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uno su dueRegista e cast di “Uno su due” si sono concessi alle curiosità della stampa romana, con l’informalità tipica di ciascuno di loro, membri di un gruppo di lavoro evidentemente coeso e abile nel trasmettere un’atmosfera di leggerezza e rilassatezza fuori dal set – della serie “Siamo fatti così”. Tutto il contrario del film, dove è di scena una storia immensamente seria che costringe a fare i conti con la piccolezza umana, con protagonisti convincenti che, nel caso dell’esilarante coppia Davoli-Volo, mettono da parte le vesti da giullare per farsi interpreti sommessi di dolori e angosce quotidiane, dal sapore intrinsecamente esistenziale.

Innanzi tutto, come nasce la formidabile coppia Ninetto Davoli - Fabio Volo?
Eugenio Cappuccio: L’argomento trattato richiedeva umanità e sentimento molto forti. E io penso che loro siano due rappresentanti di entrambe le cose, mischiate con una buona dose di simpatia.
Fabio Volo: …E io che credevo di essere in coppia con Anita Caprioli! Almeno dal punto di vista fisico, intendo! Scherzi a parte, ho incontrato Ninetto a Cinecittà, lui non sta mai fermo e per la prima volta ero io più disciplinato di qualcuno! Sono subito rimasto affascinato dal suo carattere, vorrei diventare un giorno come lui, anche se dico sempre che in realtà è la mia versione giovane, con questa sua grande voglia di vivere. E poi abbiamo molte cose personali che ci accomunano, a partire dall’estrazione sociale.
Ninetto Davoli: Vedo in Fabio, per usare un francesismo, un ragazzo molto “gagliardo”, pieno di entusiasmo, di allegria. Ricordo che rimase molto scioccato nell’incontrarmi, perché il mio è un carattere aggressivo, dinamico. Devo ammettere che è bravissimo come attore, però ecco nella sua grinta, nella sua energia, rivedo il me di un po’ di tempo fa. Perché noi siamo così, siamo fatti così, due persone normali, come ci vedete. E anche nel film si notava questo rapporto di amicizia e affetto così forte: c’è sempre bisogno di un sostegno nella vita. E questo ce lo siamo ritrovati anche fuori dal set. E sapete perché? Perché noi siamo fatti così.
F. Volo: yeah, like that!

Fabio, stavolta hai deciso tu il regista e non viceversa, ci spieghi la tua scelta?
F. Volo: Cercavamo qualcuno che avesse la giusta sensibilità, necessaria a realizzare un progetto così delicato, a cui per altro io tenevo moltissimo. Senza Eugenio non sarebbe stato lo stesso, è riuscito a creare le giuste alchimie dentro e fuori dal film. Per quanto mi riguarda, poi, sono stato persino in ospedale a cavallo della sceneggiatura, e non per osservanza al metodo Stanislavskij, ma perché mi sono ammalato e questo mi ha permesso di vivere al meglio il personaggio, la sua quotidianità, le piccole cose, come il numero di stanza, la cena…

Una delle scene più intense del film è quella del caffè annusato ma non assaggiato. Cosa ci può dire al riguardo il regista?
E. Cappuccio: Quella è una scena piena di pathos, di verità, è il vero addio. La tazzina di caffè è quasi un confronto fra i due personaggi, fra ciò che non si è potuto e ciò che si potrà forse realizzare fra di loro. Il senso della scena è nella loro consapevolezza di essere impotenti davanti ad una cosa così piccola. Non possono berlo quel caffè, ma “se lo fanno” lo stesso. E poi, come simbolo, è il desiderio di risveglio.

Nel suo film si nota una particolare attenzione al dettaglio, oltre a un’esplicita citazione di Truffaut.
E. Cappuccio:
Truffaut è stato senza dubbio il maestro del “dare corpo all’invisibile”, la mia citazione è nella sequenza delle gambe dietro la cortina dell’aereo, certo, del resto io amo il suo rapportarsi agli oggetti. Penso che il cinema possa dare un senso enorme alla cosa più piccola. Anche una tazzina può vantare una presenza diversa rispetto al reale. E poi è fondamentale raccontare altri piani di realtà, secondo me.

Ci sono tre personaggi femminili, estremamente diversi fra di loro. Come si è regolato nella delineazione dei ruoli?
E. Cappuccio: 
La cosa più positiva di tutto il film è stato lo spirito di coralità, si è costruito attorno al lavoro un contenitore affettivo molto nutriente e questo ha reso felici le scelte per i caratteri principali e quelli così detti secondari, aiutandomi a porre un’attenzione privilegiata a determinati aspetti. Perché in “Uno su due” l’elemento femminile non è mai un contorno, tutt’altro.
Anita Caprioli: Silvia, il mio personaggio, vive come tante donne un rapporto di coppia da cui si aspetta un’evoluzione che non arriva mai. La malattia è un termometro della relazione: nel problema vero, forte, importante, ci si rende conto del valore della storia che si sta vivendo.
Agostina Belli: Eugenio si è presentato al primo incontro con un bellissimo mazzo di fiori e m’ha subito conquistato. Poi ha mostrato attenzione alle mie battute spontanee, tanto da inserirle nel copione a sorpresa. E’ un regista che dà molto rilievo all’improvvisazione ed è anche molto professionale.
Tresy Taddei: Io non finirò mai di ringraziare il regista e i miei genitori per la splendida opportunità di recitare in questo film. All’inizio avevo paura, perché ovviamente non conoscevo nessuno, ma Eugenio si è mostrato da subito molto disponibile con me.

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