altrettanto ricorrente il fatto che, nella maggioranza dei casi, sembra che gli artisti non lavorino per essere famosi o perché la propria opera verrà pagata molto. Una motivazione di questo tipo è talmente superficiale che non ha nessun significato. E’ fondamentale, al contrario, la soddisfazione che questi ricevono dal fare ciò che si ritiene importante soggettivamente.

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