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DALLA BACCHETTA MAGICA AL FALLIMENTO TERAPEUTICO
Venerdì 21 Aprile,       workshop esperenziale 

 

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Il film racconta situazioni drammatiche con il sorriso: perché questa scelta specifica?
Sergio Rubini: Perché mi piaceva che i personaggi evocassero una mancanza di depressione, tristezza, cupezza. Certo, c’è la vis tragica della vita che risale alla tragedia greca, ma va stemperata con una sana dose di voglia di vivere!

L’ambientazione è pugliese: quanto autobiografismo c’è nella pellicola?cast1
S. R.: Credo che tutte le opere siano autobiografiche. Ma qui si parte dall’idea che la proprietà divida, tant’è che la masseria è un ostacolo ai rapporti dei personaggi. Ora: io, come mio padre, non sono padrone di nulla, affitto tutto…almeno finché Domenico Procacci mi dà un po’ di soldi! Seriamente, qui di autobiografico c’è quel momento, terribile anche se intriso di tenerezza, in cui la famiglia ovunque tu sia ti reclama. Servi tu. E allora tu vorresti scappare, ma ti accorgi che non puoi. Perché quello è il tuo dovere, la tua casa, i tuoi ricordi d’infanzia: perché noi siamo stratificazioni di memoria.
Per la questione ‘pugliese’: sono andato via dalla Puglia a diciotto anni, non sono certo in grado di esprimermi su quella terra, non so nulla di quei problemi. E’ solo un gioco che faccio con la mia memoria. Il film vuole comunicare proprio questo: l’impossibilità dell’affrancarsi dal proprio passato.

Spiegateci il dipanarsi della storia, perché quel finale, perché un altro delitto senza castigo?
S. R.: M’interessava il motivo di come ci si possa incontrare solo DOPO aver messo da parte le cose, che ripeto sono ostacoli alla fluidità degli affetti. Dieci anni fa probabilmente il personaggio di Bentivoglio sarebbe rimasto lì, invece oggi credo sia importante recuperare i rapporti per quello che sono. Che ormai di ‘cose’ ne abbiamo piene le balle! E poi c’è dietro un problema esistenziale, al di là della sfera politica.
Angelo Pasquini (sceneggiatore): Volevamo raccontare un mondo dietro alla famiglia, che è il valore più importante rimasto in Italia. Un mondo che è una sorta  di buco nero, di lato oscuro. Fra le tante sfumature del film, c’è sicuramente quella noir.

A proposito di sfumature, che tipo di percorso letterario-culturale è stato fatto per concepire questo film?
S. R.: Dostowjeski è presente di sicuro nel racconto, c’è l’aristocrazia della terra, il suo rapporto con il popolo… Diciamo che il film ha un doppio binario, su cui corre il giallo inteso nell’accezione più semplice del genere. Semplice, senza paroloni: non voglio spaventare lo spettatore.

Studio di Psicoterapia MenteSociale

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