Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per essere aggiornato sulle attività ed i servizi dello Studio e sui nuovi articoli di MenteSociale!

Privacy e Termini di Utilizzo

diventa fan

Pillole di Libri

Libri da leggere, libri da scoprire...
In questa sezione vi proponiamo alcuni testi che abbiamo amato o che ci sembra interessante condividere e far conoscere. 

 

{tab=Recensione}

copScrive Eduardo De Filippo nell’indimenticabile commedia partenopea “Natale in casa Cupiello”: <<Cuncè, che brutto suonno che mi sò fatto stanotte. Mi sono sognato che lavoravo>>.    

E certamente di brutti sogni se ne è fatti il signor Buff Orpington che per 1,85 euro l’ora, ogni giorno tra le ore 8.30 e le ore 16.30, doveva svolgere la mansione lavorativa di “sterminatore di roditori” in un capannone stipato di pollame. Beh, direte, il signor Orpington sarà stato munito dal suo datore di lavoro della più moderna tecnologia, che rende impersonale anche la più cruenta delle missioni. Ed invece no, lo sfortunato sterminatore di topi doveva portare a termine la sua mansione lavorativa “armato” semplicemente di un arcaico martello. Doveva. Infatti, il signor Orpington, si è licenziato dopo 15 minuti dall’ingaggio.

La signora Sarah  Janes, invece, con grande entusiasmo rispondeva alla richiesta di assunzione proposta da una fabbrica di patatine con la mansione di addetta al “controllo di qualità”. Salario 5 euro l’ora, orario lavorativo dalle ore 15.00 alle ore 23.00. La signora Sarah Janes non immaginava che il suo compito fosse stato quello di stare in piedi dinanzi ad un nastro trasportatore, in una stanza definita come “Forno per Esseri Umani”, e qui scegliere tra le patatine bollenti scartando quelle che presentavano imperfezioni. Naturalmente tale compito doveva essere svolto a mani nude, senza indossare una retina per i capelli e senza che nessuno controllasse o almeno consigliasse di lavarsi le mani prima delle operazioni o di girare la testa per starnutire. Pensiamoci prima di acquistare un pacchetto di patatine fritte. Queste sono solamente due delle 100 storie narrate nel libro curato da Dan Kieran “Cento lavori orrendi – Storie infernali dal mondo del lavoro”,  Edizioni Einaudi, Torino, 2007.  Dan Kieran, direttore della rivista inglese “The Idler”, ha tenuto per anni uno spazio aperto ai lettori in cui questi potevano descrivere le loro esperienze di lavoro. Ne è uscito uno spaccato della realtà lavorativa che ha dell’incredibile: persone costrette ad impieghi di manovalanza, svilenti della propria dignità e pagati miseramente. Siamo certamente ben lontani dall’organizzazione della ditta tessile di Solomeo (PG) del sig. Brunello Cucinelli,  che è passato dal fatturato di 62.5 milioni di euro del 2004 a 91 milioni di euro nel 2006, con un utile salito da 2.2 milioni di euro a 3.5 milioni di euro, assenteismo zero, operai pagati il 20% in più della media.  Il segreto? abolizione del cartellino di storica memoria fantozziana, sede di lavoro posta in un antico borgo medioevale ristrutturato, coinvolgimento del personale diretto al raggiungimento degli obiettivi dell’azienda, distribuzione di libri.  Queste sono le testuali parole dell’imprenditore: <<Io lavoro in un settore dove l’artigianalità, la creatività è tutto. In questo settore lo stipendio è meno di mille euro al mese. Come posso convincere un giovane bravo a lavorare per me se non gli offro, oltre a uno stipendio più alto, anche un ambiente migliore, più umano e la possibilità di condividere un progetto e degli obiettivi?>>. [1]

Tornando alla triste realtà raccontata dal nostro libro, Dan Kieran descrive anche posti di lavoro che sono generalmente considerati prestigiosi e che invece si rivelano umilianti e forieri di frustrazioni. Chi avrebbe mai creduto che Bill Handley, assistente procuratore, con un salario di 14,00 euro l’ora e senza limite d’orario lavorativo, dovesse svolgere le mansioni di “schiavo” del suo avvocato, vestendo di volta in volta “i panni” del riparatore di macchine fotocopiatrici (in camicia bianca), d’addetto al lavaggio dell’auto e, perché no, di lustrascarpe.

Per conoscere la mansione della “pulitrice di sigmoidoscopio” bisogna leggere il libro. Ogni storia narrata è corredata da indicatori, delle simpatiche faccine che segnalano quanto il lavoro possa essere: pericoloso, inutile, alienante, umiliante, immorale, disgustoso. Inoltre le storie sono intercalate da schede contenenti curiosità e dati riguardanti il mondo del lavoro, la prima delle quali è intitolata “Il lavoro uccide” e per la sua attualità merita di essere riportata per intero: <<Il lavoro potrebbe ucciderti. Alcune recenti statistiche pubblicate dalle Nazioni Unite dimostrano che più di due milioni di persone muoiono ogni anno a causa del lavoro. E’ l’equivalente di un 11 settembre al giorno, e supera di molto i 650 mila morti all’anno a causa delle guerre. La quantità di decessi causati da incidenti o malattie collegate al lavoro sono di tre volte superiori al numero dei morti per droga e alcol sommati insieme>>.

 


[1]   G. Paoloucci, Senza cartellino produciamo di più, articolo tratto dal quotidiano La Stampa del 04.06.2007.

{tab=Scheda tecnica}
Autore: : Dan Kieran
Titolo: Cento lavori orrendi
Casa editrice: Enaudi
Anno di pubblicazione: 2007

{tab=Conosci l'autore}

autoreDan Kieran è nato il 10 Giugno 1975 ed è scrittore, editore, consulente per Radio e Televisioni britanniche;  è editore del magazine inglese The Idler.

 

 

 

{tab=Curiosità}
Prima di diventare direttore della rivista “The Idler”, Dan Kieran ha svolto numerosi impieghi miserevoli: ammazza tacchini, sguattero, estirpatore d’erbacce ecc. Attualmente è uno dei maggiori esperti di lavori orrendi.

