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Pillole di Libri

Libri da leggere, libri da scoprire...
In questa sezione vi proponiamo alcuni testi che abbiamo amato o che ci sembra interessante condividere e far conoscere. 

 

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copertinaNelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.
E. Montale, meriggiare pallido e assorto, tratto da Ossi di Seppia, Mondadori, 2003

Niente di più efficace che questi versi di Eugenio Montale per descrivere la società di massa. Oggi come non mai vi è una stretta correlazione tra l’uomo e le formiche rosse descritte nella splendida quartina. Gran parte dell’umanità “civilizzata” è quotidianamente impegnata in una febbrile quanto confusa rincorsa, tutto si svolge in maniera veloce, la società pretende rapidità: è questa l’era del turbocapitalismo. L’analista politico – militare Edgar Luttwak ci avvisa che siamo tutti sopra un aereo guidato da un pilota automatico, che acquista sempre più accelerazione ma non si sa dove è diretto.
In questa società apparentemente ordinata ma fondamentalmente caotica si è perso di vista il prossimo. Tendiamo a costruire intorno a noi una gabbia che ci isola e ci difende dall’altro, sia esso il vicino di casa o, addirittura, il figlio, il coniuge, il genitore. Non mancano i casi di cronaca scaturiti da questa condizione.
Scerbanenco aveva colto il cambiamento in corso negli anni ’60 del secolo scorso: una trasformazione che riguardava l’intera società e che di conseguenza interessava anche la maniera di condurre le indagini, le azioni criminali ed i comportamenti delinquenziali.
Proprio in una società che sta iniziando ad incrinarsi è ambientato il libro “I milanesi ammazzano al sabato”. Lo scenario nel quale si muovono i personaggi del noir è l’Italia dei primi elettrodomestici e della corsa alla motorizzazione, di massa anche questa. Sullo sfondo si scorge una Milano insolita, priva della caratteristica nebbia, lontanissima dalla sfolgorante Milano “da bere”; una città in qualche modo amara, così come amara è la vicenda narrata.
L’investigatore è il Commissario Luca Lamberti, medico radiato dall’ordine per aver praticato un’eutanasia, quindi arruolatosi in polizia. Lamberti si trova davanti un’indagine triste e complessa, così come possono essere solo quelle che hanno per vittime persone oggettivamente deboli. Si tratta del rapimento di una ragazza fragile che brutali personaggi privi di scrupoli, approfittando della sua minorità mentale, la inducono a prostituirsi per poi sbarazzarsene nel momento in cui è considerata inutile.
Lamberti dovrà far luce su un caso che racchiude molti drammi: quello di una ragazza bellissima affetta da ritardo mentale, elefantiasi ed ipererotismo; quello di un padre disperato che non riesce a comprendere la lentezza operativa dell’investigazione; quello del poliziotto stesso che, come don Chisciotte, lotta contro i mulini a vento; quello di una città che un giorno, svegliandosi, scopre di non essere più quella di prima; ma soprattutto il dramma di una famiglia che, come accade anche oggi, si ritrova da sola ad affrontare il disagio della malattia mentale. “Vi sono nel mondo centinaia di famiglie, forse migliaia, decine di migliaia, che si tengono in casa figli malati di mente o deformi, focomelici, epilettici, o con perversioni sessuali, dementi. Se li tengono in casa, specialmente se sono povere famiglie, poveri genitori, o di media agiatezza, i ricchi di solito li chiudono nelle cliniche, loro invece nascondono in casa quella che in fondo considerano, oltre che una disgrazia, una vergogna, imboccano giovanotti di venti anni che fanno ancora la pipì a letto, portano in carrozzella mongoloidi ottusi di dodici anni che pesano cento chili e non sanno ancora camminare; si dissanguano per tenere nascosta la disgrazia, per ammorbidirla, per farla apparire agli amici, e ai vicini e conoscenti, come una malattia un po’ lunga, o una cosa normale anche se triste.”

