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risi e leonardiUn Picasso scugnizzo con la maglia numero 10. Questo il ritratto che esce dalle appassionate parole di Marco Risi, più che dal suo film.
Il regista racconta senza riserve alla stampa romana le proprie intenzioni, come pure le notevoli difficoltà di produzione e quelle dieci settimane fra Buenos Aires (nove) e Napoli (una). Con lui anche  Marco Leonardi, straordinario interprete del film, anche grazie all’indiscusso physic du role.

Perché un film sul mito e sull’uomo Maradona?
Marco Risi: …Forse perché volevo fare un film che andasse finalmente bene! Battute a parte, Maradona è stato il più grande calciatore di tutti i tempi, per la sua capacità d’inventare cose fantastiche. E’ stato detto che la sua capacità di trasmissione di pensiero dal cervello al piede è maggiore di chiunque altro nel mondo. Però la chiave che m’interessava di più era il conflitto continuo con se stesso. Un campione sul campo, fragile nel vivere una vita normale. L’impressione che ho avuto di lui parlandoci è che è davvero molto solo. D’altronde è il destino di ogni genio, è difficile viverci insieme.

Come ha reagito il diretto interessato alla notizia di questo film? E i suoi familiari che ne pensano?
M. R.: Quando seppe del film, Maradona mi disse soltanto: “L’importante è che Claudia sia d’accordo”. Claudia, la sua ex-moglie, inizialmente era contraria al film, poi l’ha visto e ha dato il benestare. Dalma, invece, la figlia diciannovenne, dopo aver letto il copione era molto spaventata e tuttora è preoccupata per l’uscita in Argentina.

Ci parli del titolo del film, di quel famoso goal di mano.
M.R.: Ecco, quel goal secondo me è un fatto artistico, uno sberleffo meraviglioso, è Picasso. La mano de Dios, appunto. Un tocco epico, come il momento degli spogliatoi. Ma, nello stesso tempo, anche una cosa da scugnizzo. E poi pensavo alla mano di Dio anche nel senso di ciò che dà e che toglie.

E’ vero che aveva pensato ad un altro finale?
M. R.: Verissimo, ne avrei voluto un altro, con Maradona in persona che salvava se stesso. Era tutto deciso, dovevamo averlo con noi sul set di Buenos Aires l’ultimo giorno di riprese… purtroppo i contatti con Maradona restano molto difficili.

Lei ha parlato di paletti vari, può dirci qualcosa a proposito di queste limitazioni?

M. R.: La limitazione più grande è stata la convinzione di non voler inventare nulla su di lui, di non voler raccontare nulla che non fosse certo e comprovato. Non m’interessava tanto che questo mio personaggio fosse vero, ma che lui si potesse riconoscere in tante cose. Chissà, forse questo è solo il primo film su Maradona, altri magari ne riusciranno ad esaltare aspetti diversi.

Com’è nata la scelta di Marco Leonardi? E quest’ultimo, cosa ha provato nell’interpretare un mito del calcio italiano?
M. R.: Io volevo un attore argentino, ma mi colpì la sfacciataggine coraggiosa di Marco che mi disse: “Guardami, Maradona sono io!”. Oltre ad essergli molto somigliante, Marco è un ex calciatore, è mancino, poi lo vedete è alto come lui, ha i suoi stessi colori…
Marco Leonardi: Purtroppo ho conosciuto Maradona solo attraverso la televisione, le interviste, le partite… poi, ho dato sfogo alla mia fantasia. Lui è un leader, sempre amico di tutti, e un ribelle vero. Non ha mai esitato a parlare contro la Fifa, contro un calcio poco pulito. Ho cercato di far capire che si tratta di un uomo perbene dentro, malgrado i suoi errori.

La dedica finale è eloquente. Cosa Le è rimasto del suo personaggio, dopo il film?
M. R.:
La dedica mi sembrava doverosa, per il rispetto che dobbiamo innanzi tutto all’uomo Maradona. Capisco che vedere una persona che tira cocaina possa essere fastidioso, mi viene da dire che per lo meno lui non ha mai avuto mansioni di governo! Non voglio farne un eroe, sia chiaro. Ma mi è simpatico, ho sempre amato la gioia che riusciva a trasmettere quando giocava a calcio.

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