{tab=La citazione}
non sono presenti citazioni

{tab=Recensione}

copertina“Il mondo non perirà per mancanza di meraviglie, ma per mancanza di meraviglia”. Con questa citazione il Dottor Ramachandran, brillante neuroscienziato di fama mondiale, apre il suo interessante e divertente libro: ed in effetti, è molto difficile non meravigliarsi di fronte alla complessità della mente umana.
L’autore ci accompagna, con eleganza e chiarezza, nel meraviglioso mondo delle neuroscienze, ponendo a noi, e a se stesso, anche, quesiti affascinanti sull’origine fisiologica di alcuni fenomeni propri dell’uomo.
Ma non cadete nell’errore di credere che vi troviate davanti ad una lunga e noiosa trattazione sulle basi neurologiche sensu strictu dei processi cognitivi, piuttosto che di alcuni gravi disturbi patologici anche di interesse psichiatrico.
Punto di partenza sono i quantomai incredibili, eppure assolutamente reali, casi clinici, sui quali il Dottor Ramachandran ha avuto modo di lavorare, e quindi ragionare: a Tom Sorenson prude terribilmente il braccio sinistro, stesso braccio con il quale, essendo mancino, esegue la maggior parte dei gesti comuni, e Mirabelle Kumar gesticola mentre parla, enfatizzando le sue parole con ampi movimenti delle braccia e delle mani. Diane Fletcher imbuca le lettere con movimenti fluidi ed assolutamente naturali e James Thurber sogna ad occhi aperti, disegnando bizzarre vignette. Ellen si prende molta cura di se e Mrs. Dodds applaude fragorosamente. Arthur  ha un rapporto complesso e conflittuale con i suoi genitori e Paul crede smisuratamente in Dio. Ruth Greenough e Willy Anderson ridono di gusto, anche in situazioni poco consone, e Mary Knight sta per dare alla luce due gemelli. Fin qui a ben vedere nulla di strano. E se vi dicessero che Tom ha perso il suo braccio sinistro in un terribile incidente automobilistico a soli 17 anni e che Mirabelle è nata senza braccia? E in effetti Diane e James sono completamente ciechi, così come Ellen e Mrs Dodds, a seguito di un ictus, hanno disturbi di emiinattenzione la prima, e una paralisi completa dell’arto sinistro la seconda. Arthur è affetto da sindrome di Capgras, ovvero considera i suoi genitori degli impostori: non li riconosce come tali “visivamente”, ma è convinto si tratti di sosia, o meglio replicanti, che hanno preso il posto dei genitori biologici. Paul, affetto da epilessia del lobo temporale, è in preda ad una sorta di estasi mistica, conseguenza proprio della patologia epilettica (ricordiamo che l’epilessia è da sempre indicata come “il morbo sacro”…e ringraziamo Ippocrate -V sec. a.C.- che, da iniziatore della  medicina razionale, afferma:”sotto nessun riguardo mi sembra essere più divina delle altre malattie, né più sacra:[…]ma una natura ha essa ed una causa.”), il che consente al Dottor Ramachandran di introdurre ipotesi su dove e come abbiano luogo il momento creativo e la genialità, e di interrogarsi sull’”idea” di Dio. Ruth e Willy in effetti ridono fragorosamente, senza motivo, e soprattutto senza potersi fermare, sino a che non sopraggiunge uno stato di coma e quindi la morte. In questo caso l’autore guarda alla risata e, in senso lato, all’umorismo, dal punto di vista dell’utilità filogenetica di questi, chiamando in causa quindi anche le teorie darwiniane del vantaggio evolutivo. L’interessante parentesi sulle interazioni corpo-mente sono alla base, invece, della falsa gravidanza gemellare di Mary, della quale però la ragazza dimostrava tutti i segni clinici: l’addome ingrossato, le chiazze sul seno, le secrezioni lattee, le nausee mattutine e addirittura l’avvertire i movimenti dei feti. Tutto quadrava tranne l’introflessione dell’ombelico, tipica di chi, inrelatà, non è in gravidanza: e segno evidente in effetti che questi gemelli non c’erano! Un caso quindi di pseudociesi, o falsa gravidanza.
Dalla sindrome dell’arto fantasma a quella di Charles Bonnet, Ramachandran tocca argomenti affascinanti e coinvolgenti, con uno stile chiaro ed accessibile anche a chi non opera nel campo delle neuroscienze: nel primo capitolo, inoltre, vengono introdotti sommariamente tutti i casi e le problematiche trattate di seguito, e viene spiegato in modo comunque esauriente, sebbene breve, lo strutturarsi e il funzionamento del sistema nervoso. Il corredo di immagini in bianco e nero che intercalano i vari capitoli consente inoltre al lettore di approcciarsi meglio alle problematiche esposte, e di comprenderle più facilmente, cimentandosi egli stesso in test e “giochi”, tesi a stimolare diverse aree del cervello, alla ricerca di stimoli specifici.
Tutto ciò intrecciato con un umorismo di fondo che non diventa mai, però, irrispettoso sarcasmo, e una spinta curiosa e frizzante a scoprire, andare oltre, incuriosirsi di fronte a questa meraviglia che è la mente umana.
Notevole inoltre come l’autore proponga le proprie ipotesi e teorie, sottolineandone eventuali punti deboli, piuttosto che di contatto o disaccordo con teorie di altri studiosi, e prevedendone futuri sviluppi o smentite, anche sulla base del cospicuo apparato di note e riferimenti bibliografici, consentendo peraltro, a chi è più interessato, di poter approfondire la materia e riflettere sugli argomenti proposti.
Fondamentale è poi ricordare la matrice culturale propria del Dottor Ramachandran: egli è indiano, il che ha un notevole ed evidente peso sul suo approccio alla “scienza occidentale”, ed un grande amante della letteratura e della poesia, che, come egli stesso afferma, “con la scienza hanno in comune più di quanto non si tenda a pensare”; radici, queste, che vengono alla luce in modo particolare nell’ultimo capitolo, dove l’autore porta avanti una folgorante disquisizione sul “sè” e i “qualia”, che sconfina nella metafisica.

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Vilayanur S. Ramachandran (coautore Sandra Blakeslee)
Titolo: La donna che morì dal ridere - e altre storie incredibili sui misteri della mente umana"
Casa editrice: Oscar Saggi Mondadori
Anno di pubblicazione: 2003

{tab=Conosci l'autore}

autoreVilayanur S. "Rama" Ramachandran nasce a Madras, in India, nel 1951, dove si laurea in Medicina e Chirurgia alla Stanley Medical College, trasferendosi poi in Inghilterra, al Trinity College dell’Università di Cambridge, dove ha studiato psicofisica umana e neurofisiologia. In seguito, presso il California Institute of Tecnology , ha condotto la ricerca post-dottorato e nel 1983 è stato nominato professore assistente all'  Università della California di San Diego, diventando ordinario nel 1998, dove insegna tutt’ora Neuroscienza e Psicologia. Dirige il Centre for Brain and Cognition di San Diego ed è professore associato di Biologia presso il Salk Institute. E' membro dello All Souls College (Oxford), del Neuroscience Institute (La Jolla,  CA), e del Institute for Advanced Studies in Behavioral Sciences alla Stanford University. E' stato insignito di un dottorato onorario dal Connecticut College, della medeglia d'oro dalla Australian National University, della medaglia Kappers Ariens dall'Accademia Reale di Scienze Olandese e del Presidential Lecture Award dall'Accademia Americana di Neurologia. E’ autore di numerosissime pubblicazioni scientifiche sulle più autorevoli riviste scientifiche e di alcuni altri testi divulgativi quali: The  Encyclopedia of the Human Brain (redattore) ; “Che cosa sappiamo della mente”, (2004, Mondatori);  “A Brief Tour of Human Consciousness : From Impostor Poodles to Purple Numbers” (2005, Paperback editinon).

{tab=Curiosità}
Nel corso della sua carriera scientifica, Ramachandran ha pubblicato oltre 120 articoli. Venti di questi sono apparsi sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, il primo dei quali nel 1972, quando venne incoraggiato dallo zio, il dottor Ramakrishnan, ad approfondire e proporre le sue osservazioni su come la sensazione di profondità può essere generata utilizzando stereogrammi a punti casuali, anche se le due immagini sono in condizione di rivalità a causa dei diversi filtri colorati posti davanti a ogni occhio. Aveva solo 21 anni.
Sandra Blakeslee scrive articoli scientifici per il New York Times, dove lavora dal 1967.

{tab=La citazione}
  “C’è qualcosa di assai singolare nel fatto che un glabro primate neotenico si sia evoluto fino a diventare una specie capace di guardare al proprio passato e interrogarsi sulle proprie origini[…], di porsi domande sulla sua stessa esistenza.[…] E’ la peculiare qualità ricorsiva di tali domande, la capacità dell’encefalo di tentare di capire se stesso a rendere la neurologia tanto affascinante.”

