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locandina

Regista: P.Sorrentino

Anno di produzione: 2011

Produzione: Italia - Francia Irlanda

Durata:  118 minuti

 

La mia recensione

Il mondo non va illustrato, va vissuto. È ciò che non riesce a fare il protagonista di questo impegnato film di Paolo Sorrentino, Cheyenne, rock star cinquant’enne, celebre negli anni ottanta come leader del gruppo musicale “Cheyenne & The Fellows”. Ormai ritiratosi dalle scene, si veste e si trucca come quando saliva sul palco. Da diversi anni ha scelto un esilio volontario nella sua grande casa di Dublino, dove vive con la moglie Jane, una donna estremamente materna e protettiva nei suoi confronti.

Cheyenne ha deciso di nascondere le sue paure dietro un velo di fard, un rossetto molto acceso e una parrucca, che gli danno ancora l’illusione di non essere cresciuto, di non dover crescere, ma di essere rimasto il “ragazzone” famoso e amato da tutti. 

Il suo trincerarsi dietro una noia quotidiana, che lui chiama depressione, ad un certo punto non basta più; è arrivato il momento di crescere. La vita lo chiama a compiere il suo “naturale” destino di separazione-individuazione. Muore, infatti, il papà, con cui non parlava più da tanto tempo, e con lui le false e illusorie certezze di Cheyenne.

Il “ragazzone” si decide a completare una missione che tormentava suo padre da anni: trovare un generale nazista che lo aveva umiliato in un campo di concentramento e restituirgli lo stesso trattamento. Inizia così il viaggio di Cheyenne, (un eccezionale e convincente Sean Penn). Un lungo viaggio negli Stati Uniti e dentro se stesso, alla ricerca dell’uomo che prenda il posto del ragazzo mai cresciuto. E con il viaggio inizia anche una bellissima storia d’amore fra un rocker sul viale del tramonto, e la vita.

Cheyenne ricomincia a “fare l’amore con il mondo”; a ridere, a ballare, a ricordare, a piangere. Lui, il suo trucco, le sue ossessioni, e un trolley come amico fedele, cavalcano strade, marciapiedi, malinconie e distanze incolmabili, lungo una traversata che ha tutto il sapore di una missione purificatrice. 

“This must be the place” è un fuoco interno che arde in un’esistenza gelida, in una piscina che non ha mai conosciuto l’acqua, in un uomo che “non è mai stato abbastanza adulto per accendersi una sigaretta”; ma è anche ritorno a casa, ai valori, agli affetti. È tornare sui propri passi dopo aver ammesso gli errori. È ricominciare daccapo senza paura di guardare la vita dritto negli occhi. È assumersi le proprie responsabilità; prima fra tutte, la responsabilità di se stessi e delle proprie azioni.

Il film con i suoi eclettici personaggi ispira fiducia e la speranza che le cose possano cambiare per chiunque. Cheyenne restituisce credibilità all’uomo; lo esalta, lo nobilita. Alla fine il protagonista non ha più bisogno di mascherarsi, pulisce la sua anima insieme al trucco e salda il suo debito con la vita. Ora per Cheyenne c’è un nuovo inizio. 

Voto secondo me: vota_star_50

 

Studio di Psicoterapia MenteSociale

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