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{tab=Recensione}

copUn libro-evento che già nel titolo svela la sua intenzione, dichiarando e declinando nella modalità verbale dell’infinito (non a caso) il suo lascito, la sua speranza, la sua vocazione e, insieme, la sua eredità: “Testimoniare”.

Nell’arido panorama editoriale italiano (che, come ha sostenuto Giacomo Marramao alla presentazione tenutasi presso la Casa delle Culture, ormai sforna “tantissime cose, ma male” con l’aggravante che “poi le spegne subito”) ci si presenta con Testimoniare (ed. Lithos) l’occasione speciale dell’apertura di un evento nell’evento: la scrittura come testimonianza – la lettura come passaggio del testimone – ma poi c’è un terzo, anzi, un primo passaggio, preoriginario rispetto a questi due. Trattasi delle lezioni da cui il testo ha avuto origine, perché “questo libro non è un libro”. Così esordisce l’autore Edoardo Ferrario, docente di Estetica presso la facoltà di Filosofia de “La Sapienza” di Roma.

La sua non è un’opera partorita a seguito di una pianificazione, un progetto, o una qualche volontà compositiva. E’, piuttosto, figlia di un’oralità che è stata catturata, poi scritta trascritta ricorretta, ogni volta tradotta e insieme tradita, da un allievo particolare: Franco Maria Fontana, attento curatore del testo e fedele demiurgo della sua trasposizione cartacea.

Forse proprio questo è uno dei punti di forza del libro, perché, come Marramao ben sottolinea, “le opere migliori nascono sempre da occasioni, da una serie di kairòs, tempo debito”. Per questo, Testimoniare non presenta una struttura lineare, sistematica, di tipo gerarchico o piramidale. Il suo autore segue, piuttosto, un andamento a raggiera, capace di abbracciare voci e autori di paesi, lingua, tradizioni ed epoche diverse.

Da Jacques Derrida a Desmond Tutu, da Simon Wiesenthal ad Hannah Arendt, da Martin Heidegger a Emmanuel Levinas (ma la lista dei filosofi e degli scrittori chiamati a intervenire da Ferrario, in un dialogo continuo e appassionante, potrebbe proseguire a lungo, passando per Giordano Bruno, Galilei, ma anche Ricoeur, Kant,  Husserl…) il testimoniare ci questiona, ci chiama, ci responsabilizza. Eccomi – sembra rispondere l’autore dentro di sé. Eccomi - ripete il lettore, in un rimando continuo di testimonianze più volte “per delega” (per dirla con Primo Levi) che si rincorrono urgenti fra le pagine.

Avvolta, o meglio “ospitata”, da un discorso complesso e coinvolgente, pregno di un’intensità intellettuale puntualmente contagiosa, resta la forza dirompente di un’aporia volutamente mantenuta tale, perché “c’è vera testimonianza solo dell’intestimoniabile, così come si deve perdonare solo l’imperdonabile” sottolinea Fontana, seguendo una scia visibile (ma forse anche cieca) di memoria derridiana.

“La testimonianza - sostiene Ferrario durante la presentazione – tocca un confine decisivo tra la singolarità assoluta del testimone e la dimensione pubblica della testimonianza, in cui si arriva a sostituire l’insostituibile. Questo è un libro senza ipotesi, gira su se stesso senza guadagnare, è fenomenologico”. Sottolineamo e controfirmiamo l’ultimo aggettivo, se è vero che la fenomenologia è ciò che permette di entrare dall’interno, per così dire, in un argomento (“alle cose stesse!”) e lasciarsi trasportare, come in balìa di esso, stando a guardare tutto ciò che può dire e dare - di nuovo, testimonianza, dono, perdono.

{tab=Scheda tecnica}
Autore: : Edoardo Ferrario
Titolo: Testimoniare
Casa editrice: Lithos
Anno di pubblicazione: 2006

{tab=Conosci l'autore}

autoreEdoardo Ferrario insegna Estetica presso la facoltà di Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma.
Tra le sue opere, “Il Lavoro del tempo” (Milano, 1977) e “L’altro e il tempo” (Milano, 2004).

 

{tab=Curiosità}
Il libro è nato da un corso, tenuto dal Professore nell’anno accademico 2004-2005, sulla testimonianza e il perdono (clicca qui per visualizzare)

{tab=La citazione}
<<Ci sono parole – e la parola “perdono”, o la parola “del” perdono è una di queste- che abitano le lingue degli uomini in un modo un po’ speciale, forse eccezionale. Sono “termini”, e cioè “limiti”, fini e confini che marcano luoghi di passaggio (e di non passaggio, luoghi, in questo senso, aporetici) […] Ho parlato di parole speciali, eccezionali, ma forse ogni parola attraverso la quale abitiamo una lingua (e, anche solo da questi esempi, ci rendiamo conto quanto sia improprio dire “abitare”, dire “una lingua”, e magari la “nostra” lingua, quanto cioè la lingua che abitiamo o da cui siamo ospitati, ospiti di altre lingue), forse, se soltanto ci dessimo la pena di analizzarla in modo accurato, ci rivelerebbe questo carattere di limite, di confine, di termine e di luogo, di accoglienza e discriminazione, di ospitalità o di espulsione. Shibboleth o apartheid>>

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