{tab=Recensione}

copCesare Rimini, avvocato matrimonialista, con il libro “E a casa, tutti bene?”, un piccolo manuale sullo stato del diritto di famiglia, analizza in maniera profonda, ma con lieve e piacevole narrazione, il ruolo rivestito dalla famiglia nella società moderna.

L’argomento è di estrema attualità. La famiglia, oggi, è un sistema in continua evoluzione: adozioni omosessuali, figli in provetta, affidamenti condivisi, per non parlare poi delle nuove tipologie di unioni.

Il titolo del libro è indicativo del suo contenuto. E’ infatti dovuto ad un aneddoto narrato dallo scrittore Enzo Biagi  il quale, nei suoi viaggi in America, era d’abitudine che fosse invitato a cena dai grandi della finanza, i quali poi gli concedevano un’intervista. Qualche anno dopo ritornando ad intervistare le stesse persone, il giornalista, come si usa fare in provincia, era solito chiedere all’ospite: <<Come sta la signora?>>. Questa domanda il più delle volte creava enorme imbarazzo perché la dama in questione, molto spesso, era stata nel frattempo sostituita. Per non creare impaccio allora lo scrittore inaugurò una nuova formula che non faceva sorgere alcun problema: <<E a casa, tutti bene?>>.Rimini, analizzando in particolare il matrimonio, punta il dito sulla “grammatica” della coppia, un progetto di legame che rinsalda la relazione e la rende duratura nel tempo. E’ infatti necessario che con il passare degli anni il fuoco dell’invaghimento, che fa credere affrontabile ogni tipo di problema,  si trasformi nella brace del rispetto reciproco, coltivato con pazienza, sapienza e lieve tocco di umorismo. Solo in questo modo la coppia sarà in grado di affrontare in maniera matura gli inevitabili scogli della vita matrimoniale. Paradossalmente erano molto più stabili i matrimoni “combinati” di qualche decennio fa, proprio perché la base di partenza era poco o per nulla enfatica ma da qui si gettavano le basi per la costruzione di un solido legame.

Oggi vi sono separazioni che avvengono pochissimo tempo dopo il matrimonio, si tratta di giovani che si sono sposati con poca maturità e con il pensiero che un matrimonio, così come si è fatto, così si può disfare. Altre separazioni avvengono, stranamente, dopo che la coppia ha convissuto a lungo prima di sposarsi: il piacere di stare insieme svanisce nel momento in cui la convivenza diventa un obbligo. Alcune coppie inoltre si separano per la cosiddetta “nostalgia della mamma”: neosposi che si accorgono che la vita in comune comporta spese, oneri, incombenze e che per tali motivi non tagliano il cordone ombelicale che li lega troppo saldamente alle rispettive famiglie d’origine.

Vi sono anche separazioni che avvengono dopo molti anni di matrimonio, dopo che i figli sono arrivati all’adolescenza, con la convinzione che sia giunto il tempo di scrollarsi dalle spalle un legame divenuto ormai noioso. Una considerazione a parte meritano i cosiddetti “divorzi grigi”, coppie che durante il matrimonio avevano un’attiva ed indipendente vita lavorativa e che con la pensione si ritrovano tra quattro mura, dove le frustrazioni del marito determinano quelle della moglie e viceversa.

In sintesi, riprendendo un pensiero di Sant’Agostino, si può dire che un matrimonio funziona solo se i coniugi si comportano alla stessa maniera delle vele di una nave, adattandosi continuamente al vento che soffia sul mare della vita

{tab=Scheda tecnica}
Autore: : Cesare Rimini
Titolo: E a casa tutto bene?
Casa editrice: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2006

{tab=Conosci l'autore}

autore

Cesare Rimini è nato a Mantova, nel giugno 1932. E' avvocato, giornalista e scrittore italiano, specializzato in cause matrimoniali.
Collabora con il quotidiano Corriere della Sera.

 

{tab=Curiosità}
non sono presenti curiosità

{tab=La citazione}
non sono presenti citazioni

{tab=Recensione}

 copertinaUn viaggio attraverso l’esperienze, le speranze e le battaglie di persone che, ognuna a modo suo, si sono opposte alla Mafia.

“E’ possibile che la guerra alla criminalità organizzata, che soltanto dieci anni fa, pareva non lontana dal successo, abbia avuto un epilogo tanto peregrino?”. Con questa domanda l’autore conclude le ultime pagine di questo breve ma intenso libro. La mafia dopo le stragi di Capaci e di Via d’Amelio e con la conseguente reazione delle istituzione e soprattutto della società civile, sembrava essere prossima ad una sconfitta; anche in questo caso è parsa scomparire per riemergere in modo silenzioso, una strategia dell’inabissamento, non più stragi, ma nascondersi per tornare piu’ forte di prima. Questo è il quadro dell’evoluzione del fenomeno mafioso che emerge dal libro, analizzato attraverso le esperienze difficili ma coraggiose di Giancarlo Caselli, Rita Borsellino e Francesco Forgiane.

Anni di lotta alla criminalità e di ricerca dei livelli più alti di collegamento tra mafia e politica, il “terzo livello” di cui aveva parlato Buscetta,  hanno caratterizzato il periodo di Giancarlo Caselli alla Procura di Palermo. Istituendo i processi agli interlocutori politici della mafia – sopra a tutti il Processo Andreotti – l’azione di Caselli ha subito nel corso degli anni attacchi politici e mediatici sempre più forti: “Non era la carica che potessi ricoprire, ma la mia persona ad essere screditata. Non erano i miei limiti, gli errori certamente commessi l’oggetto della disputa, lo scontro era sul metodo”.

Certi livelli di lotta alla mafia sembrano intoccabili, le collusioni, le connivenze, gli scambi, gli accordi d’affari, il rapporto con la politica e con l’economia sono settori infrangibili; quel muro di gomma che permea ancora parti importanti della società civile, della Mafia che si fa Stato.

L’esperienza di Rita Borsellino e di Francesco Forgiane sono invece due esempi di mobilitazione civile, anche se con modalità diverse. La Borsellino ci racconta del suo risveglio sociale, dopo la morte del fratello. La sua esperienza è quella comunicativa, del trasmettere le emozioni e le esperienze di vita del fratello, ma al tempo stesso diventa anche un atto civile di cambiamento: “Comprese che tutto quello che il giudice aveva fatto nella sua vita di uomo e di magistrato si poteva riassumere nella ricerca dell’uomo[…]Non giudicava mai cercava di capire”

Francesco Forgiane è invece un politico del Parlamento siciliano, un uomo che lotta all’interno stesso delle istituzioni, una voce sola che si infrange contro una società politica intrinsecamente coinvolta in una mentalità mafiosa, come a dire: “La mafia c’è, esiste e noi ne dobbiamo tener conto e anzi la sfruttiamo per i nostri interessi”.

L’autore attraverso uno stile intenso ma disincantato, ci pone davanti ad un quadro desolante, immutabile, senza urli o proclami ma con le voci e le testimonianze dei nostri protagonisti con i loro dubbi, la certezza nella legge, le speranza e le sconfitte; la risposta dello Stato dice, non è mai stata una prevenzione ma solo una reazione a momenti particolarmente drammatici della storia del nostro paese.

