locandina Regista: R.Linklater

Anno di produzione: 2014 

Produzione: USA

Durata:  165 minuti

Orso d'argento alla regia (64 edizione Festival di Berlino), Oscar alla miglior attrice protagonista (Patricia Arquette, 2014), premio al miglior film drammatico, miglior regista e miglior attrice non protagonista (Golden Globes 2015)

 

La mia recensione

Film indipendente del 2014, scritto e diretto da Richard Linklater, Boyhood racconta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza di Mason (Ellar Coltran) e delle sue relazioni familiari e sociali.
165 minuti girati in circa 12 anni – dal 2002 al 2013- permettono allo spettatore di vivere con il protagonista i momenti critici di questa crescita, non soltanto fisica, ma emotiva, psicologica, comunicativa e relazionale.

Dai sei anni fino ai diciannove anni, seguiamo quindi Mason nella costruzione di sé e delle relazioni, affrontandone le inevitabili e naturali criticità; tra queste, il rapporto con i genitori divorziati che permette al protagonista di viversi le differenze caratteriali ed esperenziali di una madre forte (Patricia Arquette) nonostante i fallimenti matrimoniali e che solo all’ultimo – quando Mason sta per lasciare casa ed andare al College – comunica e condivide la propria fragilità, e di un padre apparentemente più debole (Ethan Hawke) nell’accettare le regole di un buon matrimonio o di un ruolo paterno sicuro ed irreversibile preferendone la fuga e l’assenza, e che gradualmente rimescola le carte di se stesso e dei propri legami; perché, insieme a Mason, come inevitabile che sia, cresce anche la famiglia ed il padre diventa padre, nei dialoghi con il figlio, nello stimolarlo ed incoraggiarlo verso l’autonomia e nella costruzione di una propria identità, fino alla costruzione – finalmente – di una propria famiglia con una nuova moglie ed un secondo figlio, da cui non fuggire, ma restare.

Uno degli aspetti più interessanti del film – mai noioso né eccessivamente sorprendente - è quindi credo, la sua “tridimensionalità generazionale”. Boyhood infatti non racconta semplicemente le fasi evolutive del giovane, ma l’adolescenza (dall’etimologia latina adolescentia, derivato dal verbo adolescĕre, «crescere») dell’intera famiglia, nel suo confrontarsi e nell’affrontare eventi critici individuali “normali” ma emotivamente significativi, accettando l’inevitabile dicotomia emotiva dell’assenza-presenza ed accogliendo una pluralità familiare diversa e maggiormente amplificata.  

Voto secondo me: vota_star_50


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