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Ci sono state difficoltà nella gestione del cast?
C.S.: L’unico problema che ho riscontrato era l’organizzazione della tabella di marcia per ogni attore. Alla fine però Anthony Hopkins ha dato un esempio a tutti, comportandosi da vero gentleman: veniva ogni giorno sul set, si presentava puntuale e rimaneva per tutto il tempo sempre pronto e a disposizione, anche se magari sapeva che quel giorno non avrebbe girato nessuna scena.

Come “Good night and good luck”, anche “Bobby” usa il passato per riflettere sul presente. Hollywood sembra, ogni anno che passa, sempre più schierata contro l’amministrazione Bush. Secondo lei è in grado di cambiare gli orientamenti politici delle persone?
C.S.: Emilio Estevez è partito in realtà dalla volontà di raccontare una storia che sentiva molto personale. È certo, comunque, che con questo film mi ha dato l’opportunità di conoscere meglio Bobby, la cui eredità è stata sempre un po’ oscurata dal fratello John che l’aveva preceduto. Non so se un film sia in grado di cambiare gli orientamenti politici, ma credo fermamente che una pellicola come questa possa contribuire a forgiare nelle persone un’opinione su come dovrebbe essere il candidato delle prossime elezioni. Più che per creare un’idea di politica, credo sia quindi più utile per creare un’idea di politico, che gli Stati Uniti oggi più che mai hanno il bisogno di avere.

La sensazione più bella che viene dal film è sicuramente quella di tante vite, completamente diverse tra loro, che si trovano però accomunate dall’attrazione nei confronti di un uomo che si batte per alti ideali. Secondo lei, oggi, negli Stati Uniti c’è ancora questo desiderio di volare alto, o l’egoismo sempre più imperante lo impedisce?
C.S.: Certo che è ancora possibile. Io ho 2 figli e per loro auspico il miglior futuro possibile, e credo ciecamente, come in fondo il film stesso dice, che basti anche un solo uomo con ideali così alti per far camminare la popolazione tutta assieme verso obiettivi comuni. Sarebbe tutto possibile se ci fosse la persona giusta in grado di toglierci dall’attuale situazione. Un film come questo contribuisce ad accendere lo spirito politico; io stesso, dopo aver fatto il film e dopo aver incontrato i possibili candidati democratici alle prossime elezioni, mi sono sentito come se prima stessi dormendo e improvvisamente mi fossi svegliato. L’importante credo sia non rifiutare di guardare il passato solo perché fa male riaprire certe ferite. Bisogna necessariamente farlo per non commettere in futuro gli stessi errori.

Nonostante quelle che vediamo siano storie di fiction, per i personaggi si è comunque preso spunto da persone reali. Come ci si è organizzati allora per la stesura della sceneggiatura?

C.S.: Emilio si è limitato a reclutare le persone che riteneva migliori per determinati ruoli e poi ha lasciato loro piena libertà. È vero, abbiamo voluto prendere alcuni personaggi dalla realtà, come nel caso della famosa fotografia del primo cameriere che soccorse Bobby, che abbiamo voluto riprodurre fedelmente con il personaggio di Freddy Rodriguez; oppure come lo storia di Lindsay Lohan, ripresa dal racconto di una signora che Estevez ha casualmente incontrato nei suoi sopralluoghi all’Ambassador mentre finiva di scrivere la sceneggiatura. Partivamo da questi spunti, ma Estevez era sempre molto aperto alle nostre idee e ai nostri suggerimenti su come far evolvere le singole storie. Si respirava un’atmosfera molto tranquilla e rilassata sul set.

È impressionante come sia chiaro che i problemi di cui parlava Kennedy siano esattamente gli stessi di cui si parla ancora oggi, come se in tutti questi anni non fosse successo nulla, come se dopo il suo assassinio, il mondo si fosse fermato e non avesse avuto il coraggio di reagire; basti pensare, in fondo, che subito dopo fu eletto Nixon. Lei non ce l’ha un po’ con le generazioni successive al ’68 che hanno permesso che tutti quegli ideali morissero in così poco tempo?

C.S.: Io penso che Bob Kennedy rappresentasse un po’ una sorta di coscienza universale. Aveva l’incredibile dono di parlare alle masse, di calmarle, come quando, in seguito all’assassinio di Martin Luther King, parlò alla folla di Indianapolis e quella fu l’unica città in cui non si registrarono incidenti quella notte. Venivamo da un periodo in cui tutti gli uomini che avevano gli stessi ideali di Bobby erano stati uccisi, dal fratello John, fino a Martin Luther King stesso. Dopo che anche lui fu assassinato credo che le persone avessero paura di farsi avanti per il rischio di essere uccisi per aver posto gli stessi problemi. Abbiamo tutti una parte di colpa. Io stesso mi sono definito un dormiente, perché ho preferito chiudere gli occhi e far finta di niente, quando mi cominciavo a rendere conto che dopo l’11 settembre l’America stava diventando esattamente come ciò che condannava.

C’è una bellissima scena nel film, in cui la parrucchiera Sharon Stone spazzola i capelli della cantante Demi Moore, la quale si lamenta del fatto che dopo una certa età una donna è finita e nessuno la vuole più. Anche oggi le attrici di Hollywood criticano le stesse cose. È la realtà o sono i media a gonfiare questo problema?
C.S.: Beh, c’è sicuramente un po’ di verità, però c’è allo stesso tempo molta esagerazione. Ci sono sempre molti ruoli buoni, basti vedere quello che quest’anno sono riuscite a fare attrici come Helen Mirren, Judi Dench o Meryl Streep.

Pensa che il pubblico europeo possa rispondere meglio di quello americano a questo film?
C.S.: Sinceramente non lo so. Però, in questo tour di conferenze stampa che sto facendo in tutta Europa c’è una frase di un giornalista che mi ha particolarmente colpito. Si alzò e mi disse: “Questa è l’America che ci manca”.

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