La lotta alla mafia non può essere questo: il sacrificio di pochi nell’indifferenza di tanti e anzi con l’ostruzionismo e l’opposizione di una certa classe politica e mediatica: “Per combattere la criminalità organizzata era necessario che tutta la società civile le si contrapponesse. Un’intera organizzazione compatta contro un’altra organizzazione […] Il minimizzare i danni arrecati dalla mafia ingigantiva la capacità degli uomini d’onore nel penetrare capillarmente in ogni ambiente, ad ogni livello.”

Emblematico è il risultato di un recente sondaggio svolto tra i ragazzi di Palermo, da cui è emerso che secondo la maggioranza di loro la Mafia è più forte dello Stato, uno Stato fatto di inattuazione delle regole e di lontananza dai problemi e dalla gente, di latitanza, ma attenzione come diceva Borsellino: “Non sono le istituzioni ad essere malate, da mettere in discussione, ma gli uomini che in un preciso momento occupano, talvolta abusivamente, il ruolo delle istituzioni”.

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Riccardo Castagneri
Titolo: Il riflesso della mafia
Casa editrice: Round Robin Editrice
Anno di pubblicazione: 2006

{tab=Conosci l'autore}

autoreRiccardo Castagneri, giornalista, vive a Torino dove è corrispondente del portale di inchiesta e informazione “Rivista online.com”.
Collabora con il gruppo L’Espresso, Antimafia 2000 e Narcomafia



{tab=Curiosità}
non sono presenti curiosità

{tab=La citazione}
non sono presenti citazioni

 

{tab=Recensione}

copertinaIl primo capitolo, “Ebrea e Schlemihl” (dove la congiunzione richiama un latino et che in questo caso è anche un est), già dal titolo fornisce una sintetica presentazione di quella che è la condizione esistenziale propria della protagonista di questa biografia intellettuale firmata Hannah Arendt: Rahel Varnhagen è innanzi tutto una donna ebrea e, come tale, si percepisce “sfortunata”.
Di qui la sua ostinazione a voler barattare la propria ebraicità -sentita come “onta”- con un’integrazione sociale che altrimenti le sarebbe preclusa, un’ostinazione che agli occhi della Arendt (accerrima nemica della teoria dell’ assimilazione) appare la stessa di un “visionario folle”, il cui insensato opportunismo arriva fino al punto di auto-sopraffarsi e dunque auto-annientarsi pur di “poter vivere meglio”.
Traspare da subito un giudizio negativo da parte di Hannah, ebrea tedesca anche lei ma di un secolo più giovane di Rahel, che esordisce con un gelido: “Sessantatre anni ci sono voluti per imparare quello che era cominciato 1700 anni prima della sua nascita…” e che poi sembra come cercare una qualche attenuante, una sorte di giustificazione per il suo personaggio: “Forse è difficile conoscere la propria storia se si è nati a Berlino nel 1771…” oppure, più avanti: “A quell’epoca, a Berlino, gli ebrei potevano crescere come figli di tribù selvagge” per questo “anche Rahel non ha imparato  nulla”.
Attenuanti deboli, che mal reggono il peso di una descrizione sostanzialmente destruens della giovane Rahel, che inevitabilmente appare sin dalle prime pagine come un personaggio decisamente tragico: la sua è una storia di fallimento, dall’inizio alla fine, tanto da poter essere raccontata tutta in negativo, con una serie infinita di ‘non’.
Non ricca, tanto per cominciare. L’impoverimento che consegue al decesso dei suoi genitori risuona alle orecchie di Rahel come una condanna a rimanere in quell’odiato ebraismo da cui vuol fuggire a tutti i costi.
Non colta, anzi, di “un’ignoranza crassa”. La sua unica risorsa è il pensare. Ma anche questa tendenza alla riflessione viene criticata da Arendt, che individua in essa nient’altro che “la base per gli ignoranti colti”, uno strumento utile solo all’ autoconvincimento di una non-verità.
Non bella. La sgradevolezza fisica di Rahel si ritorce anche sulle sue movenze: oltre ad essere poco attraente, non è graziosa. L’insistenza con cui Hannah sottolinea tutti i difetti fisici di Rahel, scandagliati nei minimi particolari, richiama una fisiognomica ben precisa, quasi che il corpo sia lo specchio dell’anima - quell’anima che vuole anullarsi in nome di un’integrazione che penalizza la sua  singolarità (dunque anche la bellezza esteriore/interiore?)- e viceversa, tant’è che la stessa Levin afferma: “poiché non sono graziosa non ho neanche grazia interiore”.
La vita di Rahel è pertanto un’altalena di mediocrità che oscilla fra ciò che non è e ciò che non può essere: “Lei non è felice, non può essere felice, ma non è nemmeno infelice”
Anche raccontandola in positivo, il personaggio della giovane Levin non risulta meno
Rahel è sfortunata nel senso di colpita dalla malasorte, preda di un destino che, se come dice Arendt non la perseguita, tuttavia la travolge suo malgrado sin dalla nascita (e, ancora, 1700 anni prima), un destino che non arriva a comprendere né tantomeno ad accettare, se non in punto di
Dunque la vita della giovane Levin si caratterizza da subito come decisa rinuncia alla datità, come lotta contro i fatti, in primis quello che considera come il più ingiusto ed infamante ovvero l’essere nata ebrea; Rahel si trascina dietro questa sua identità originaria nascondendola come una ferita obbrobriosa che non cessa mai di generare sofferenza (di qui la concezione della vita come emorrargia) e che pertanto dev’essere assolutamente rimossa. Ma così facendo, scrive Hannah, Rahel si fa portatrice di “menzogna”, quella menzogna che non è frutto di una scelta libera ma di una riflessione di eco sentimentalista che allontana l’individuo da quella che è la realtà.
Rahel è dunque bugiarda, in primo luogo con se stessa. Finge di non essere ciò che è, un’ebrea.  E, quel che è peggio, mente sapendo di mentire, è perfettamente consapevole della sua deviazione tanto grave da essere entrata quasi nella meccanicità dell’abitudine: “Fingo… il mio eterno fingere di cui nemmeno mi accorgo più”, quindi sa persino di non poter controllare più questa facoltà… forse perché la stessa esistenza che si sta faticosamente costruendo addosso è già di per sé continua bugia.
Oltre ad essere bugiarda, la giovane Levin è pertanto “piccola, troppo piccola” nel senso di meschina, una persona che non ha neanche il coraggio di dirsi la verità.
In più, è presuntuosa e vanitosa. Presuntuosa perché si riconosce estremamente sensibile e d’elevata nobiltà d’animo, vanitosa perché ama l’elogio, anzi, ne ha proprio “bisogno” - la necessità di sentirsi accettata è manifestazione eclatante di quella sua profonda insicurezza che la porta a cercare di “attirare e conquistare, senza distinguere”. D’altro canto, Rahel rifiuta il rimprovero, non tanto per orgoglio quanto per quella debolezza interiore che, provata dall’eventuale biasimo, non può fare a meno di ignorarlo, di lasciarselo scivolare addosso: “E’ sorda”, scrive Hannah.
E’ curiosa nell’accezione negativa del termine, è bramosa di stabilire relazioni con gli altri perché avida di integrarsi, assimilarsi, sentirsi finalmente uguale agli altri: Rahel ha “fame di persone”. E tuttavia quello che sembra riuscirle meglio, anche se “parla con chiunque di qualsiasi cosa”, è il carteggio intellettuale, unico vero dialogo attraverso il quale la giovane Levin sembra confrontarsi con se stessa prima che con l’altro, lasciandosi andare a lamenti e confessioni che non sono altro se non estrema richiesta di attenzioni, come per dire: guardatemi, consideratemi, io sono come voi. Vuole essere conosciuta, ascoltata, compresa, perché “essere capiti è la vera e propria felicità del dialogo (…). Quante più persone la capiranno, tanto più reale diventerà ”. Per questo è pronta ad essere indiscreta, a mostrare senza pudore né esitazione le sue lettere, “perché non ha segreti”, o meglio questo è quello che vuole far apparire. Un esibizionismo sfrenato che si fa al tempo stesso autoconvincimento di non avere segreti, un autoconvincimento che inevitabilmente non può sortire il proprio effetto: Rahel non può illudersi di sfuggire al suo destino, alla sua identità originaria, alla sua ebraicità – eccolo il segreto da non rivelare mai: essere una <<Schlemil o una ebrea>> (Rahel Varnhagen).
Dunque Rahel è una donna che non ripone fiducia negli altri, tutt’altro: “si aspetta sostanzialmente da tutti gli uomini le stesse cose”, il che equivale proprio a non aspettarsi niente da nessuno. E d’altronde da chi se lo dovrebbe aspettare, se non è capace di aspettarsi qualcosa nemmeno da se stessa (“…impreco e intorbido me stessa”), se addirittura si reputa “l’unica creatura che rovina tutto” rovinando, per l’appunto, prima e insieme a quel ‘tutto’ se stessa?
E’, in conclusione, una donna sola, abbandonata persino dal ricordo. Malgrado non sia mai, infatti, sprovvista di una compagnia maschile (i vari “celebratori di lodi” Veit, Brinckmann, Burgsdorff…), tuttavia la Levin non è mai amata. Non è vero amore quello che investe nell’altro, né tanto meno quello da cui è investita. Tant’è che la stessa memoria, costretta da Rahel a cancellare la sua origine e dunque privata della sua funzione e sottoposta ad una razionalità intransigente, sembra rifiutarsi di svolgere oltre il suo lavoro; e dunque quella ragazza che si ostina a dimenticare da dove viene, non riesce infine a “ricordare più nulla”.
C’è da dire che la Arendt, per quanto riavvisi in Rahel l’emblema della mancata volontà di emancipazione del popolo ebraico nella sua totalità che china la testa all’assimilazione rinunciando alla propria identità, pure trova in lei alcune qualità. Tuttavia il loro carattere è esclusivamente “formale”. Rahel è intelligente, attenta e passionale. Inoltre, scrive Hannah, non vuole osare per non “offendere la dignità dell’uomo”; nei confronti dell’altro sesso Rahel, infatti, esibisce un “doppio atteggiamento”: vorrebbe mantenerne il distacco, ma finisce inevitabilmente in un coinvolgimento che deriva dalla sua indole a giudicare, a pensare, a guardare “con sguardo penetrante”.
A questo punto, mi permetto di aggiungere un aspetto alla descrizione fatta finora del personaggio: Rahel è una donna moderna. Moderna perché, pur impoverita sgradevole e ignorante come dice Hannah, riesce a mettere in piedi un salotto di dibattito intellettuale (consuetudine, certo, molto praticata all’epoca). Moderna perché non si lascia spaventare dalla sua condizione di ‘doppia minoranza’ (è una donna e per giunta ebrea) ma reagisce a modo suo - giusto o sbagliato che sia. Moderna infine anche perché, possiamo dirlo?, contraddittoria: ammaliante conversatrice e vittima da consolare, grande dissimulatrice e anima straziata dal dolore, testarda, ostinata e decisa a raggiungere con ogni mezzo il suo scopo (magari effimero, questo sì).
Tuttavia, questo barlume di positività attribuibile non basta a riscattare la sua problematica parabola esistenziale: il personaggio di  Rahel resta inevitabilmente tragico. Non amata, non ricca, non bella, non colta e, aggravante non insignificante, fondamentalmente sola.
Sola a combattere contro se stessa.

