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gondry e bernalE’ estremamente complicato avere la lucidità di fare domande, dopo la visione scioccante di un film come  L’Arte del Sogno.
Tuttavia ci abbiamo provato, nel corso della conferenza stampa tenutasi presso il cinema Quattro Fontane di Roma, durante la quale il geniale quanto vispo Gondry disegnava su un foglio, e di tanto in tanto scattava foto ai giornalisti (per ricordo? per beffa? Non è dato scrutare nei vortici mentali di un genio…). Nel frattempo, Gael Garcìa Bernal seguiva le domande con il suo sguardo magnetico e le sue riflessioni impegnative, intercalate da confessioni oniriche e sorrisi suadenti.

Signor Gondry, dev’essere stato difficile firmare la regia di un altro film, dopo l’enorme successo di “Se mi lasci ti cancello”.
Michel Gondry: In effetti ho sentito una forte pressione, ma credo ci siano diversi livelli di successo, finanziari e non. Questa è la prima volta che ho scritto da solo la sceneggiatura, è stata una grossa sfida, soprattutto perché nel film precedente avevo avuto il sostegno di un grande sceneggiatore come Kaufman. L’idea di un film che mescolasse sogno e realtà la coltivavo già da prima di “Se mi lasci ti cancello”. Ho semplicemente seguito le mie impressioni, i miei penseri, il mio cuore. E anche Gael mi ha spinto molto verso questa direzione.

Ecco, come sceglie i film da interpretare l’attore che Iñárritu stesso ha dichiarato indispensabile per “Babel”, tanto che si diceva non l’avrebbe mai girato senza di lui?
Gael Garcìa Bernal: Magari fosse così, “Babel” non si sarebbe fatto senza Pitt e Blanchet piuttosto, ma Iñárritu è un grande diplomatico! Comunque, io scelgo i film in base alla sceneggiatura, al regista e ad altre circostanze della mia vita. Con l’ “Arte del sogno”, c’è stata una coincidenza fra vita e lavoro: mi ero innamorato creativamente del lavoro di Gondry e insieme abbiamo visto che potevamo inserire anche i miei sogni nella sceneggiatura. Una volta scelto un film, diventa per me un’urgenza portarlo a termine, non posso più tirarmi indietro, m’impegno fino in fondo. E mi piace scoprire ogni volta l’artigianato dell’essere attore.

Diteci qualcosa in più su questa vostra stretta collaborazione.
M. G.: Quando ho conosciuto Gael la sceneggiatura era già pronta, ma poi ho deciso di riscriverla pensando lui. Lavoro sempre con gli attori, desidero trovare un territorio comune. Io e Gael poi siamo diventati anche molto amici, non abbiamo fatto nessuna fatica a girare insieme, anzi, era lui ad incoraggiarmi a seguire quello che diceva il mio cuore. Ad esempio, avevo un mio sogno e lui mi ha spinto ad inserirlo nel film, a rompere ogni schema. Ed è venuta fuori la scena in cui Gael/Stephane prende tutte le sue creazioni dal mondo di Charlotte/Stephanie. Stephane vorrebbe una comunione creativa con Stephanie, ma non ci riesce, perché magari a lei piacciono quelli con la moto! Il cervello di Stephane coincide con l’immaginazione di Stephanie, e tutto è reso efficacemente con un’animazione artigianale, perché più aderente all’ambiente emozionale. Il Cellophane mi è servito per animare il liquido e renderne il tremolio, com’era uso nei film d’animazione della fine degli anni 60-70. Volevo ricreare un setting giusto per sogni e sensazioni: gli attori recitavano con le animazioni sullo sfondo.
G. G. B.: Voglio aggiungere il piacere che questo crea ad un attore, rende il set teatrale, pieno di cose malleabili, una sorta di gioco infantile. Charlotte diceva che l’impalcatura della montagna stava per crollare: ecco, questo fa perdere ancora di più ogni tipo di sicurezza ed arroganza mentre reciti.

Anche le musiche sono molto belle nel suo film, come le ha scelte?
M. G.: La più importante, quella che recita “Se tu mi salvi, io ti sarò amico per sempre”, la sentii per la prima volta da una ragazza che aveva un’associazione di volontariato a difesa dei gatti. Per questo, mi ha divertito far vestire i protagonisti da gatti mentre la cantavano!
La musica è un motore che mi aiuta a scrivere. Cerco di non abusarne, comunque.

Qual è il suo sogno ricorrente, Gael?
G.G.B.: Mi trovo su un palcoscenico e non mi ricordo neanche una parola. Allora scappo, corro via, ma il pubblico reclama - non i soldi, bensì la rappresentazione con me, vogliono vedermi, per forza me. Se invece intende il mio sogno per il Messico, beh ogni giorno quando ci penso vorrei che tutto fosse migliore di com’è. I meccanismi sono tutti ciechi, pieni di difetti. Bisognerebbe trovare un comune sogno di realtà per tutti quanti. Perché il sogno è un territorio comune irrazionale, dove tutto è valido – come nel sesso e nel football!- e meritevole di rispetto. Vorrei fosse così anche nella realtà politica, chissà…

A proposito del Messico, che rapporto ha con il suo paese, professionalmente?
G. G. B.: In Messico fare film è un lusso e vivere per fare film un privilegio. Per questo per me è stata una grandissima occasione, prima pensavo di fermarmi solo al teatro. Adesso, invece, posso dirmi persino regista, perché ho diretto “Deficit”, un film che ora è in post-produzione. Tutti i registi con cui ho lavorato mi hanno influenzato, soprattutto Gondry. D’altronde, fare un buon film è come mordere la mano di chi ti nutre, e allora spero di azzannare qualche altro bel film.

Michel Gondry, si può parlare di uno stile iper-narrativo nel suo caso?
M. G.: Non so cosa vuol dire, ma suona bene. In un certo senso forse sì: sto scrivendo una sceneggiatura adesso, ma mi diverto molto a tenermela per me. Sono io ad essere ipernarrativo, per questo i miei film sono così pieni di me. La scena del televisore buttato giù in acqua, ad esempio, è una cosa successa davvero ad un mio amico.

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