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Cenni storici
La prima descrizione di disturbo ossessivo viene generalmente attribuita ad Esquirol, il quale nel 1838 lo definì come una forma di monomania, un delirio parziale "delire partiel", nel quale un'attività involontaria, irresistibile e istintiva spinge il paziente a compiere azioni che la coscienza respinge ma che la volontà non riesce a reprimere; l'autore giunse alla conclusione che a determinare il disturbo fosse un deficit della volontà e solo secondariamente un disturbo intellettivo, cioè fino al 1850, quando si parlò di "folie avec coscience" (Georget, Marc, Baillarger).

In seguito furono coniate altre definizioni per identificare il disturbo come: "folie lucide" (Trelat); "pseudo-monomanie" (Delasiauve); "paranoia rudimentaria" (Morselli, Arnt); "idee fisse" (Buccola); "psychasthénie" (Janet). E’ interessante osservare come ogni autore nella sua definizione del disturbo evidenziasse quell'elemento per lui caratteristico che costituiva l'espressione prevalente del disturbo. All'epoca (non era ancora stata stabilita, in ambito medico, una distinzione precisa fra ricerca scientifica, ricerca psicologica e filosofica), le 3 ideologie di riferimento per lo studio della psicopatologia e per la genesi del disturbo ossessivo-compulsivo erano: quella emotiva, quella volitiva e quella intellettiva, che chiamavano in causa rispettivamente "debolezze" dell'emotività, o della volontà e del carattere, o del pensiero.  Tra la seconda metà dell'Ottocento ed i primi del Novecento si assistette dapprima ad un progressivo e netto distacco concettuale del disturbo ossessivo dalle forme deliranti, per giungere ai primi del Novecento al considerare una serie di patologie, fra cui il disturbo ossessivo – compulsivo, all’interno della così detta “nevrosi”.

Oggi, sebbene si tenga comunque la distinzione fra quadro psicotico e quadro nevrotico, si fa maggiormente riferimento alla definizione diagnostica data dal manuale dei disturbi mentali DSM IV e per il quale rimandiamo al capitolo successivo.

 

 

 

 

 

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