 

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Hannah Arendt
Titolo: Rahel Varnhagen – Storia di una donna ebrea
Casa editrice: Net-Il Saggiatore
Anno di pubblicazione: 1959

{tab=Conosci l'autore}

autoreAllieva di grandi maestri della filosofia come Heidegger, Husserl e Jaspers, Hannah Arendt (1906 - 1975) era una giornalista ebrea con uno spiccato talento a livello di scrittura e di pensiero. Emigrata a Parigi a causa delle persecuzioni naziste, nel 1941 si rifugiò negli Stati Uniti che la videro insegnare all'Università di Chicago per poi ospitarla nel 1968 alla New School for Social Research di New York. Dopo il successo de "La banalità del male" sul processo al capo nazista Eichmann, divenne famosa con "Le origini del totalitarismo", una lucida quanto lungimirante analisi sul fenomeno che visse in prima persona e soprattutto sulle sue cause. Fra le tante, da ricordare anche "La vita della mente", la sua ultima opera, di stampo prettamente filosofico.

{tab=Curiosità}
Nel libro, oltre alla suggestiva interpretazione di Lea Ritter Santini e all'interessante postfazione di Federica Sossi, incorniciate da una dettagliata biografia ed una ricca bibliografia, troverete il carteggio fra Hannah Arendt ed il suo maestro-critico Jaspers.

{tab=La citazione}
"Ha un destino solo chi sa quale sia il suo destino e può raccontarlo"

Il concetto clou:  dall'ebraismo non si fugge, "se non sulla luna": non c'è posto al mondo che possa ospitare chi rinnega il proprio destino.

