Il fenomeno del cyber-bullismo si sta espandendo in maniera preoccupante: ciò significa che sempre più adolescenti e bambini stanno nascendo “predisposti” a comportarsi in maniera violenta? Esiste un gene particolare, o delle condizioni biologiche che generano la predisposizione o l’istinto a diventare un cyberbullo? In generale: bulli si nasce o si diventa?!

Lo sviluppo del cyberbullying, ossia di quella nuova forma di bullismo strettamente legata alla diffusione massiccia delle nuove tecnologie, è spiegabile ricorrendo soprattutto al concetto di “presunta invisibilità”. Solamente una piccolissima parte di coloro che agiscono da bulli elettronici si comportano in una simile maniera a causa di complessi problemi neurofisiologici,  o più generalmente, problemi mentali. Non si può parlare del bullo elettronico come di un malato di mente, oppure come un soggetto dotato di personalità disturbata: il cyberbullo non è un “malato”. La biologia e la fisiologia infatti, nel 99% dei casi, non “condanna” una persona a divenire un bullo della Rete. Bulli non si nasce.

Si può però divenire dei cyber-bulli molto facilmente, e questo perché l’enorme sviluppo degli strumenti tecnologici ha fornito agli adolescenti dei mezzi per comportarsi in maniera ben diversa da come essi si comporterebbero nel “mondo reale”: il mondo virtuale offre l’illusione di divenire anonimi, quasi invisibili, e perciò la paura di essere rintracciabili e puniti diminuisce sensibilmente. La “presunta invisibilità” diventa perciò il mezzo attraverso cui la maggior parte degli adolescenti intraprende la strada del bullismo.  Non appena si entra nel web infatti, ogni soggetto può svestire i consueti panni indossati nella vita quotidiana, per vestire quelli adatti ad entrare in un nuovo mondo, un mondo basato non tanto sul tradizionale concetto di Io, bensì un mondo basato sul concetto di “Nickname”, personal account, On-Line Persona, ecc. Nome e cognome “reali” vengono lasciati fuori dal mondo virtuale: in una simile nuova dimensione infatti, occorre essere non-rintracciabili, non-individuabili, non-riconoscibili.

Attraverso l’uso di questi strumenti concettuali è possibile dare una spiegazione dei comportamenti aggressivi messi in atto dai bulli nelle loro comunicazioni via Internet. Così come nella vita quotidiana la vittima viene “allontanata” ed emarginata da un gruppo di soggetti, allo stesso modo all’interno di una stanza virtuale si hanno dei comportamenti diffamatori e aggressivi nei confronti di determinati bersagli: la pratica del kick è infatti una delle più diffuse all’interno delle rooms. Non appena entriamo nell’universo di Internet, ad esempio all’interno di una chat-room, ciascuno di noi appare all’altro non come Io-della vita quotidiana, bensì come Io-del mondo virtuale: ciascuno di noi lascia nel “mondo reale” tutti i suoi veri tratti personali, per entrare nelle vesti di un soggetto virtuale pronto allo scambio di informazioni con un altro soggetto virtuale. E’ proprio grazie alla creazione della “web-identità” (o identità virtuale) che le persone agiscono liberi dai consueti vincoli imposti dalle norme sociali e dal buon costume della vita quotidiana. Il web disinibisce. Il nickname genera l’illusione di indossare una maschera che celerà totalmente la vera identità: agire in maniera non etica o violenta diventerà quindi più facile se si indossa una maschera del genere.

Il cyber-bullo  non è altro che un soggetto che indossa una sorta di maschera virtuale (On-Line Persona), e che sfrutta questa nuova situazione per compiere dei comportamenti disinibiti e aggressivi. E’ importante sottolineare che non solo il bullo ha l’impressione di essere invisibile, ma anche che è la stessa vittima ad apparire tale: sia la figura del perpetrator, che quella della victim infatti, assumono identità virtuali e nicknames. Nancy Willard, studiosa del Center for Safe and Responsible Use of Internet, riassume la questione con la frase: You can’t see me, I can’t see you. Se da una parte perciò il bullo si crede invisibile e quindi non accusabile e non scopribile, dall’altra parte la vittima appare al bullo non come una persona vera e propria, bensì come un’entità semi-anonima e non dotata di emozioni o sentimenti. Mancano cioè, nel rapporto tra cyber-bullo e cyber-victim, tutta quella serie di feedback che fanno capire al bullo che la persona nei confronti della quale egli si stà comportando in maniera non etica stà soffrendo. Gli studi di Milgram eseguiti negli anni Settanta sono la più grande conferma di come la “social distance” possa essere la causa di atti violenti e orribili. E’ molto difficile che nelle CMC (comunicazioni eseguite tramite computer) esistano stimoli del genere: il linguaggio del corpo, il suono della voce, e tutti gli altri aspetti della comunicazione che avviene nel mondo reale infatti mancano. Conseguenza di questo fatto è che il bullo non riesce a capire davvero che il dolore, la frustrazione, l’umiliazione, generata nei confronti della vittima, sono tutti dei sentimenti reali.

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