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{tab=Recensione}

copertinaCon La befana e er battiscopa, Pier Mattia Tommasino ci propone un’opera introspettiva ed ironica in cui accanto al dialetto storico, entra il neoromanesco della Storta che, svincolato dalle ferree regole accademiche e grazie al frequente apporto di conii personali, ci svela, come d’incanto, un’altra immagine di Roma.
La poesia sembra, al giorno d’oggi, voler prendersi nuove rivincite sulle frastornanti chimere della globalizzazione omologante. Ancor più se essa si propone nelle vesti di un nuovo romanesco, quello della Storta, in cui viene dato ampio risalto al lato più nascosto, periferico, meno conosciuto di Roma. Il giovane e talentuoso Pier Mattia Tommasino ci propone ne “La befana e er battiscopa”, una arguta, ironica alternanza di rimandi tra il testo in dialetto e la sua traduzione, che non è altra rispetto al testo base, ma ne è semplicemente il controcanto: “ecchime qua, sur ponte, ‘mbriaco avanzo de balera, co le chiavi ‘n mano, a fa’ er cascamorto co la morte. Ecchime, cor core ch’è na misticanza de botti, de ricordi, de sputi ‘n faccia, de voja d’ammolinamme a sto fiume splatanato” (eccomi qua, sul ponte, ubriaco avanzo di balera, con le chiavi in mano, a fare il cascamorto con la morte. Eccomi, nel cuore un miscuglio di battiti, di ricordi, di sputi in faccia, di voglia di farmi mulinello di questo fiume splatanato.)
Poesia, termine d’origine latina, significa semplicemente fare. Fare il verso da vertere: ossia girare, ri-girare, cambiare ad oltranza. Di poesia in poesia si viene così trasportati in un vortice dialettale nella continua trasmutazione tra due opposti moti sapientemente intrecciati. Per far fronte al vuoto che avanza fuori e dentro di noi l’unico rimedio è uscire dalla corrente del mondo: -annisconnete ner gnente, “scorentinamise dar monno…”- (nasconderti nel niente, “usciamo dalla corrente del mondo…”). C’è ansia di auto-investigazione e ricerca di verità in questa raccolta che sollecita gli interrogativi esistenziali sul destino dell’uomo sospeso tra vita e morte, anzi tra amore e morte: “solo li morti e l’innammorati se sbracheno pe nu riarzasse” (solo i morti e gli innamorati si sdraiano per non rialzarsi”). L’amore, contraltare della morte e suo alter-ego, è carnale così come il linguaggio impastato di quotidianità. La lingua infatti, per usare le parole di Ugo Vignuzzi, è “tutta sostanziata di cose, memorie e radici terragne ri-adibite nella dimensione esistenziale e poetica modernissima dell’io narrante”. La parola, in un mondo messo a dura prova dalla prevaricante ondata di dis-valori, rivendica quindi una sorta di specularità neo-orfica, quasi aspirasse a coniugare nel profondo l’archetipo classico e la sua difficile declinazione nella contemporaneità, passando attraverso l’empirìa dell’esperienza soggettiva che fa i conti con l’amarezza ontologica: “è er buffo de vive che me piscia, sta fibbia micca che nun po’ esse” (è il dovere di vivere che mi abbandona, questa missione ingenua che non può essere). Il male di vivere a volte è così insopportabile che “sarebbe da fà ‘r vento e nun pagà er conto co la morte” (dovremmo scappare via senza pagare il conto con la morte).
La scrittura magnetica di Pier Mattia Tommasino è capace di determinare coinvolgimenti emotivi non facilmente riportabili a strumenti di gnoseologia o di mera gratificazione estetica, sebbene siano strettamente collegati a problematiche implicanti una condizione dell’essere: “mettece sopra che sta vita è risicata risicata, che semo du scherzetti de cicogna, signozzi de ‘n inzogno, fiji der mammatrone” (aggiungi che questa vita è corta un soffio, che siamo due scherzetti di cicogna, singhiozzi di un sogno, figli del groppo in gola). Ragione e passione tendono ad incontrarsi, sublimando le risultanze d’informazioni in un gioco infinito di rimandi. La potenzialità del pensiero si sposa perfettamente con la capacità di sentimento che cerca d’esorcizzare la fuggevolezza della vita ed insieme la paura della morte: “ma che t’angarelli a fà?, nun ze po’ cojonà la cojonella de sta vita  farfarella che te córe tra le mano, scóre dentro e stévera ner gnente” (è inutile competere, non si può raggirare questa presa in giro che è la vita indiavolata che ti corre tra le mani, scorre dentro e stévera nel niente).

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Pier Mattia Tommasino
Titolo: La Befana e er battiscopa
Casa editrice: Cofine
Anno di pubblicazione: 2006

{tab=Conosci l'autore}

autorePier Mattia Tommasino è nato nel 1977 a Roma, dove risiede. Laureato in Lettere presso l’Università di Pisa, ha curato la traduzione di Pinocchio in dialetto formiano, Le venture di Peppeniéglio di Giovanni Bove (2005) ed in lingua oriya, Dushahasi Pinocchio di Biswanath Mishra (2005). Suoi testi poetici, in lingua e in neoromanesco, sono apparsi nelle riviste “Alla bottega” e “Periferie”, e nell’antologia La regione invisibile. Poesia e dialetto nel Lazio. Tuscia meridionale e Campagna romana nord-occidentale (ed. Cofine, 2005). 

{tab=Curiosità}
Con la raccolta inedita "La befana e er battiscopa" si è classificato al secondo posto del Concorso nazionale di poesia in dialetto "Città di Ischitella-Pietro Giannone" del 2006.

{tab=La citazione}
“La befana viè e te sfotte,
te fotte l’ammore e t’anninna ner gnente,
core de spazzacamino,
fantasima de ‘n parmo ne la cennere”

(La befana viene e ti sfotte,
ti ruba l’amore e t’addormenta nel niente,
cuore di spazzacamino,
fantasma di un palmo nella cenere.)

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