{tab=Recensione}

copertinaNel romanzo“Zuckerman scatenato” l’autore, Philip Roth, oltre alla tormentata vicenda personale di Nathan Zuckerman traccia anche la figura dello stalker rancoroso, che appare così come descritta nella classificazione di Mullen e Pathè e che nel libro è splendidamente impersonata da Alvin Pepler.
E’ bene ricordare, prima di proseguire nella narrazione, che gli stalkers rancorosi sono individui fermamente intenzionati a perseguire i loro piani punitivi, ritenendo giustificati i comportamenti molesti. Le azioni che intraprendono non sono solamente dirette alla semplice vendetta ma anche alla riabilitazione ed alla rivendicazione delle loro ragioni, creando nella vittima uno stato di paura e tensione.
Nathan Zuckerman è uno scrittore che un giorno diviene di fama mondiale in seguito alla pubblicazione di un romanzo che ha per protagonista Gilbert Carnovsky, un personaggio scandaloso per il mondo ebraico, talmente indegno da attirare sull’autore il biasimo di tutta la comunità alla quale lo scrittore stesso appartiene. Ma non solo, i lettori confondono Carnovsky con Zuckerman considerando il libro un romanzo autobiografico.
Già nelle prime pagine del racconto fa la propria comparsa Alvin Pepler, ex marine, ex concorrente di un quiz televisivo, il quale, come scopriremo poi, ritiene Zuckerman responsabile di avergli rubato l’idea del romanzo.
Di grande effetto il momento in cui Pepler cerca di stabilire una relazione comunicativa con Zuckerman. Lo scrittore si trova seduto all’interno di una tavola calda, immerso nei suoi pensieri ed intento a scorrere il menù del ristorante, quando all’improvviso gli si avvicina Alvin Pepler, a lui sconosciuto, dicendogli: <<Mi Scusi. Volevo solo ringraziarla>>.
Pepler dimostra nei confronti di Zuckerman un interessamento eccessivo, pressante, chiaramente volto ad ottenere il controllo del rapporto da instaurare e quindi della vittima. Usa la tecnica della condivisione dell’esperienza e dei troppi dettagli per cercare di abbassare le difese dell’interlocutore. Dice Pepler: <<Quello che rende la cosa incredibile è che anch’io sono di Newark>>, e ancora: <<Nato e cresciuto. Lei se ne andò nel quarantanove, giusto?...>>. Lo scrittore mostra perplessità: <<Zuckerman ordinò il suo sandwich e una tazza di tè. Come fa a sapere che me ne sono andato nel quarantanove? da “Life”, immagino>>. Pepler non si ferma alla condivisione dell’esperienza, esercitando nei confronti del proprio bersaglio un assedio spietato, falsamente amorevole, come appare nella scena del gelato: <<E poi, improvvisamente, guardò Zuckerman con la stessa tenerezza di un padre in gita col proprio figlioletto. –Ci vuole sopra i canditi, Nathan?>>.
Proprio come un gelato al gusto di fragola e limone, dopo il sapore dolce Pepler fa assaggiare a Zuckerman la sua parte acida, con questa telefonata anonima e ricattatoria che merita essere citata per comprendere appieno la condotta dello stalker e l’accuratezza delle informazioni che riesce a raccogliere sulla vita della propria vittima.
<<- Non riattaccare, Zuckerman. Non riattaccare, se non cerchi rogne… …Ho un messaggio importante per te, Zuckerman. Sarà meglio che ascolti attentamente.>>
<<- Chi parla?>>
<<- Voglio una parte di quei soldi.>>
<<Quali soldi?>>
<<Piantala. Tu sei Nathan Zuckerman, Zuckerman. I tuoi soldi.>>
<<Guardi, questo non è divertente, chiunque lei sia>>…..
<<Tua madre vive a Miami Beach, al 1167 di Silver Crescent Drive. Abita in un condominio, di fronte all’appartamento della tua vecchia cugina Essie e di suo marito, il signor Metz, il giocatore di bridge. Loro stanno al 402, tua madre al 401. Una donna delle pulizie di nome Olivia viene tutti i martedì. Il venerdì sera tua madre cena con Essie e il suo gruppo al Century Beach. La domenica mattina va al tempio ad aiutare col bazar. Il giovedì pomeriggio c’è il suo club. Si siedono intorno alla piscina e giocano a canasta: Bea Wirth, Sylvia Adlerstein, Lily Sobol, la cognata di Lily, Flora, e tua madre. Altrimenti va a trovare il tuo vecchio nella casa di cura. Se non vuoi che tua madre sparisca, ascolta quello che ho da dire e non perdere tempo a ironizzare sulla mia voce. Si dà il caso che questa sia la voce con cui sono nato. Non tutti sono perfetti come te.>>
<<- Chi parla?>>
<<- Sono un tuo ammiratore. Lo ammetto, nonostante gli insulti. Sono un tuo ammiratore, Zuckerman. Sono uno che ha seguito la tua carriera per anni e anni, ormai. Ho aspettato a lungo che tu sfondassi. Sapevo che un giorno sarebbe successo. Doveva succedere. Tu hai un vero talento. Li fai vivere, i tuoi personaggi. Anche se, francamente, non credo che questo sia il tuo libro migliore.>>
Le informazioni che Pepler assume sul conto del proprio obiettivo, in questo caso la madre dello scrittore, non sono casuali ma ben orientate e messe tutte insieme a formare un accuratissimo dossier. Questo ci fa pensare all’enormità di tempo ed alle energie che lo stalker è disposto ad impegnare per raccogliere notizie sui propri bersagli.

Ecco, infine, che in un dialogo tra Zuckerman e Pepler, il persecutore mostra tutto il rancore provato nei confronti dello scrittore, accusandolo appunto di avergli rubato l’idea del romanzo. Dice Pepler: <<…Perché ha avuto nella vita tutte le occasioni possibili e immaginabili! Mentre quelli che non le hanno avute, ovviamente non potevano!...>>, <<…Le ossessioni che ha descritto, guarda caso, erano le mie, e che lei lo sapeva…. Che lei lo ha rubato!>>
<<- Che io ho fatto cosa? Rubato cosa?>>
<<- Dalle cose che mia zia Lottie disse a sua cugina Essie, che le disse a sua madre, che le disse a lei. Di me. Del mio passato.>>

Alvin Pepler impersona in maniera perfetta lo stalker rancoroso; percepisce se stesso come vittima di un’ingiustizia, sentendosi per questo motivo legittimato nel compiere il proprio comportamento molesto, creando paura e tensione nei confronti di Nathan Zuckerman, ritenuto responsabile di avergli rubato l’idea del romanzo. E’ così che lo scrittore capisce che il termine “bersaglio” è qualcosa di più di un semplice modo di dire.

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Philip Roth
Titolo: Zuckerman scatenato
Casa editrice: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2005

{tab=Conosci l'autore}

autorePhilip Roth, nato a Newark (New Jersey) nel 1933, vince il premio Pulitzer nel 1997 e nel 2002 riceve la Gold Medal per la narrativa, il più alto riconoscimento dell’American Academy of Arts and Letters. Figlio di piccoli borghesi, ebrei osservanti, ha fatto oggetto della sua narrativa la condizione ebraica, proiettata nel contesto urbano dell’opulenza americana. Il romanzo “Zuckerman Scatenato” è stato definito dal “The New York Times Review of Books” un capolavoro, “…sicuro in ogni suo tocco, trasparente ed essenziale come un vaso di cristallo”.

{tab=Curiosità}
Zuckerman è stato rappresentato sul grande schermo in La macchia umana, nel 2003, regia di Robert Benton, con Antony Hopkins e Nicole Kidman. La parte di Zuckermann è interpretata da Gary Sinise.