Scerbanenco, amaramente, va anche a toccare tasti dolorosi per chi vive tutti i giorni la realtà delle investigazioni e quanto scriveva quaranta anni fa a maggior ragione vale ancora oggi. E’ cambiato l’hardware, adesso esistono sistemi di comunicazione e banche dati telematiche impensabili in quel periodo, ma le difficoltà pratiche che l’investigatore incontra quotidianamente sono rimaste identiche. Così come appare statica la situazione della giustizia, tanto che quello che l’autore narrava negli anni ‘60 potrebbe essere benissimo l’argomento di conversazione carpito questa mattina, tra due persone, alla fermata dell’autobus: ”Anche l’avessero preso subito, il criminale che l’aveva così mostruosamente uccisa avrebbe avuto pochi anni di condanna, che sarebbero divenuti sempre più pochi in seguito ad amnistie, condoni e grazie varie, e così lo si sarebbe poi rivisto, dopo poco, in giro per qualche baruccio di via Torino o intorno a largo Cairoli, con le basette profilate da uno dei primi parrucchieri di Milano, e con in tasca un centomila estorte a qualche disgraziata a cui erano piaciute quelle basette, quegli occhi da gallina, quel mento sfuggente e quella bocca diritta da cattivo.”
Dopo aver letto questo libro non si rimane quelli di prima, la storia incide profondamente l’anima del lettore: lascia il segno, è un contenitore di pensieri, da meditare e portare con sé.

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Autore: Giorgio Scerbanenco
Titolo: I milanesi ammazzano al sabato
Casa editrice: Garzanti (collana Gli Elefanti)
Anno di pubblicazione: 1999 (Prima ed. 1969)

{tab=Conosci l'autore}

autoreNato nel 1911 a Kiev da madre italiana e padre ucraino, il vero nome è Vladimir Scerbanenko, si può considerare il punto di riferimento di tutti gli scrittori italiani del genere noir. Arriva in Italia da bambino, accompagnato dalla madre, in seguito alla fucilazione del padre avvenuta durante la rivoluzione russa. In Italia svolge lavori di operaio tornitore, magazziniere, milite della Croce Rossa. Dopo la seconda guerra mondiale inizia a scrivere collaborando con periodici femminili, dapprima come correttore di bozze, poi come autore di romanzi rosa sino a divenire direttore. Nella sua carriera scrive circa novanta romanzi ed un migliaio di racconti. E’ l’ideatore della figura del Commissario Duca Lamberti.
Nel 1968 con il libro “Traditori tra tutti” (1966) vinse il Grand Prix de Littérature Policière. Muore a Milano nel 1969.

{tab=Curiosità}
Nel 2008, ispirandosi a questo romanzo, gli Afterhours hanno intitolato un loro album I milanesi ammazzano il sabato.

{tab=La citazione}
non sono presenti citazioni

{tab=Recensione}

copertinaSoli sette euro mi permisero l’agognata appropriazione del volume della Bompiani firmato Diego Marani. Ricordo che era sera, se non addirittura notte inoltrata, quando aprii per la prima volta questo libro, intonso… ancora per poco. A vederlo oggi sembra un cimelio di qualche epoca lontana, oppure un ricordo di un devastante saccheggio: pagine e pagine sottolineate, scritte, segnate e soprattutto… con i lembi piegati. Ogni volta che noto una frase o un passo spettacolare, davvero degno di nota, uso piegare l’orlo della pagina che lo contiene, come per voler intendere che ne ho in pugno il significato. Neanche a dirlo, il mio "Nuova grammatica finlandese" è ormai accartocciato in mille pieghe! Lo stile dell'autore è straordinario: con il suo elegante plasmare la lingua italiana, Marani cattura inevitabilmente il lettore, lo rapisce e lo incanta.

Per quanto riguarda la struttura del libro, dopo la dedica c’è un piccolo paragrafo scritto in finlandese, che ha tutta l’aria di essere una citazione, ma non azzardo a pronunciarmi, data la mia completa ignoranza circa questa lingua nordica. E’ vero che per un’impercettibile frazione di secondo, nella mente del lettore balena un legittimo dubbio: e… se fosse davvero una grammatica finlandese? E allora le dita corrono veloci, ansiose di sfogliare le pagine e scoprire, per fortuna, l’elegante scintillìo della lingua italiana.

