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Come mai il tema della famiglia s’intreccia con quello della mafia?
S. R.: La mia è chiaramente una provocazione: l’appartenenza vera è un conoscersi al di là delle maschere.
Fabrizio Bentivoglio: Fare un film è un gesto poetico, i significati molteplici (sociologici, politici ecc.) sono attribuibili semmai a posteriori. Il film parla del non senso del vivere, dell’ambiguità.

Come sono stati scelti i personaggi?cast2
S. R. : Bentivoglio c’era da sempre. Gli altri l’ho selezionati con estrema cura, in base a provini rigidissimi perché sono parecchio esigente. E poi io cerco di far comunicare la sceneggiatura con l’attore, ecco perché, sarei stupido a non ammetterlo, il film è recitato bene.

E gli interpreti, come hanno vissuto i loro personaggi?
S. R.: Io avevo il terrore di fare quel personaggio, primo perché non credevo di avere il fisico adatto, secondo perché il timore era di apparire simpatico, invece doveva essere il male assoluto.
Claudia Gerini: Ho incontrato Domenico e Sergio in maniera molto informale, e leggendo il copione ho trovato la storia vitale, senza cupezza. Si raccontava un sud per niente represso ma in moto verso una rivoluzione. Il mio invece è un personaggio che non c’entra, una bionda hitchcockiana che si muove astrusa, non conoscendo nessuno e non appartenendo a nulla, eppure il bello è che è proprio come uno specchio per il suo compagno.
Emilio Solfrizzi: Io volevo assolutamente fare questo film, m’infilavo in tutti i provini. Ora ci tengo a dirvi quanto Sergio sia invadente e invasivo sul set, ma affascinante. Si mette sotto la telecamera e ti fa mille smorfie perché sa a memoria il copione e te lo recita proprio da lì sotto mentre tenti di girare la scena. Ma è stata un’esperienza entusiasmante. Per il mio personaggio, volevano una figura tragica e comica al tempo stesso, un’unione di opposti.
Paolo Briguglia: Io ho fatto il provino senza sapere i risvolti specifici della storia, che piega avrebbe preso il mio personaggio ecc., quindi devo dire ci siamo difesi dal costruire un personaggio totalmente buono o cattivo.
Fabrizio Bentivoglio: E’ chiaro che le sceneggiature non sono di ferro, anzi sono volubili, modificabili, perché bisogna soffiarci dentro la vita. Non c’è una chiave per entrare nel tuo personaggio, non hai la certezza mentre lo interpreti. Ogni film è un viaggio nel buio.
Giovanna di Raso: Sergio lavora molto con gli attori. Ha dedicato una settimana buona solo al lavoro sul testo e sulle scene. Ti motiva a lavorare bene, non si accontenta mai di te: la sufficienza per lui non esiste, cerca di ottenere da te il massimo. Per quanto riguarda il mio personaggio, beh, è il secondo film che faccio in coppia con Paolo, ormai siamo collaudati!

Un’ultima domanda: nel film si nota un grande lavoro sulla musica. Come mai la scelta di Pino Donaggio?

S. Rubini:  Ho scelto una musica da thriller, perché mi sembrava aiutasse a rendere meglio l’atmosfera misteriosa ed inquietante.

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