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Fino a qualche anno fa veniva chiamato "the bad boy", a causa dei suoi guai con la giustizia. Oggi Christian Slater è un uomo diverso, sposato e con due figli, e da ormai qualche anno cerca di tornare  nella Hollywood che anni fa l'aveva allontanato per i suoi numerosi problemi di droga e alcool. Dopo la convincente prova di “Windtalkers” di John Woo nel 2002, oggi lo ritroviamo nel ruolo di un impiegato oppurtunista e razzista nel film Bobby di Emilio Estevez. L'abbiamo incontrato a Roma in occasione della presentazione del film.

Come è stato girare un film simile e con un cast così ricco di star?slater
Christian Slater: Io ero a Londra quando ho ricevuto la telefonata da Emilio Estevez. Mi parlò della sua idea, mi disse che Anthony Hopkins e Sharon Stone avevano già detto di sì, così, ad essere sincero, accettai subito la sua proposta senza neanche leggere la sceneggiatura. Il film, poi, l’ho visto per la prima volta in occasione del Festival di Venezia: è stato davvero bello vedere come Emilio fosse riuscito ad unire così tante story-line. Abbiamo girato tutto nel vero Ambassador Hotel, mentre stava per essere demolito, e mi ricordo che c’era un’atmosfera quasi surreale, perché se da una parte avevi la splendida ricostruzione del ’68 fatta dagli scenografi, dall’altra vedevi i bulldozer in attesa di smantellare e distruggere tutto l’albergo. Credo che la cosa bella di essere attore e prendere parte a questi film sia proprio quella sensazione di essere in una sorta macchina del tempo e viaggiare in epoche lontane, passate o future.

Il cinema sta ricorrendo sempre più spesso al film corale. Secondo lei questo era il modo migliore di portare sullo schermo il messaggio di Robert Kennedy, addirittura con 22 personaggi?

C.S.: Assolutamente sì. Ciascuna delle storie, in fondo, rappresenta un piccolo lato dell’umanità, dal più positivo al più negativo, fino a quelli che possono essere considerati come vie di mezzo. Bobby era un uomo del popolo e il modo migliore e più emozionante di rappresentarlo non poteva essere altro che da quel punto di vista.

Per gli Stati Uniti i Kennedy rappresentano ancora un sogno spezzato?
C.S.: Credo di sì, perché in fondo Bobby fu l’ultima occasione che ci fu data per portare il paese in un’altra direzione, anche se poi dei piccoli barlumi da quel giorno si sono visti ogni tanto, come nel caso della presidenza Clinton.

Lei è uno dei pochi attori ad avere un ruolo negativo nel film. Ha provato a chiedere al regista un personaggio alternativo?
C.S.: Devo riconoscerlo, per quel ruolo Emilio ha pensato subito a me. All’inizio non nascondo che ero un po’ spaventato, ma poi l’idea mi è piaciuta perché mi sono reso conto che mi dava l’opportunità di rappresentare quella fetta dell’America che non era d’accordo con gli ideali di Kennedy. E poi è sempre stimolante per un attore interpretare personaggi con idee completamente opposte alle sue. Una delle mie scene preferite è quella in cui il mio personaggio scopre che i due messicani stanno seguendo la partita alla radio di nascosto, ma alla fine anche lui si mette ad ascoltare insieme a loro. È una scena bellissima, perché mostra come Estevez è stato in grado di dare un arco di evoluzione ai personaggi, nonostante nessuno abbia in totale molto spazio nel film.

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