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{tab=Recensione}

copertinaIl primo capitolo, “Ebrea e Schlemihl” (dove la congiunzione richiama un latino et che in questo caso è anche un est), già dal titolo fornisce una sintetica presentazione di quella che è la condizione esistenziale propria della protagonista di questa biografia intellettuale firmata Hannah Arendt: Rahel Varnhagen è innanzi tutto una donna ebrea e, come tale, si percepisce “sfortunata”.
Di qui la sua ostinazione a voler barattare la propria ebraicità -sentita come “onta”- con un’integrazione sociale che altrimenti le sarebbe preclusa, un’ostinazione che agli occhi della Arendt (accerrima nemica della teoria dell’ assimilazione) appare la stessa di un “visionario folle”, il cui insensato opportunismo arriva fino al punto di auto-sopraffarsi e dunque auto-annientarsi pur di “poter vivere meglio”.
Traspare da subito un giudizio negativo da parte di Hannah, ebrea tedesca anche lei ma di un secolo più giovane di Rahel, che esordisce con un gelido: “Sessantatre anni ci sono voluti per imparare quello che era cominciato 1700 anni prima della sua nascita…” e che poi sembra come cercare una qualche attenuante, una sorte di giustificazione per il suo personaggio: “Forse è difficile conoscere la propria storia se si è nati a Berlino nel 1771…” oppure, più avanti: “A quell’epoca, a Berlino, gli ebrei potevano crescere come figli di tribù selvagge” per questo “anche Rahel non ha imparato  nulla”.
Attenuanti deboli, che mal reggono il peso di una descrizione sostanzialmente destruens della giovane Rahel, che inevitabilmente appare sin dalle prime pagine come un personaggio decisamente tragico: la sua è una storia di fallimento, dall’inizio alla fine, tanto da poter essere raccontata tutta in negativo, con una serie infinita di ‘non’.
Non ricca, tanto per cominciare. L’impoverimento che consegue al decesso dei suoi genitori risuona alle orecchie di Rahel come una condanna a rimanere in quell’odiato ebraismo da cui vuol fuggire a tutti i costi.
Non colta, anzi, di “un’ignoranza crassa”. La sua unica risorsa è il pensare. Ma anche questa tendenza alla riflessione viene criticata da Arendt, che individua in essa nient’altro che “la base per gli ignoranti colti”, uno strumento utile solo all’ autoconvincimento di una non-verità.
Non bella. La sgradevolezza fisica di Rahel si ritorce anche sulle sue movenze: oltre ad essere poco attraente, non è graziosa. L’insistenza con cui Hannah sottolinea tutti i difetti fisici di Rahel, scandagliati nei minimi particolari, richiama una fisiognomica ben precisa, quasi che il corpo sia lo specchio dell’anima - quell’anima che vuole anullarsi in nome di un’integrazione che penalizza la sua  singolarità (dunque anche la bellezza esteriore/interiore?)- e viceversa, tant’è che la stessa Levin afferma: “poiché non sono graziosa non ho neanche grazia interiore”.
La vita di Rahel è pertanto un’altalena di mediocrità che oscilla fra ciò che non è e ciò che non può essere: “Lei non è felice, non può essere felice, ma non è nemmeno infelice”
Anche raccontandola in positivo, il personaggio della giovane Levin non risulta meno
Rahel è sfortunata nel senso di colpita dalla malasorte, preda di un destino che, se come dice Arendt non la perseguita, tuttavia la travolge suo malgrado sin dalla nascita (e, ancora, 1700 anni prima), un destino che non arriva a comprendere né tantomeno ad accettare, se non in punto di
Dunque la vita della giovane Levin si caratterizza da subito come decisa rinuncia alla datità, come lotta contro i fatti, in primis quello che considera come il più ingiusto ed infamante ovvero l’essere nata ebrea; Rahel si trascina dietro questa sua identità originaria nascondendola come una ferita obbrobriosa che non cessa mai di generare sofferenza (di qui la concezione della vita come emorrargia) e che pertanto dev’essere assolutamente rimossa. Ma così facendo, scrive Hannah, Rahel si fa portatrice di “menzogna”, quella menzogna che non è frutto di una scelta libera ma di una riflessione di eco sentimentalista che allontana l’individuo da quella che è la realtà.
Rahel è dunque bugiarda, in primo luogo con se stessa. Finge di non essere ciò che è, un’ebrea.  E, quel che è peggio, mente sapendo di mentire, è perfettamente consapevole della sua deviazione tanto grave da essere entrata quasi nella meccanicità dell’abitudine: “Fingo… il mio eterno fingere di cui nemmeno mi accorgo più”, quindi sa persino di non poter controllare più questa facoltà… forse perché la stessa esistenza che si sta faticosamente costruendo addosso è già di per sé continua bugia.
Oltre ad essere bugiarda, la giovane Levin è pertanto “piccola, troppo piccola” nel senso di meschina, una persona che non ha neanche il coraggio di dirsi la verità.