{tab=La citazione}
non sono presenti citazioni

http://scritture.blog.kataweb.it/files/2007/07/zuc.jpgcopertina

{tab=Recensione}

copertinaNon so come succede, come ogni volta si ripete il “miracolo”. O meglio, non so perché succede sempre. Immaginate la scena: entrate in una libreria, magari in un giorno pieno di sole, i cui raggi però non riescono proprio a penetrare il muro grigio che vi siete edificati intorno all’anima, volete curiosare, magari appoggiarvi ad un muro o sedervi su un divanetto e  sfogliare qualche pagina, tanto per distrarre i vostri pensieri da QUEL punto che vi tartassa, magari non avete l’intenzione di comprarvelo un libro (cosa sulla quale si potrebbe discutere: perché “comprare”, quindi “pagare”, un libro, soprattutto visti i prezzi degli ultimi tempi?! “I libri sono idee. Dovrebbero circolare liberamente nella società. Essere gratis o costare poco. Pensare che il sapere sia riservato a quelli che possono comprarlo è assurdo. Il sapere è universale”. Quindi “un libro non si compra, si recupera”[G. Belli]….;) ; quand’ ecco, sentite uno sguardo che si appoggia su di voi, un richiamo, quasi un flusso che vi circonda…abbassate gli occhi… ed eccolo lì. Il vostro sguardo si posa su una copertina discreta, sulla quale trionfano un nome ed un titolo: le vostre mani si muovono convulsamente, prima titubanti, poi frenetiche su quel mattoncino di carta; cominciate  a scoprirlo, ad interessarvi; magari appartenete  anche  a quella categoria di folli che leggono le prime frasi e  poi volano all’ultima pagina a memorizzare le ultime righe e cominciano ad immaginare da soli quello che succede nel cuore di quei due estremi(…si confesso, sono adepta della setta che professa questa cerimonia…!). E così è successo di nuovo. Uscite con il vostro pacchetto, alleggeriti nell’anima da quel grigiore che vi attanagliava poco prima e, arrivati nel vostro posto ideale, vi mettete a leggere. Meraviglioso. Ed è proprio così che mi sono ritrovata tra le mani il libro di cui voglio parlarvi: “La donna abitata” (“La mujer habitada”), opera della nota scrittrice nicaraguense Gioconda Belli, combattente appartenente al fronte nazionale di liberazione sandinista(FSLN, Frente sandinista de liberación nacional, movimento rivoluzionario e partito politico nicaraguense d’ispirazione marxista) contro la dittatura somozista (appoggiata da Ronald Reagan per altro…toh…l’onnipresente USA..!!) che mieteva vittime in Nicaragua, autrice di altri meravigliosi libri, tra cui ”Il paese sotto la pelle. Memorie di amore e guerra” (che, permettetemi, nel suo titolo originale rende molto di più, e chi si è innamorato della musicalità spagnola può capirmi”El paìs bajo mi piel”), “Waslala”, “Sofìa dei presagi”, e di molte poesie alcune edite nella raccolta “L’occhio della donna”.  

L’ho aperto. Mi sono lasciata rapire. Riscatto inesistente. Non voglio più tornare. Già dalla prima frase ho capito che sarebbe stato un incontro indimenticabile.

Questo romanzo è la storia di un incontro, di una conoscenza, profonda ed inconsapevole al contempo, tra due donne, Lavinia  ed Itzca: due meravigliose creature che vivono , in due epoche diverse, l’identico dramma di dover lottare per liberare la propria Patria, affermare la loro posizione di combattenti, amanti e strateghe, sebbene appartenenti alla categoria del così detto gentil sesso. Itzca è una guerriera inca che si batte contro l’invasione del “biondo” spagnolo: è una donna che decide di lottare al fianco del suo uomo, Yarice, rinunciando alla tranquilla vita fatta d’attesa, di illusione di ritorno ad un’epoca felice; segue il suo Amore, il suo istinto, lottando anche contro il ferrato maschilismo che contraddistingue i capi della sua tribù; rinuncia alla sua tranquillità, ma non si piega alla prostituzione per evitare la morte, all’imposizione di una religione che cancella le sue origini per evitare la schiavitù. E lotta. Si trova a dover sacrificare anche parte della sua femminilità: è una di quelle coraggiose che si nega la maternità per non regalare schiavi agli spagnoli, che soffre quando impone il rifiuto al suo uomo e lo sente gridare di dolore come un animale ferito. E dopo 25 primavere di vita e molte lune passate a  lottare nei boschi, Tatloca la chiama a sé: il dio al quale è consacrata la accoglie tra le sue braccia, facendola cadere nel suo letto d’acqua ferita durante l’ennesima imboscata tesa dall’invasore. E lei rinasce. Il suo soffio vitale, i suoi pensieri, le sue emozioni scorrono ora in un albero di arance, nelle sue foglie, nel succo dei suoi frutti. Ed è così che avviene, come una mistica comunione, l’incontro tra lei e Lavinia, sua immagine speculare dei tempi moderni, la quale vive in una città centroamericana, che raccoglie, anche nel suo nome, tutte le contraddizioni della vita: Faguas, agua y fuego, acqua e fuoco, distrutta dalla feroce dittatura dei Grandi Generali. Itzca entra nel sangue di Lavinia attraverso il succo delle arance, e così la sua antica saggezza  e la sua forza la guidano, come un impulso profondo e sconosciuto, aiutandola a prendere coscienza di se stessa e delle sue azioni. Lavinia entra in contatto con il Movimento di Liberazione Nazionale attraverso Felipe, novello Yarice, un uomo che emana vibrazioni selvagge e remote: i loro corpi, le loro anime, le loro strade, non possono che incontrarsi, scontrarsi, intrecciarsi, trovando un’intesa profonda ed unica. Anche Lavinia si scontrerà contro il muro del maschilismo, per altro malcelato, di questa società così moderna, eppure ancora così ancorata a stilemi antichi ed inutili; lotterà contro l’indifferenza della gente e contro le convenzioni sociali  ipocrite e limitanti, soprattutto della classe aristocratica alla quale appartiene; rafforzerà la sua posizione indipendente , entrerà nelle fila del Movimento, combatterà per abbattere la dittatura e cambiare le sorti del suo Paese, sacrificherà la sua vita sull’altare del supremo valore della Libertà in nome dell’eterno ideale della giustizia sociale e dell'amore verso gli oppressi: e al culmine del suo sacrificio sentirà una forza antica scorrerle dentro, scuotendola nelle radici più profonde del suo essere.

La Belli ci racconta una storia meravigliosa, con uno stile che circonda, rapisce, ponendoci davanti ad una realtà estrema, per altro piuttosto autobiografica: sembra di sentirla la sua penna che scivola veloce sul foglio, disegnando i contorni di situazioni e personaggi molto coinvolgenti. Il ritmo incalzante non permette distrazioni. Tutto rapisce. E’ un libro che lascia il segno, uno di quelli che si fa sottolineare, stropicciare, vivere; uno di quei libri che non poteva non insegnare qualcosa, lasciando una traccia importante in chi lo legge. E questo perché quello che abbiamo tra le mani è un vero e proprio inno alla Vita, un omaggio alla Giustizia, un’offerta alla riscoperta della Femminilità, della Sensualità e a tratti dell’Erotismo come atto rigeneratore e creativo, una riscoperta di tutti quei valori e quelle sensazioni che ci fanno sentire parte integrante di un tutto armonico che scorre, ma non permette di dimenticare.

 

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Gioconda Belli
Titolo: La donna abitata
Casa editrice: Super E/O prima edizione Tascabile
Anno di pubblicazione: 2006

{tab=Conosci l'autore}

autoreGioconda Belli (Managua, 9 dicembre 1948) è una poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense. Ha al suo attivo quattro libri di narrativa, nei quali vengono esplorati alcuni temi ricorrenti, come le vicissitudini politiche del suo paese e la lotta sandinista, il femminismo e l'emancipazione della donna, il rapporto tra l'america precolombiana e il sudamerica attuale, e un certo livello di misticismo. È anche autrice di diverse raccolte di poesie, caratterizzate da una poetica sensuale e femminile.

{tab=Curiosità}
Non ci sono curiosità

{tab=La citazione}
Non sono presenti citazioni

{tab=Recensione}

copertina "Le Ragazze di Ventas” , titolo originale “La voz Dormida”, è l’esempio di come la ricerca della Verità, associata a Passione e ad Amore per la Storia, possa portare a quello che definirei un capolavoro.