“Nuova grammatica finlandese” è la storia di un uomo. Un uomo sfortunato. Chi? E’ la prima domanda che si porrebbe chiunque, ma che non trova risposta se non verso le ultimissime pagine del libro. E’ un uomo che si risveglia in ospedale senza ricordarsi assolutamente nulla, preda di un vuoto spaventoso da cui deve riuscire a rintracciare, in qualche modo, la sua intera vicenda esistenziale, la sua identità. Un incubo, dite? Ma il peggio deve ancora venire: quest’uomo non sa parlare. No, non è muto, né incredibilmente analfabeta, né uno yeti o un uomo primitivo venuto da chissà dove. E’ soltanto un uomo che ha perso la memoria, tutta, persino quella linguistica. Dalla sua bocca non riescono ad uscire parole, la sua lingua non sa schioccare sul palato per pronunciarle, la sua mente non è in grado di trovare frasi da esprimere… Una tragedia. Una vera tragedia.

Il primo personaggio che incrocia il suo destino con quello dello sventurato protagonista è Peter Friari, medico neurologo finlandese, nonché autore del manoscritto –celebre espediente squisitamente manzoniano- da cui questa storia prende vita. Il dottore crede di riconoscere nel suo paziente un compatriota e la medicina con cui lo curerà sarà appunto il patriottismo, un sentimento inculcato forse erroneamente…

Altra figura fondamentale che s’intreccia con la principale è quella dell’infermiera Ilma Koivisto, che tenterà di coinvolgere il pover’uomo in un’improbabile relazione, con conseguente scarso successo. Indimenticabili tanto l’ “albero dei ricordi”, quanto le lettere di Ilma, veri capolavori di una spontaneità a dir poco commovente: “Dimenticare: è l’unica difesa che ci rimane. Nulla che sia dimenticato può più farci del male. Eppure tu sei lì a scorticarti la coscienza per grattarne fuori i frantumi d’una memoria…”

Last but not least, direbbero gli americani, ecco a voi il personaggio dalle mille sorprese: Olof Koskela. Si tratta di un cappellano militare stravagante e ubriacone, che si dedica per  un po’ di tempo al malcapitato allo scopo di insegnargli le tradizioni ed insieme le regole grammaticali di quella che finisce per configurarsi come l’unica vera identità dello sfortunato personaggio principale: la lingua finlandese.

Ecco, “finlandese” è proprio l’aggettivo più giusto, quello che firma l’intero svolgersi della vicenda. E’ lo sviscerato amore che il medico nutre per la sua terra, per la sua gente, per la sua lingua, il vero protagonista di “Nuova grammatica finlandese”; un amore che viene come magicamente insegnato al malcapitato sconosciuto, e che finisce per essere trasmesso persino al lettore. Non sono mai stata in Finlandia. Ora muoio dalla voglia di andarci.

 

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Diego Marani
Titolo: Nuova Grammatica Finlandese
Casa editrice: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2000

{tab=Conosci l'autore}

autore

Diego Marani è nato nel 1959 ed è scrittore, traduttore e glottoteta italiano.
Lavora come traduttore e revisore di testi presso il "Consiglio dei Ministri dell'Unione Europea" a Bruxelles.
Il primo romanzo (in lingua italiana) è Caprice des Dieux, uscito nel 1994.
Il romanzo Nuova grammatica finlandese, ha ricevuto il Premio Grinzane Cavour nel 2001.

 

{tab=Curiosità}
Diego Marani È l'inventore della lingua artificiale chiamata europanto, costituita da un insieme di tutte le lingue d'Europa.

{tab=La citazione}
"Ti lascio la mia storia, lettore, perché tu ne faccia un ricordo. Io che non resterò nella memoria di nessuno, io che da vivo non sono esistito, potrò così morire sognando di essere ricordato"

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Scriveva nell’anno 1470, in una lettera alla madre, Nannina Rucellai, sorella di Lorenzo il Magnifico: <<Se si vuole fare quello che si vuole non bisogna nascere donne>>.

Il pensiero espresso oltre 530 anni fa da Nannina Rucellai è di un’attualità sorprendente. Troppe sono ancora le donne che soccombono silenziosamente al volere del maschio al quale sono legate, sia questo il fidanzato, il padre, l’amante, il marito, il medico, il datore di lavoro. Troppe le donne che ancora sono maltrattate, violentate, uccise in seguito a violenze perpetrate all’interno della famiglia o, come avrebbe scritto una volta il buon brigadiere della Polizia nel rapporto da inviare all’autorità giudiziaria, per futili motivi.

