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copertina Autore: Matthew Pearl
Titolo: Il circolo Dante
Casa editrice: Rizzoli
Anno di pubblicazione: 2003

La mia recensione


Boston, 1865. Un gruppo di letterati, il Circolo Dante, appartenenti al comitato direttivo dell’Università di Harvard, decidono di tradurre la Divina Commedia di Dante Alighieri, allo scopo di far conoscere l’opera geniale dell’antico poeta al mondo americano. Questo progetto viene ostacolato da una parte, dalla stessa società americana puritana e monoetnica, ancora poco avvezza ai cambiamenti  provocati dalla fine della guerra civile, dall’immigrazione e dalla conseguente emancipazione dei neri, questi ultimi rappresentati nel romanzo dal tenente di polizia Nicholas Rey. Dall’altra parte, la traduzione americana si “incontra – scontra” con alcuni eventi di cronaca nera che propongono la storia di un insolito serial killer, il quale infligge alle sue vittime le stesse pene che Dante imponeva ai personaggi da lui collocati nei diversi gironi dell’Inferno.

Matthew Pearl, l’autore di questa thriller story, ha la capacità di ricreare l’atmosfera bostoniana dell’epoca, con i suoi sobborghi e l’alta società anglosassone, all’interno di una grande architettura contestuale.

Il romanzo ha inoltre il pregio di essere in parte biografico. Alcuni membri del Circolo infatti sono realmente esistiti: i poeti Holmes e Lowell, lo storico Greene e l’editore Fields, ma soprattutto Longfellow, il primo traduttore americano dell’Inferno dantesco (1867).

Matthew Pearl, 26 anni e una doppia laurea in Letteratura Americana e Legge, rispettivamente ad Harvard e Yale, descrive i suoi personaggi basandosi principalmente sui documenti scritti dagli stessi membri del Circolo Dante realmente esistito e sulle memorie letterarie di Annie Fields e William Dean; allo stesso tempo, il romanzo viene influenzato dalla storia personale dell’autore, come nella rappresentazione di Antonio Gallenga -insegnante di italiano vissuto nella seconda metà dell’Ottocento a Boston-  in Pietro Bachi, professore di Harvard caduto in disgrazia.

Nonostante l’approfondita conoscenza di Pearl per la Divina Commedia e l’ottima idea di base, la parte avvincente del romanzo si ha solamente nelle ultime 100 pagine. Prima di queste, descrizioni dell’ambiente bostoniano troppo lunghe, digressioni sulla Commedia noiose ed al tempo stesso boriose, ridotti colpi di scena che purtroppo ricordano la struttura tradizionale ed abusata del genere thriller: personaggi che si improvvisano detective, la polizia che brancola nel buio, un assassino che nessuno conosce e losche figure che depistano le indagini.

In ultimo il finale. Si arranca per arrivare alle pagine che concludono il romanzo, si avverte quasi un dolore fisico, un dispendio di energie mentali che trovano poca rigenerazione. Un finale abbastanza scontato, narcolettico, poco dinamico con l’unica conseguenza di portare il lettore a fare compagnia a Dante in quella famosa selva oscura in cui tutto ebbe inizio.

 


 

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