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copertinaIntervista ad Antonio Gerbino, autore di "Felice non ha voce. Una storia vera". I bambini tra conflitti genitoriali, falsi abusi e giustizia degli adulti.

 

Un prolungato conflitto all’interno di una coppia che sfocia in una denuncia per abuso sul figlio, un processo interminabile che si conclude con l’assoluzione dell’accusato in due gradi di giudizio, un abuso che si rivela un falso abuso, un bambino a cui per tutto questo tempo viene negato un normale rapporto col padre. È la storia raccontata da Antonio Gerbino in FELICE NON HA VOCE, un ebook scaricabile dal sito www.felicenonhavoce.com.
Il testo rilegge gli atti del processo dai quali emerge come nell’aula di un tribunale, meccanismi, riti, tempi e attori possano essere devastanti per la vita di relazione di un bambino coinvolto in un’esperienza dove contano solo gli interessi degli adulti, anche se sono i suoi genitori.Un atto di accusa verso l'insensibilità degli operatori del diritto ed i suoi sottosistemi, spesso autoassolti in nome del formale rispetto del sistema giudiziario. Da leggere soprattutto per fare autocritica e riflettere sulle modalità di approccio ai problemi connessi alle relazioni familiari.

L’autore, il Dottor Antonio Gerbino, ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune mie domande sul suo lavoro, per condividere esperienze, emozioni. E speranze verso un mondo più a misura di bambino, soprattutto quando entrano in lotta le figure che per dovere naturale dovrebbero occuparsi del suo “superiore interesse”: i genitori.

Dottor Gerbino, quando ho letto alcuni stralci dalla prefazione del Suo e-book, ho capito che doveva trattarsi di un libro molto interessante, drammaticamente vero. Ora che l’ho letto integralmente (e tutto d’un fiato, debbo dire) sono certa che Lei si è imbattuto in uno di quei casi, statisticamente in aumento, in cui al cieco conflitto genitoriale si associa un ancor più sordido interesse al mantenimento della conflittualità da parte dei diversi operatori professionali coinvolti, a discapito totale dei minori.

Nella mia attività di Consulente Tecnico specializzato in diritto di famiglia (separazioni, divorzi, affidamento della prole, ecc.), anch’io assisto ad una epidemia di denunce di falsi abusi che spesso vengono presentate in corso di separazione coniugale da madri che vogliono escludere i padri dal diritto alla bigenitorialità (che prima di tutto, lo ricordo sempre, è un diritto dei figli!!) sancito dalla pur non perfetta legge n. 54 del 2006 (conosciuta come legge sull’“Affidamento Condiviso”).

E purtroppo:

- taluni avvocati sembrano avere tutto l’interesse a cavalcare l’onda – anche emotiva – di separazioni altamente conflittuali: più la causa va per le lunghe, più alte sono le parcelle, atteggiamento stigmatizzato anche da molti avvocati-mediatori, decisamente più sensibili al fondamento del superiore interesse del minore;

- certe assistenti sociali non sono particolarmente formate a tenere testa alla manipolatività ed all’aggressività che si muovono all’interno di alcune coppie in fase di disgregazione e non riescono a gestire adeguatamente le proprie spinte controtrasferali, a leggere con spirito di terzietà le dinamiche in essere tra coloro che confliggono (spesso tentano una salomonica quanto pericolosa attribuzione di responsabilità al 50%) finendo per esacerbare i rapporti e i conflitti tra i coniugi;

- alcuni psicologi non conoscono abbastanza a fondo, o non tengono comunque nella dovuta considerazione, le norme etiche e deontologiche che regolamentano l’attività psicologica in generale e psico-forense in particolare. Pensiamo soltanto al frequente non rispetto dell’Art. 31 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani che impone al professionista l’acquisizione preventiva del consenso informato di entrambi i genitori per incontrare a qualsiasi titolo un minore; alla disinvolta ‘interpretazione’ dei disegni prodotti dai bambini, nei quali è fin troppo facile (nonché sommamente scorretto) trovare proprio quello che serve per sostenere un’accusa pregiudiziale; alle errate metodologie di ascolto del minore, in specie nei casi di sospetto abuso sessuale, in cui domande mal formulate e suggestive possono costringere il minore a fare affermazioni devastanti per il prosieguo del giudizio.

Tutto ciò è talmente vero, talmente strumentalizzato, talmente dannoso per i bambini che gli autori anglosassoni parlano di “vittimizzazione secondaria” e di “abuso istituzionale” per denotare il ruolo di vittima dei minori maciullati da un simile sistema.

Uno di questi bambini è senz’altro Felice, il ragazzino con difficoltà psicomotorie e della comunicazione di cui Lei ripercorre la tragica esperienza nel Suo e-book “FELICE NON HA VOCE”. Nel raccontare tale esperienza giudiziaria Lei, giornalista di professione ma anche laureato in Psicologia, è stato più colpito dalla ingiustizia del Sistema o dall’evidente sofferenza del bambino? Che cos’è che Le ha fatto decidere di occuparsi del caso?

La sofferenza del bambino è un fatto scontato in qualunque situazione di conflitto genitoriale. È evidente, anche nel caso che io racconto, che le strutture pubbliche sono troppo spesso incapaci di prevenire il deteriorarsi delle situazioni per cercare di proteggere i minori. Ma ciò che mi ha veramente colpito e che mi ha spinto a scrivere di Felice è l’assoluta contraddittorietà del sistema giudiziario che, nel perseguire un presunto reato di violenza commesso da un adulto, ignora tutti gli altri comportamenti violenti nei confronti del minore, messi in atto da diversi soggetti, alcuni dei quali certamente perseguibili anch’essi.