Giuliana Dal Pozzo, nel suo libro dal titolo “Così fragile così violento” fa un’analisi completa della condizione femminile nella nostra società, dove sotto l’apparente manto freddo della normalità quotidiana scorre la lava incandescente della violenza.

L’autrice, che è stata una delle fondatrici dell’associazione nazionale volontarie del Telefono Rosa, descrive numerosi episodi che riguardano la violenza contro le donne e che sono stati tratti da segnalazioni giunte proprio alle volontarie dell’associazione stessa. Ne emerge uno spaccato terribile della condizione femminile, ma ancora più terribile e preoccupante è quanto si legge nella filigrana dei racconti. Qui prende infatti forma la figura di un maschio che, indipendentemente dalla cultura e dallo stato sociale, non riesce ancora a svincolarsi dall’atavico sentimento di predominio che crede di possedere nei confronti della donna, vista non come persona ma bensì come oggetto. Siamo lontani, eppur così concettualmente vicini, agli anni in cui visse Torquato Tasso, [1] uno dei maggiori poeti italiani rinascimentali, che nella Gerusalemme Liberata, a proposito della donna, scriveva: <<Femina è cosa garrula e fallace, vòle e disvòle: è folle è uom che se ‘n fida>>. Non c’è bisogno della trasposizione in prosa per comprendere l’accostamento donna-oggetto.

Il libro di Giuliana Dal Pozzo ci offre una descrizione particolareggiata dei comportamenti d’abuso che subiscono le donne. Il limite delle condotte: la fantasia.

Vi sono descritte storie di donne maltrattate dal fidanzato, alle quali l’amore fa perdere di vista i segnali di pericolo che provengono dal loro principe azzurro; donne maltrattate dal marito, il cui abbraccio protettivo che fa bella mostra nella foto del matrimonio si è trasformato in una morsa che stritola; donne maltrattate dal padre, che nella società odierna ha perso l’orientamento psicologico e non sapendo essere autorevole si rifugia nell’autoritarietà oppure nella latitanza; donne maltrattate dal medico, che approfitta di chi cerca aiuto e guarigione ed invece trova un cinico prof. dott. Tersilli; [2] donne maltrattate dal datore di lavoro, alle quali vengono richieste, per dirla con l’indimenticato Pierangelo Bertoli, “certe prestazioni fuori orario”, [3] oppure vittime di mobbing o del più infido straining. [4]

Giuliana Dal Pozzo analizza anche il fenomeno della pedofilia, riportando un elenco in cui sono sinteticamente riassunti i comportamenti che pone in essere un bambino vittima di un pedofilo e che ricalcano lo schema di Finkhelor e Browne. [1]

L’autrice descrive quindi il comportamento violento degli sconosciuti, suddividendo i soggetti in questione in lupi solitari o di branco: i primi agiscono da soli, i secondi in gruppo, in una forma di complicità esclusivamente maschile. Questi sono individui pericolosi che, per vincere la noia che li assale, possono commettere di tutto, dall’imbrattamento alla violenza sessuale spinta sino all’omicidio. Il libro si chiude con la descrizione dei comportamenti di stalking, esibizionismo, coprolalia telefonica e frotteurismo di cui sempre più spesso le donne sono vittime.


[1] Sorrento 1544 - Roma 1595.
[2] “Il Prof. Dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con la mutua”. Italia 1970 - regia Luciano Salce – Film con Alberto Sordi, Claudio Gora, Evelyn Stewart, Alessandro Cutolo, Ira Furstemberg, Pupella Maggio, Marisa Fabbri, Lino Banfi, Paolo Paoloni. Durata 104 minuti.
[3] P. Bertoli, F. Urzino  “A muso duro”, Ed. Aldo di Lazzaro, 1995, BMG Ricordi Spa.
[4] H. Ege, “Oltre il mobbing. Straining, stalking e altre forme di conflittualità sul posto di lavoro”, Franco Angeli, Milano, 2005.

