Questo articolo mira ad approfondire la definizione di "Cyper-bulling" ed i possibili metodi per poter contrastare il fenomeno del bullismo on line

Il fenomeno del bullismo on-line, grazie anche al massiccio sviluppo della navigazione in Internet, sta raggiungendo una diffusione sempre più preoccupante. Con lo sviluppo della tecnologia, lo stesso concetto di bullismo stà assumendo una connotazione particolare. Il bullo si affida sempre di più a dei medium elettronici, e grazie a questi riesce a soggiogare e a sottomettere un sempre più alto numero di vittime. I web-logs costituiscono sempre di più lo strumento per diffamare e per offendere le proprie vittime. Flame-mail e Hate-mail colpiscono un numero sempre maggiore di utenti. Recentemente si stà sviluppando anche una nuova forma di prevaricazione e di umiliazione nei confronti della vittima: attraverso il fenomeno Xangas infatti, molti cyber-bulli pubblicano su Internet la lista dei nomi delle loro vittime, denigrandoli e offendendoli pesantemente, e rendendo pubblici tutti i loro difetti e le loro debolezze. Per non parlare poi della violenza perpetrata all’interno delle chat-rooms, il nuovo teatro virtuale in cui gli atti di bullismo si stanno manifestando con sempre più grande diffusione: le vittime in questo caso vengono allontanate dalla virtual room con la cosiddetta pratica del kick, e vengono offese e minacciate pesantemente, così come accade nella vita quotidiana.

 

Che fare? Come cercare di arrestare il fenomeno? Nancy Willard, una delle studiose più attente al fenomeno del cyberbullying, ha cercato di dare una risposta al quesito. La studiosa del Responsible Netizen Institute, durante la Conferenza Nazionale sulla Cibernetica, tenutasi nel 2000 nello Stato dell’Oregon, ha indicato quattro norme che i giovani cittadini del mondo virtuale dovrebbero seguire per comportarsi eticamente durante la loro navigazione. Willard ha parlato di “Golden Rule Test”, di “Trusted Adult Test”, di “Front Page Test” e di “Real World Test”. Tali regole possono essere così spiegate: 1) Come ti sentiresti se qualcuno si comportasse così nei tuoi confronti? 2) Che cosa penserebbe di te un membro della tua famiglia se si venisse a sapere del tuo comportamento deviante? 3) Come ti sentiresti se il tuo comportamento antinormativo venisse reso a noto a tutti con la pubblicazione della tua vicenda sulle prime pagine dei giornali? 4) Il comportamento antisociale messo in atto on-line, sarebbe eticamente giusto nel contesto della vita quotidiana?

L’aspetto più importante messo in evidenza dalla Willard consiste non tanto nel “Front Page Test”, quanto piuttosto nel “Trusted Adult Test”. Per quanto riguarda la prima norma infatti, c’è da dire che molti cyber-bulli agiscono in maniera aggressiva e violenta proprio perché desiderano che il loro atto venga conosciuto e reso pubblico. La maggior parte dei bulli della Rete infatti, agisce da bullo proprio per attrarre su di sè le attenzioni dei mezzi di informazioni, per ricevere cioè dal mondo esterno tutte quelle attenzioni che non ricevono quotidianamente all’interno della loro famiglia o all’interno del loro gruppo di amici. Più il comportamento violento del bullo viene conosciuto, e più che il bullo ottiene ciò che desidera. Il cyber-bullo agisce non tanto per esercitare una violenza su qualcuno, bensì per attrarre su di sé tutte le attenzioni possibili: con la pratica del file-sharing oggigiorno è sempre più facile che un video o una notizia divenga proprietà dell’intero popolo della Rete. Lo sviluppo del sistema peer-to-peer ha infatti dato un contributo notevole a rinforzare il fenomeno del cyber-bullying: evitare che i siti P2P diffondino i video di bullismo sarebbe certamente un primo passo importante per ostacolare il fenomeno. La seconda norma invece, risulta certamente più adatta per cercare di risolvere il problema della violenza nel Web. Il bullo dev’essere conscio che agendo in maniera deviante non rispetterà gli insegnamenti e le indicazioni fornite dalle persone a lui care. Si deve cioè educare gli adolescenti e tutti quei giovani che navigano su Internet a pensare che, prima o poi , una persona a cui si tiene molto, verrà a conoscenza del comportamento deviante messo in atto. E’ necessario, per esempio, che colui che entra in una chat, o colui che filma le violenze effettuate nel mondo della vita reale con un videofonino (per poi effettuare l’upload), sia consapevole che non è assolutamente protetto dall’anonimato, e che le “tracce” del suo comportamento non potranno essere cancellate: chi si trova in una delle tante rooms del Web, deve ad esempio essere consapevole che può essere (anche se non facilmente) rintracciato. E’ quindi essenziale che la figura dei genitori, nel loro ruolo sia affettivo, sia educativo, sia sempre presente nella testa di colui che stà per comportarsi in maniera antinormativa. Il cyber-bullo  non è altro che un soggetto che indossa una sorta di maschera virtuale (On-Line Persona), e che sfrutta questa nuova situazione per compiere dei comportamenti disinibiti e aggressivi. E’ importante sottolineare che non solo il bullo ha l’impressione di essere invisibile, ma anche che è la stessa vittima ad apparire tale: sia la figura del perpetrator, che quella della victim infatti, assumono identità virtuali enicknames. Nancy Willard, studiosa del Center for Safe and Responsible Use of Internet, riassume la questione con la frase: You can’t see me, I can’t see you. Se da una parte perciò il bullo si crede invisibile e quindi non accusabile e non scopribile, dall’altra parte la vittima appare al bullo non come una persona vera e propria, bensì come un’entità semi-anonima e non dotata di emozioni o sentimenti. Mancano cioè, nel rapporto tra cyber-bullo e cyber-victim, tutta quella serie di feedback che fanno capire al bullo che la persona nei confronti della quale egli si stà comportando in maniera non etica stà soffrendo. Gli studi di Milgram eseguiti negli anni Settanta sono la più grande conferma di come la “social distance” possa essere la causa di atti violenti e orribili. E’ molto difficile che nelle CMC (comunicazioni eseguite tramite computer) esistano stimoli del genere: il linguaggio del corpo, il suono della voce, e tutti gli altri aspetti della comunicazione che avviene nel mondo reale infatti mancano. Conseguenza di questo fatto è che il bullo non riesce a capire davvero che il dolore, la frustrazione, l’umiliazione, generata nei confronti della vittima, sono tutti dei sentimenti reali.

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