In più, è presuntuosa e vanitosa. Presuntuosa perché si riconosce estremamente sensibile e d’elevata nobiltà d’animo, vanitosa perché ama l’elogio, anzi, ne ha proprio “bisogno” - la necessità di sentirsi accettata è manifestazione eclatante di quella sua profonda insicurezza che la porta a cercare di “attirare e conquistare, senza distinguere”. D’altro canto, Rahel rifiuta il rimprovero, non tanto per orgoglio quanto per quella debolezza interiore che, provata dall’eventuale biasimo, non può fare a meno di ignorarlo, di lasciarselo scivolare addosso: “E’ sorda”, scrive Hannah.
E’ curiosa nell’accezione negativa del termine, è bramosa di stabilire relazioni con gli altri perché avida di integrarsi, assimilarsi, sentirsi finalmente uguale agli altri: Rahel ha “fame di persone”. E tuttavia quello che sembra riuscirle meglio, anche se “parla con chiunque di qualsiasi cosa”, è il carteggio intellettuale, unico vero dialogo attraverso il quale la giovane Levin sembra confrontarsi con se stessa prima che con l’altro, lasciandosi andare a lamenti e confessioni che non sono altro se non estrema richiesta di attenzioni, come per dire: guardatemi, consideratemi, io sono come voi. Vuole essere conosciuta, ascoltata, compresa, perché “essere capiti è la vera e propria felicità del dialogo (…). Quante più persone la capiranno, tanto più reale diventerà ”. Per questo è pronta ad essere indiscreta, a mostrare senza pudore né esitazione le sue lettere, “perché non ha segreti”, o meglio questo è quello che vuole far apparire. Un esibizionismo sfrenato che si fa al tempo stesso autoconvincimento di non avere segreti, un autoconvincimento che inevitabilmente non può sortire il proprio effetto: Rahel non può illudersi di sfuggire al suo destino, alla sua identità originaria, alla sua ebraicità – eccolo il segreto da non rivelare mai: essere una <<Schlemil o una ebrea>> (Rahel Varnhagen).
Dunque Rahel è una donna che non ripone fiducia negli altri, tutt’altro: “si aspetta sostanzialmente da tutti gli uomini le stesse cose”, il che equivale proprio a non aspettarsi niente da nessuno. E d’altronde da chi se lo dovrebbe aspettare, se non è capace di aspettarsi qualcosa nemmeno da se stessa (“…impreco e intorbido me stessa”), se addirittura si reputa “l’unica creatura che rovina tutto” rovinando, per l’appunto, prima e insieme a quel ‘tutto’ se stessa?
E’, in conclusione, una donna sola, abbandonata persino dal ricordo. Malgrado non sia mai, infatti, sprovvista di una compagnia maschile (i vari “celebratori di lodi” Veit, Brinckmann, Burgsdorff…), tuttavia la Levin non è mai amata. Non è vero amore quello che investe nell’altro, né tanto meno quello da cui è investita. Tant’è che la stessa memoria, costretta da Rahel a cancellare la sua origine e dunque privata della sua funzione e sottoposta ad una razionalità intransigente, sembra rifiutarsi di svolgere oltre il suo lavoro; e dunque quella ragazza che si ostina a dimenticare da dove viene, non riesce infine a “ricordare più nulla”.
C’è da dire che la Arendt, per quanto riavvisi in Rahel l’emblema della mancata volontà di emancipazione del popolo ebraico nella sua totalità che china la testa all’assimilazione rinunciando alla propria identità, pure trova in lei alcune qualità. Tuttavia il loro carattere è esclusivamente “formale”. Rahel è intelligente, attenta e passionale. Inoltre, scrive Hannah, non vuole osare per non “offendere la dignità dell’uomo”; nei confronti dell’altro sesso Rahel, infatti, esibisce un “doppio atteggiamento”: vorrebbe mantenerne il distacco, ma finisce inevitabilmente in un coinvolgimento che deriva dalla sua indole a giudicare, a pensare, a guardare “con sguardo penetrante”.
A questo punto, mi permetto di aggiungere un aspetto alla descrizione fatta finora del personaggio: Rahel è una donna moderna. Moderna perché, pur impoverita sgradevole e ignorante come dice Hannah, riesce a mettere in piedi un salotto di dibattito intellettuale (consuetudine, certo, molto praticata all’epoca). Moderna perché non si lascia spaventare dalla sua condizione di ‘doppia minoranza’ (è una donna e per giunta ebrea) ma reagisce a modo suo - giusto o sbagliato che sia. Moderna infine anche perché, possiamo dirlo?, contraddittoria: ammaliante conversatrice e vittima da consolare, grande dissimulatrice e anima straziata dal dolore, testarda, ostinata e decisa a raggiungere con ogni mezzo il suo scopo (magari effimero, questo sì).
Tuttavia, questo barlume di positività attribuibile non basta a riscattare la sua problematica parabola esistenziale: il personaggio di  Rahel resta inevitabilmente tragico. Non amata, non ricca, non bella, non colta e, aggravante non insignificante, fondamentalmente sola.
Sola a combattere contro se stessa.