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Autore: Giuliana del Pozzo
Titolo: Così fragile, così violento
Casa editrice: Editori Riuniti
Anno di pubblicazione: 2000

{tab=Conosci l'autore}

Giuliana del Pozzo è stata direttrice del periodico “Noi Donne” e redattrice del quotidiano “Paese Sera”. Ha pubblicato un’enciclopedia in due volumi su “Le donne nella storia d’Italia”. E’ stata una delle fondatrici dell’associazione nazionale volontarie del Telefono Rosa.

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non sono presenti curiosità

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non sono presenti citazioni

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copertinaLo stalking, una condotta molesta che esiste da sempre ma che solo da poco tempo ha attirato l’attenzione di ricercatori ed investigatori. Pedinamenti, telefonate indesiderate, minacce che una persona, lo stalker, compie nei confronti della propria vittima.

Questo tipo di comportamento, prima che capiti, non è preso sul serio ed è considerato alla stregua di uno scherzo. Poi provoca danni psicologici e non psicologi di un’entità tale che il 20% delle vittime dichiarano di aver avuto propositi suicidi.

Dal punto di vista penale, sino ad oggi, non esiste in Italia un articolo di legge specifico atto a sanzionare tali condotte. A ciò si sta tentando di ovviare con il disegno di legge approvato dal governo in data 22.12.2006 che mira all’introduzione del reato di “atti persecutori”. Con il citato disegno di legge sono state apportate importanti modifiche anche al codice di procedura penale, prevedendo l’applicazione di specifiche misure cautelari atte alla tutela della vittima.

Carofiglio ci offre una descrizione precisa del comportamento di stalking. La vittima è Martina Fumai, una donna con un passato di anoressia e malattia mentale; il persecutore è il suo ex convivente, un soggetto prepotente, ricco e sicuro della sua impunità.

Niente di meglio per comprendere le condotte di stalking, che leggere il seguente brano, un colloquio che l’avvocato Guerrieri, protagonista del libro, intrattiene con l’ispettore Tancredi, un poliziotto che <<…ha l’aspetto mite e un po’ sfigato dei peones messicani di certi film western di serie B, un intuito che di regola si trova solo in certi poliziotti da romanzo, la presa di un pitbull incazzato>> (G. Carofiglio, Ragionevoli dubbi, Sellerio Editore Palermo, 2006),  e suor Claudia, una suora che suora non è.
<< (…) Qualche anno fa questa ragazza conosce uno. Lo conosce dopo un periodo difficile della sua vita, che in realtà non è mai stata facile. Questo tipo sembra il principe azzurro. Gentile, premuroso, innamorato. Ricco. Bello anche, dicono le donne. Praticamente perfetto. Insomma, nel giro di qualche mese vanno a vivere insieme. Fortunatamente senza sposarsi>>.(…)
<<Dopo qualche mese di convivenza lui cambia. All’inizio non è più così gentile; poi comincia a diventare violento, prima solo verbalmente, poco dopo anche fisicamente. In breve la convivenza diventa un inferno. (…)>>.
<<Io dico che non è diventato diverso dopo l’inizio della convivenza. Era così anche prima. Ha solo smesso di recitare perché pensava non fosse più necessario. Ormai lei era sua proprietà. Ha cominciato ad offenderla, poi picchiarla, poi a farle cose che, se vorrà, potrà raccontare lei stessa. Poi ad appostarsi vicino al suo posto di lavoro, convinto che lei avesse un amante. Per sorprenderla. Naturalmente non l’ha mai sorpresa, perché non c’era niente da scoprire. Ma questo non lo ha calmato. Lo ha fatto diventare più cattivo. Quando una sera lei ha detto che non ce la faceva più, e che se quella storia non finiva lei se ne sarebbe andata, lui l’ha massacrata>>. (…)
<<Il giorno dopo lei ha preso un po’ di cose sue, quelle che riusciva a portar via senza aiuto, e se ne è andata  a casa della madre. Abitava in un appartamento suo prima, ma l’aveva lasciato quando era andata a vivere da lui. Da quel momento è cominciata la persecuzione. Davanti all’ufficio. Davanti a casa della mamma. La mattina. La sera. La pedinava. Le telefonava sul cellulare. Telefonava a casa. A tutte le ore del giorno e soprattutto della notte>>.
<< (…) Per due volte è stata picchiata per strada. Una mattina ha trovato la macchina completamente sfregiata con un cacciavite. Una sera la bicicletta, che era nell’androne del palazzo dove abita la mamma, completamente fatta a pezzi. Naturalmente non ci sono prove che sia stato lui. (…) la sua vita è diventata un inferno. Io e le ragazze della comunità cerchiamo di aiutarla. Quando è possibile la accompagniamo e la andiamo a riprendere dal lavoro. Per qualche settimana lei è anche venuta ad abitare in casa rifugio che almeno è un posto che lui non conosce e dove non può trovarla. Ma queste non sono soluzioni. Non ha più una vita, non può uscire la sera, non può andare a fare una passeggiata, spese in un supermercato, niente senza il terrore di trovarselo davanti. O alle spalle. E infatti non esce più. Vive rinchiusa in casa, come se fosse un carcere. Lui invece può girare indisturbato>>.
<<Ha fatto denuncia, questa ragazza?>> (…)
<<Ne ha fatte tre. Una dai carabinieri, una da noi in questura e la terza direttamente alla procura della Repubblica. Questa per fortuna è stata assegnata alla Mantovani che ci ha lavorato. Ha fatto le indagini che si potevano fare, ha sentito la ragazza, ha acquisito i tabulati dei telefoni, ha acquisito i certificati medici e poi ha chiesto la cattura dell’animale>>.
<<Per quale reato?>>.
<<Maltrattamenti e violenza privata aggravata. Ma è stato inutile. Il giudice ha rigettato la richiesta dicendo che non esistevano esigenze cautelari. (…)>>.

