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Mr. Smith, due domande in una: cosa pensa del film e come si è trovato a lavorare con suo figlio.
W. S.: Questo film è stato presentato come il sogno americano, io penso sia piuttosto il sogno UMANO. Un sogno che racconta come la sofferenza non sia gratuita, ma punti sempre alla felicità. Recitare con mio figlio Willow [secondo su tre, n. d. R.] è stato bellissimo, trascorrevamo insieme 12-13 ore al giorno, è stata per me un’occasione unica per mostrargli ciò che so fare meglio al mondo, il mio lavoro d’attore. Ogni bambino dovrebbe passare una giornata guardando il proprio papà al lavoro. Questo è quello che definisco sogno umano; quando Gabriele mi ha mandato “Ladri di biciclette” l’ho capito ancora meglio. E’ prendersi cura dei bambini, della famiglia, fare di tutto pur di portare a termine il loro obiettivo. Proteggere i nostri figli e i nostri cari è un istinto primordiale e universale. Tutti facciamo progetti e nutriamo speranze per loro, in questo mondo tanto difficile. Ogni giorno, del resto, noi ci svegliamo perché speriamo che oggi sia meglio di ieri. Questa speranza è l’essenza del “sogno americano”. L’altra faccia del sogno è la potenzialità dell’incubo, mentre la controparte della speranza è la paura. Ed ecco, questo film, in cui credo di aver dato la mia migliore performance professionale, racconta di paure e si chiude con uno spiraglio di speranza.

Tuttavia, la differenza fra sopravvivere e diventare ricchi è grandissima. Siete stati attenti a renderla adeguatamente nel film?

G. M.: Certamente. C’è sempre una barra che può essere posta ancora più in alto: il protagonista alla fine vuole dimostrare a se stesso che senza un diploma può sognare, valere, diventare una persona grande. Un uomo nero, inoltre, in America non ha una vita facile, c’è ancora molto razzismo, è una sfida contro tutti, persiste il retaggio di essere declassificati, disistimati, sottovalutati, ghettizzati. Chris ce l’ha fatta ed è arrivato ancora più in alto. Questo non è un film su come si diventa ricchi, ma su come si sfida se stessi.
C. G.: La mia ambizione da giovane non era far soldi, ma eccellere in una cosa. Una determinazione che mi ha istillato mia madre: voler primeggiare, sentirmi bravo in qualcosa.
W. S.:Credo ci sia un malinteso sulla prospettiva del “sogno americano”, io stesso ne vivo in parte: amo il mio lavoro, adoro recitare, far ridere la gente… in America quando riesci a primeggiare in qualcosa, i soldi sono un naturale risultato. Non c’è una caccia ai soldi, ma una voglia di essere i migliori. A quel punto il successo è una conseguenza. I soldi non sono automaticamente l’obiettivo, non si può vivere per quello soltanto, ma per credere che ce la farai, amando qualcosa che fai.

Perché è stato scelto proprio Muccino per la regia?
W. S.: Avevo visto il suo “Ultimo bacio” e lo ritengo tuttora un film potente. E poi mi ha insegnato tante cose, su tutte questa frase: “No no no. Faceva schifo” [letterale in italiano! N.d.R.]. Per questo sono onorato di essere qui, aspettavamo da tempo di portare questo film nella patria di Gabriele. E poi penso di dover comprare un appartamento a Roma, perché la amo!

[Prende la parola Andrea Guerra, presente in sala, che ha curato le musiche del film]
Andrea Guerra: Credo che il tocco di Gabriele sia stato spostare il tiro su una sorta di critica della società, con un’ammirazione particolare per il fortunato che ce la fa. Il mio lavoro è stato essere uno strumento nelle sue mani, ci ha costretto tutti a togliere il senso eroico e mantenerci più vicini alla storia. Per questo si può parlare di neo-realismo nel film.

Ecco, cosa ci dite a proposito dell’intenzione realistica dichiaratamente perseguita nel film?
G. M.: Avevo paura di portare un velo di sentimentalismo e dolciume nella storia, allora ho fatto di tutto per far sì, ad esempio, che ogni senza tetto sul set fosse un vero senza tetto. Non volevo nessuna manipolazione della povertà: gli ambienti dove dorme Will nel film sono gli stessi dove dormono tuttora gli homeless. Anche il fatto di avere Gardner vicino a me durante le riprese mi faceva ricordare che non si trattava di un gioco, ma di una realtà drammatica di chi in America non ce la fa. E io non potevo tradirla.
C. G.: Sono orgoglioso di questo lavoro cinematografico, ha catturato l’essenza della passione e dell’impegno della mia vita. Certo, libro ci sono più dettagli, approfondimenti ed elaborazioni sulla mia vita.

Come mai non ci sono di fatto veri amici all’interno della storia?
W. S.: Chris non è originario di San Francisco, quindi non aveva conoscenze lì e inoltre c’era la volontà specifica, da parte sua, di non voler chiedere aiuto a nessuno.
C. G.: E’ tutto scritto nel libro, comunque uno dei miei amici più cari è il reverendo [lo stesso presente nel film, n. d. R.], che mi ha aiutato molto.
G. M.: In America il bussare alla porta del vicino non esiste. C’è un grande individualismo ed un’estrema solitudine, piuttosto. Loro hanno dei legami molto più labili dei nostri.

Un’ultima domanda: nella società americana di oggi, rispetto agli anni ’80, sarebbe ancora possibile realizzare un sogno come il suo, Mr. Gardner?
C. G.: …I could do it [= io potrei farcela]!

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