Dulce Chacòn ci accompagna alla scoperta di quella Verità per troppo tempo volutamente omessa, riposta in fondo al cassetto chiuso dei momenti da dimenticare: la Resistenza spagnola contro Francisco Franco. Una Verità scomoda, che riapre ferite che la Spagna, e l’Europa in generale, hanno maldestramente tentato di risanare. Ancora una volta la ferita è troppo profonda e i punti di sutura, fatti di omertà, voglia di dimenticare, oscurare, ricominciare distruggendo e non facendo tesoro di quanto gli eventi insegnano, sono troppo deboli. La Verità vuole uscire. E lo fa attraverso le pagine di questo romanzo meraviglioso, esplodendo come un urlo imponente e liberatorio, come uno scroscio di pioggia fredda ed impertinente, che ti bagna, ti attraversa, ti coinvolge intimamente.

Perché la Storia non può lasciare indifferenti, meno che mai quando le sue protagoniste sono Donne: mogli, amanti, madri, nonne, bambine, adolescenti. Ma soprattutto guerrigliere. Donne che hanno combattuto per affermare la Repubblica e la Democrazia in una Spagna piegata dalla dittatura fascista ed oscurantista di Franco.

Hortensia, condannata a morte perché comunista dell’Agrupaciòn Guerrillera de Extremadura y Centro, che ha combattuto al fianco del suo amore Felipe con le armi strette nel pugno chiuso in nome della Libertà. Rinchiusa a Ventas, dove darà alla luce Tensi, e morirà poco dopo urlando “Viva la Repubblica” e guardando negli occhi il suo boia, senza piegarsi a rinunciare ai suoi ideali. Hortensia che morirà senza aver riabbracciato il suo amore, braccio destro di Paulino, il Chaqueta Negra, capo dei guerriglieri datisi alla macchia, alla Resistenza nei boschi. Lei, che lascerà sua figlia Tensi alla sorella Pepita, la quale la crescerà leggendole i quaderni che Hortensia ha scritto in carcere.

Pepita, che non ama la politica, non ama ciò che non capisce, perché è la politica con la guerra e la Resistenza che l’ha portata via da Cordoba, che l’ha strappata dall’amore di sua sorella, che l’ha condannata a stare venti anni lontana dal suo uomo, Paulino nascosto sui monti, Fuggito in Francia e, una volta tornato, rinchiuso nel Carcere Centrale di Burgos. Paulino che cambia identità, che non è più il Chaqueta Negra, ma è Jaime Alcantara, che non verrà condannato a morte e sposerà il suo amore, Pepita. Lei, avvolta inconsapevolmente dalla tela di un “ragno peloso”, che è la politica: farà da staffetta e messaggera per i guerriglieri, rischierà la sua vita, vedrà Felipe morto durante un’imboscata dei falangisti senza che abbia potuto amare ancora una volta Hortensia e aver conosciuto Tensi, il frutto di quell’amore. Perché Felipe, che si chiamava Mateo, è morto per salvare i suoi compagni e il Chaqueta Negra. E per salvare Celia, la ragazzina di 16 anni che prima si chiamava Elvira ed è la sorella di Paulino, evasa da Ventas, dove divideva la cella con Hortensia “che stava per morire”; con Reme, che l’abbracciava e l’amava come fosse figlia sua, che ha una sedia di paglia e un marito, “povero Joaquin”, che la aspetta per amarla nel loro letto, che entrerà di nuovo nel Partito; con Tomasa, che ha una storia nel cuore di cui non parla, che non potrà salutare Hortensia prima che venga uccisa perché verrà lasciata per mesi in isolamento, che chiede del mare, perché è nel mare che si trova il suo cuore e il suo dolore; con Sole, che evaderà con l’aiuto di Felipe e Paulino da Ventas per ritrovare sua figlia, che ha perso un occhio perché non ha tradito: i militari della Guardia Civil glielo hanno strappato dall’orbita e ora è costretta a celarsi dietro un paio di lenti scure. Sole, che aiuterà Hortensia a partorire e Tomasa a sopravvivere, che fuggirà con la figlia Amalia in Francia attraversando i Pirenei a piedi. Sole che non tornerà più. Mai più.

A queste donne, a queste Storie, a queste Vite, è dedicato l’ultimo romanzo della Chacòn, deceduta nel 2003, un anno dopo la pubblicazione dell’opera, a 49 anni. Un romanzo senza dubbio emozionante, soprattutto perché ciò che viene narrato è stato raccontato all’autrice proprio da quelle donne che hanno vissuto questo orrore. Vicende umane meravigliosamente intrecciate tra loro, piene di attesa, paura, coraggio, amore. Nomi che la Storia non può e non deve dimenticare, vite di cui si deve parlare, per non cedere di nuovo alle barbarie, per sentirsi sempre più radicati alle radici del proprio Popolo, del proprio Paese, ancora una volta fare della Storia una maestra di vita. Perché il Silenzio, come il Dolore, ti schiaccia nella morsa del Tempo, che non ha premura, e i racconti, le Parole, sono l’unico mezzo per far rivivere queste memorie, per farle resistere.

E “Resistere è Vincere”.

 

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Dulce Chacòn
Titolo: Le ragazze di Ventas
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione: 2002

{tab=Conosci l'autore}

autoreDulce Chacòn è nata a Zafra il 3 Giugno del 1954. Nata in una famiglia aristocratica, storicamente conservatrice, di destra, subito si è rivelata molto legata agli ideali progressisti, in ampio contrasto con l’impronta familiare. Scrittrice impegnata nel sociale, si è, ad esempio, battuta per i diritti delle donne che patirono la carcerazione nel periodo della repressione franchista, si è apertamente schierata nel 2003 contro la guerra in Iraq, dove si recò personalmente con altri esponenti della cultura progressista spagnola e qui collaborò con alcune associazioni per la difesa dei diritti umani; da sempre attenta all’educazione dei giovani, era profondamente convinta del ruolo fondamentale della cultura come guida degli adolescenti nel loro diventare Uomini, si preoccupava di far accendere in loro l’amore per la letteratura, non applicando i metodi coercitivi scolastici. Fu autrice prolifica: scrisse romanzi, poesie, opere teatrali, vincendo numerosi premi di concorsi letterari, tra cui “Miglior Libro dell’Anno” nel 2002 in Spagna proprio con “La Voz Dormida”. Molte delle sue opere sono dedicate alla ricostruzione della memoria storica del periodo della guerra civile e della dittatura franchista. Nell’ottobre del 2003 le venne diagnosticato un cancro ormai in stato avanzato, e nel dicembre dello stesso anno si spense lasciando un vuoto culturale incolmabile.

{tab=Curiosità}
Per dar vita a questa sua ultima opera la Chacòn ha viaggiato per circa quattro anni per tutta la Spagna, raccogliendo quelle storie che poi andranno a comporre questo monumento alla Verità.

{tab=La citazione}
Non sono presenti citazioni

Studio di Psicoterapia MenteSociale

studio mix

Indirizzo: Via dei Castani 170, 00171 Roma
ideaCon i mezzi pubblici lo Studio è vicino a: metro C fermata Gardenie, Tram 19 e Tram 15, numerose linee di bus

Email: info@mentesociale.it

Telefono: 0664014427

ORARI DI SEGRETERIA ED APERTURA AL PUBBLICO:
Lunedì dalle 10.00 alle 13.00
Martedì dalle 10.00 alle 13.00  (anche Sportello Psicologico)
Mercoledì dalle 17.00 alle 20.00
Giovedì dalle 10.00 alle 13.00 (anche Sportello Legale)
Venerdì dalle 10.00 alle 13.00
ideaIn altri orari o giorni è possibile lasciare un messaggio in segreteria, sarete ricontattati il prima possibile.

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.