Suor Claudia è una strana suora, dall’aspetto mascolino ed esperta in arti marziali, anche intese come metafora della vita, tanto che per far comprendere il proprio stile di pensiero narra all’avvocato Guerrieri la storia della nascita del Ju-Jitsu: <<C’era un medico, nel Giappone antico, che aveva passato molti anni a studiare i metodi di combattimento. Voleva scoprire il segreto della vittoria ma era insoddisfatto, perché alla fine in ogni sistema a prevalere era la forza, o la qualità delle armi o espedienti ignobili. Questo significava che per quanto uno si allenasse e studiasse le arti marziali, per quanto fosse forte o preparato, avrebbe sempre potuto trovare un altro più forte o meglio armato, o più scaltro, che l’avrebbe sconfitto>>. (…) <<Insomma, questo medico era avvilito, perché non faceva progressi nella sua ricerca. Un giorno d’inverno era seduto vicino ad una finestra, mentre fuori nevicava da ore. Guardava fuori, seguendo i suoi pensieri. Tutto il paesaggio era imbiancato, con tanta, tantissima neve. I prati, le rocce, le case erano coperti di neve. Ed anche gli alberi. I rami degli alberi erano carichi di neve, e a un certo punto il medico vide il ramo di un ciliegio che cedeva per il peso della neve, e si spezzava. Poi successe la stessa cosa con una grossa quercia. Era una nevicata mai vista>>. (…) <<Nel parco, un po’ più lontano dalla finestra, c’era uno stagno e intorno dei salici piangenti. La neve cadeva anche sui rami dei salici, ma non appena cominciava ad accumularsi, quei rami si piegavano e la neve cadeva a terra. I rami dei salici non si spezzavano. Vedendo quella scena il medico provò un improvviso senso di esultanza e si rese conto di essere giunto alla fine della sua ricerca. Il segreto del combattimento era nella non-resistenza. Chi è cedevole supera le prove; chi è duro, rigido, prima o poi viene sconfitto, e spezzato. Prima o poi troverà qualcuno più forte. Ju-Jitsu significa: arte della cedevolezza. Il segreto era la cedevolezza. (…)>>.
Suor Claudia e l’ispettore Tancredi si rivolgono all’avvocato Guerrieri perché accetti di seguire, appunto, il caso di Martina Fumai, una donna maltrattata dall’ex compagno, uno squallido persecutore: Gianluca Scianatico. L’uomo è sì uno squallido persecutore, ex picchiatore fascista, giocatore di poker e, si dice, cocainomane, ma è un persecutore importante, figlio del presidente di una delle sezioni penali nella Corte d’appello, uno degli uomini più potenti della città. Ecco che il caso  sottoposto all’avvocato Guerrieri è spinoso, che non porta soldi, ma solo grane ed inimicizie. Inoltre la vittima, anzi la presunta vittima Martina Fumai, non è altro che una donna con un passato di anoressia e di malattia mentale. Ma l’avvocato Guerrieri incarna il difensore di fiducia che ognuno di noi vorrebbe incontrare  nel caso in cui si trovi aggrovigliato nelle complesse reti della giustizia: <<Sono un coglione. Va bene, sono un coglione. C’è qualche legge che lo vieta? No. Allora faccio il coglione quanto mi pare>>.