La storia di Felice è la storia di un errore (anzi, direi di una infausta sommatoria di errori, come spesso accade quando gli operatori vengono presi nella spirale del verificazionismo): Lei che conosce bene gli Atti di causa, può dirci se c’è stato almeno qualcuno (un perito di parte, un professionista più preparato in psicologia giuridica) che abbia tentato di dare voce a Felice, ossia di considerarlo come portatore di diritti?

Una sola professionista, in questa lunga e drammatica storia, è entrata nel procedimento con la dovuta attenzione alla presenza di Felice: la psicologa consulente del primo Pubblico Ministero che ha condotto le indagini preliminari chiedendo l’archiviazione del caso, poi rigettata dal G.I.P.. Non è un caso che questa perizia sia stata ignorata per tutto il processo e invece ripresa nella sentenza di assoluzione. Lo schema culturale adultocentrico e gli interessi economici che si muovono intorno all’intreccio tra giustizia e professioni sono stati più forti dei diritti di Felice che nessuno rappresentava e tutelava.

Indipendentemente da simili tentativi, quali ritiene siano state le azioni che più sono risultate nocive all’interesse di Felice, che – ricordiamo – mai nessuno potrà risarcire adeguatamente?

Di azioni negative nei confronti di Felice ne sono state commesse veramente troppe e da parte di troppi dei soggetti coinvolti. Ma una in particolare è indegna di una comunità civile e di una civiltà giuridica: il tentativo della madre di Felice e della sua consulente psicologa di far recitare al bambino, davanti a una telecamera e per più sedute in giorni diversi, le scene della presunta violenza subita dal padre. Il contenuto di quella videocassetta, formalmente inammissibile sul piano procedurale perché realizzata senza neanche il minimo rispetto delle regole e della deontologia professionale, ha attraversato tutte le fasi del processo anche se è stata ritenuta inutile e inutilizzabile dalla sentenza. Nessuno però ha censurato il comportamento gravissimo della psicologa e nessuno ha mai chiesto l’intervento dell’Ordine professionale. Neanche questo è un caso!

Nel Suo libro Lei dà conto, utilizzando gli Atti originali di causa, di tutto l’iter giudiziario patito da Felice, dalla denuncia-querela della madre contro il padre (per presunti abusi sessuali sul figlio) alle diverse consulenze tecniche e perizie sulla coppia genitoriale, dal Tribunale dei Minori al Tribunale Ordinario Penale, passando per gli incontri con assistenti sociali e psicologi.

Ritengo che il Suo libro sia interessante da leggere anche da parte di chi lavora in tale ambito, proprio perché riporta molti esempi di malpractice e di cattiva gestione di un “potere” istituzionale che sembra viaggiare al di sopra di ogni sospetto.

Cosa ne pensa delle richieste di maggiore trasparenza, di formulazione di linee-guida condivise, di audio-videoregistrazione obbligatoria in questo tipo di sedute, che da più parti si stanno levando per scongiurare altri errori come quelli da Lei citati nel Suo libro?

Sono totalmente d’accordo. Sono strumenti utilissimi anche se da soli forse non del tutto bastevoli.

Infine, per quanto di Sua conoscenza, a che tipo di sanzione va incontro un genitore che strumentalizzi (fosse pure in ‘buona fede’) l’ipotesi di presunti abusi sul figlio per evitare che l’altro genitore possa intervenire nella bigenitorialità?

Come dimostra la storia di Felice, a nessuna sanzione. Angela, la madre, ha dimostrato ripetutamente e, a volte, clamorosamente di non essere credibile ma non è mai stata sanzionata dai Tribunali anche quando ne ha violato le decisioni. Ciò, in linea di principio, rischia di rendere possibile la riproposizione di situazioni, come racconta il mio libro, devastanti per i bambini.

Dottor Gerbino, La ringrazio per aver preso così a cuore la storia di Felice, emblema di tanti bambini “stuprati” dalle false accuse nelle tragiche fasi di separazione dei propri genitori.

Speriamo che sia presto istituito un Osservatorio Nazionale per assicurare una maggiore uniformità di azione nelle diverse aree professionali e geografiche e per evitare per quanto possibile errori ed imperizie negli operatori di questo delicatissimo e difficile campo.

Nel frattempo, quale può essere un Suo suggerimento, tecnico e umano, per arginare la ‘moda’ delle denunce di falsi abusi sui minori?

Affrontando il caso di Felice, ho capito che il presupposto  per “costruire” una storia come quella è la durata dell’iter giudiziario. Poiché al denunciato, da subito e fino alla fine dei processi e anche oltre, è negato il diritto al normale rapporto genitoriale (Felice ha sempre incontrato il padre in strutture protette e per pochissimo tempo), l’obiettivo dell’allontanamento viene intanto subito raggiunto. È evidente che, se la denuncia è strumentale, ciò risponde solo agli interessi del denunciante. Io non sono un giurista, ma forse il Parlamento di un Paese in cui tutti i giorni si discute inutilmente di riforma della giustizia, potrebbe approvare una norma che stabilisca la durata massima (brevissima) dei processi penali quando vedono coinvolti i bambini. Potrebbe essere una utile integrazione delle leggi esistenti e togliere efficacia alle false denunce.

Grazie ancora, Dottor Gerbino, per la Sua sensibilità e per la disponibilità a rispondere alle mie domande.

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