 

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Hannah Arendt
Titolo: Rahel Varnhagen – Storia di una donna ebrea
Casa editrice: Net-Il Saggiatore
Anno di pubblicazione: 1959

{tab=Conosci l'autore}

autoreAllieva di grandi maestri della filosofia come Heidegger, Husserl e Jaspers, Hannah Arendt (1906 - 1975) era una giornalista ebrea con uno spiccato talento a livello di scrittura e di pensiero. Emigrata a Parigi a causa delle persecuzioni naziste, nel 1941 si rifugiò negli Stati Uniti che la videro insegnare all'Università di Chicago per poi ospitarla nel 1968 alla New School for Social Research di New York. Dopo il successo de "La banalità del male" sul processo al capo nazista Eichmann, divenne famosa con "Le origini del totalitarismo", una lucida quanto lungimirante analisi sul fenomeno che visse in prima persona e soprattutto sulle sue cause. Fra le tante, da ricordare anche "La vita della mente", la sua ultima opera, di stampo prettamente filosofico.

{tab=Curiosità}
Nel libro, oltre alla suggestiva interpretazione di Lea Ritter Santini e all'interessante postfazione di Federica Sossi, incorniciate da una dettagliata biografia ed una ricca bibliografia, troverete il carteggio fra Hannah Arendt ed il suo maestro-critico Jaspers.

{tab=La citazione}
"Ha un destino solo chi sa quale sia il suo destino e può raccontarlo"

Il concetto clou:  dall'ebraismo non si fugge, "se non sulla luna": non c'è posto al mondo che possa ospitare chi rinnega il proprio destino.

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