Durante la lettura del romanzo si sviluppano le varie problematiche riguardanti lo stalking, non ultima quella dell’acquisizione delle prove concernenti il reato a causa della vergogna e della colpevolizzazione provata dalla vittima: <<Com’era il processo? Fetido, cosa mi aspettavo. Fetido da tutti i punti di vista. Sostanzialmente la parola di lei contro quella di lui, perlomeno per i fatti più gravi. Le molestie telefoniche erano provate dai tabulati, ma quello era un reato minore. C’erano un paio di certificati medici del pronto soccorso con prognosi lievi, ma quando erano successi i fatti più gravi, durante la convivenza, lei non era andata a farsi medicare. Si vergognava di raccontare quello che era successo. Funziona sempre così. Vengono massacrate e poi si vergognano di andare a raccontare che i loro mariti, i loro compagni sono delle bestie>>.

L’avvocato Guerrieri si trova dinanzi un reato anomalo, non previsto nel codice penale e di difficile individuazione anche utilizzando articoli suppletivi. Inoltre, leggendo un testo di criminologia, apprende dell’esistenza di una nuova figura di criminale con il quale non aveva mai avuto a che fare prima: lo stalker, ma soprattutto viene a conoscere il disagio psicologico e non psicologico che le condotte di stalking provocano nella vittima.
<<Erano le fotocopie di un libro di criminologia di uno psichiatra americano. Parlava di un tipo di criminale con cui non avevo mai avuto a che fare, da quando facevo l’avvocato. O forse sì, ma senza saperlo. Lo stalker – il persecutore.
Nelle prime pagine l’autore citava le leggi americane, numerosi studi ed il manuale di classificazione criminale dell’FBI, per descrivere la figura del persecutore come “un predatore che segue furtivamente e ostinatamente una vittima in base ad un criterio specifico e adotta una condotta tendente a provocare afflizione emotiva ed altresì il ragionevole timore di essere uccisa o di subire lesioni fisiche; o che adotta una condotta continuata, volontaria e premeditata consistente nel seguire e molestare un’altra persona”.
In sostanza, spiegava l’autore, la persecuzione è una forma di terrorismo rivolta contro un singolo individuo allo scopo di ottenere un contatto con quest’ultimo e dominarlo. E’ un delitto invisibile spesso, fino a quando non esplode la violenza, anche omicida. Allora di solito interviene la polizia; allora di solito è troppo tardi.

Il libro continuava spiegando che molti uomini appartenenti alla categoria dei persecutori nascondono il proprio senso di dipendenza dietro una immagine ultramaschile, stereotipa, e sono cronicamente aggressivi nei confronti delle donne. Molti persecutori di questo tipo hanno subito dei traumi, durante l’infanzia. La morte di un genitore, abusi sessuali, maltrattamenti fisici o psicologici, altro. Insomma gli stalkers hanno di solito uno squilibrio affettivo che riflette situazioni dell’infanzia che hanno turbato la loro vita di relazione. Sono incapaci di vivere il dolore in modo normale, di lasciar perdere e cercare un altro rapporto. Spesso la rabbia per l’abbandono è una difesa contro il risvegliarsi del dolore e dell’umiliazione intollerabili per rifiuti subiti nell’infanzia, che verrebbero ad aggiungersi alla perdita più recente.

L’autore spiegava che è difficile rendersi conto dell’intensità della paura e dello sgomento provati dalle vittime. L’orrore è talmente intenso e costante che spesso sfugge alla comprensione di chi non ne è coinvolto.

