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Venerdì 21 Aprile,       workshop esperenziale 

 

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psicologoPerché è difficile rivolgersi ad uno psicologo e cosa si può fare a riguardo.

Ancora oggi, sebbene si sia destato un certo interesse per le tematiche psicologiche –ed in particolare quelle inerenti alla sessualità- decidere di andare da uno psicologo è spesso l’ultimo passo che si compie per affrontare un disturbo. Durante il primo incontro con questo professionista infatti, si parte proprio dalle precedenti richieste di aiuto e spesso si evidenzia una netta preponderanza di visite mediche, anche specialistiche, prima di considerare un possibile fattore psicologico nella determinazione  del proprio malessere.

Se da un lato, in campo scientifico la dicotomia mente-corpo si rivela anacronistica, nell’opinione pubblica e nella quotidianità della vita la questione è superata solamente in parte, in quanto ostacolata dall’ormai radicata convinzione da parte dell’individuo della possibilità di “vedere” la malattia e quindi curarla più facilmente. Trovare nel corpo il fattore causale significa in questo senso poter controllare non solo se stesso, ma anche l’aiuto dato dallo specialista in questione e l’evolversi della malattia in maniera consapevole. A mio avviso, anche patologie di eziologia  strettamente organica possono migliorare o risolversi con l’aiuto di un professionista della mente, accanto, certo, a quello del personale medico. La tecnica dell’ipnosi è in questo senso utilizzata di fronte a svariate tipologie di disturbi psicosomatici. Permette infatti di entrare in contatto con le proprie emozioni, determinando la caduta delle barriere razionali e l’esplorazione delle risorse interne da poter utilizzare per affrontare la problematica in questione. Al di là di tale tecnica ipnotica, considerare i disturbi come psicosomatici, ci permette di guardare alla malattia in maniera diversa sia negli eventuali fattori che la influenzano, sia nella possibilità di un intervento maggiormente efficace e duraturo. Malesseri gastro-intestinali (ulcera, colite) o cardiocircolatori (ipertensione, aritmia), disturbi del sonno (insonnia, ipersonnia, cataplessia) o alimentari (obesità, anoressia, bulimia), nonché dermatologici (acne, dermatiti) possono in questo senso avere radici in un malessere di tipo emotivo e psicologico. Oggi si parla anche di psicoimmunologia per la stretta relazione che si viene a creare tra stati mentali e processi immunitari, essendo questi ultimi collegati al sistema nervoso centrale. A questo riguardo Bertini, professore ordinario di Psicologia Fisiologica a La Sapienza di Roma, parla di modello biopsicosociale della salute psico-fisica dell’individuo, considerando, cioè, l’origine ed il corso della malattia come determinati dall’apporto di variabili non solo biologiche e fisiologiche, ma anche psicologiche, familiari, sociali, ambientali e personali.  Sarebbe quindi auspicabile, di fronte ad un disturbo presentato, programmare un intervento che  integri l’aiuto medico con quello psicologico e che a seconda delle circostanze, della problematica e dell’individuo in questione, approfondisca il versante fisico o al contrario, quello psichico. Se fosse possibile da parte dell’individuo, considerare allo stesso tempo una duplice causa alla malattia propria o altrui, questo potrebbe portare a risultati più efficaci ed a lungo termine, nonché all’instaurarsi, nella mente del malato, di una doppia possibilità di guarigione. Questo passo è spesso problematico sia nel paziente in questione che nel professionista e, in questo senso, non solo nel personale strettamente medico, ma anche in psicologi, psichiatri e psicoterapeuti che offrono il proprio aiuto. Significa capire dove si può arrivare e considerare la patologia come multisfaccettata, anche nelle sue cause. La creazione di uno psicologo di base, sarebbe in questo senso auspicabile, proprio allo scopo che questi lavori in parallelo con il medico generico stando vicino al paziente su un versante, quello psicologico, di pari passo a quello offerto dal primo.

Un’ulteriore difficoltà è determinata dallo psicologo stesso o, meglio, dalla sua figura così definita, ma al tempo stesso dai confini così labili. Ipotizziamo infatti che una persona, per ovviare alla precedente problematica, consideri che il proprio disturbo possa essere curato sia da un medico che da uno psicologo. La prima cosa che fa è quindi rivolgersi al medico di base, che maggiormente conosce la sua salute e successivamente, a seconda di quello che gli viene detto, si rivolge ad uno specialista del corpo o della mente. In quest’ultimo caso la scelta è difficile e molto spesso è anche quella più importante da fare perché, dipendentemente dallo psicologo che lo prenderà in cura, il malessere sentito potrà quietarsi in un periodo di tempo variabile, ripresentarsi, mutare o, nel peggiore dei casi, permanere. Da cosa è dettata tale scelta? Il più delle volte dal consiglio di amici, di conoscenti a loro volta pazienti, di nomi più o meno noti o, semplicemente, consigliati proprio dal medico appena consultato. Ma è la scelta migliore da fare? Secondo il mio avviso al paziente dovrebbe essere chiarito quante sfaccettature diverse ha la figura dello psicologo e, solamente partendo da tali premesse, scegliere il professionista che fa più al caso suo. I consigli, infatti, hanno il tempo che trovano e la risoluzione di un disturbo di un amico non sottintende quello relativo al proprio. Sebbene molti siano gli psicologi compententi, non è detto che lo siano per quel dato problema. Accertarsi di questo significa quindi accertarsi della possibile guarigione. E’ un passo difficile da compiere. Dovrebbe essere insegnata ai pazienti, infatti, la differenza innanzi tutto intercorrente tra psichiatra, psicoterapeuta e psicologo, una distinzione che spesso viene sottintesa anche all’interno della facoltà di psicologia. Dovrebbero essere inoltre spiegati i diversi orientamenti di queste figure professionali sebbene non in maniera approfondita, ma  tale da poter rendere il paziente capace di distinguere tra i vari modelli teorico-metodologici utilizzati dal clinico. Sono infatti dell’idea che, sebbene un disturbo possa essere risolto da approcci anche totalmente diversi fra loro, esista un piccolo fattore che determini la maggiore efficacia dell’uno rispetto all’altro orientamento. Credo inoltre che il “formatore” in questione dovrebbe non solo avere conoscenze e competenze a riguardo, ma anche distinguersi dal medico o dal terapeuta pronti a farsi carico del paziente. Formare il paziente in questo senso significa permettergli anche di contribuire egli stesso al risolversi del proprio disagio, mettendosi nelle mani del professionista in maniera realmente consapevole.

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