C’era un passaggio evidenziato con un textliner arancione: “A mano a mano che il terrorismo si intensifica la vita del/della perseguitato/a diventa una prigione. La vittima passa in fretta dalla copertura protettiva di casa a quella a quella del luogo di lavoro, e di nuovo a casa, proprio come il detenuto viene trasferito da una cella all’altra. Ma spesso neanche il luogo di lavoro è un rifugio. Alcune vittime sono troppo terrorizzate per uscire di casa. Vivono confinate e sole, sbirciando il mondo, nascoste dietro le persiane sbarrate”.>> (…)
<<Ripresi il fascicolo e rilessi i capi d’imputazione, che prima avevo guardato solo di sfuggita. Il più interessante era quello per il reato di violenza privata, cioè in pratica per la persecuzione. Scianatico, oltre che per i maltrattamenti, per le lesioni e le molestie telefoniche era imputato:
“…per il reato di cui agli articoli 81, 610, 61 n. 1 e 5 del codice penale, perché con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, agendo per motivi abietti o comunque futili ed approfittando di circostanze di tempo, luogo e persona tali da ostacolare la privata difesa, costringeva Fumai Martina (dopo la cessazione del rapporto di convivenza more uxorio nel cui ambito si verificò il reato di maltrattamenti in famiglia, descritto nel capo che precede), usando violenza e minacce esplicite, implicite e comunque meglio descritte nei capi di imputazione che seguono: 1) a tollerare la sua continua, assillante e persecutoria presenza nelle vicinanze dell’abitazione, sul luogo di lavoro e comunque nei luoghi di abituale frequentazione; 2) ad abbandonare progressivamente le abituali occupazioni e relazioni sociali; 3) a vivere nella sua abitazione in stato di sostanziale privazione della libertà personale, impossibilitata ad uscirne liberamente senza essere sottoposta alle vessazioni di cui sopra ed altresì meglio descritte nei capi di imputazione che seguono; 4) a raggiungere e lasciare il suo luogo di lavoro sostanzialmente limitata nella sua libertà personale e con il necessario accompagnamento (finalizzato a prevenire o a respingere le aggressioni dello Scianatico) di terze persone..”
Pensai che non avevo mai davvero riflettuto su quel genere di situazioni. Ovviamente mi ero già occupato altre volte di matrimoni e convivenze che finivano male; ovviamente avevo avuto a che fare con la violenza e le vessazioni che spesso seguivano a questi epiloghi. Li avevo sempre considerati dei fatti minori. La coda di rapporti finiti male. Piccole violenze, insulti, molestie ripetute. Fatti minori>>.

Ecco, fatti minori, così sono considerate le condotte di stalking. E poi, le persone che denunciano tali fatti paiono essere anche un po’ fissate. Perlopiù donne stralunate, che riferiscono di non riuscire più a dormire, di aver paura ad uscire di casa, di avere la sensazione di essere continuamente pedinate. Insomma, tutte apparentemente con un precario equilibrio mentale. Ciò porta ad una generale scarsa attenzione da parte degli investigatori pubblici, aggiungendo alla vittima una nuova fonte di stress. La storia prosegue tra mille difficoltà. L’avvocato Guerrieri, che nel processo rappresenta la parte civile della vittima, dovrà fare i conti con una giustizia pigra e con Dellisanti, un avvocato della difesa di successo, infido, che ha l’abitudine di adattare i meccanismi che regolano il processo a proprio uso e consumo: <<Una parte della fortuna professionale di Dellisanti si basava sulla oculata gestione dei rapporti con cancellieri, assistenti, ufficiali giudiziari. Regali per tutti a Natale e Pasqua. Regali speciali – o anche molto speciali, si diceva nei corridoi – per qualcuno, all’occorrenza>>.

Non solo, Dellisanti cercherà con modi spicci di convincere il collega a tenere una linea processuale “leggera”, tale da non scatenare polveroni: <<E naturalmente non ti preoccupare per le tue competenze. Tu trova il modo di tirarti fuori da questa storia e a quello che ti spetta per il lavoro che hai già fatto ci pensiamo noi. Sei un bravo avvocato e soprattutto un ragazzo sveglio. Non fare cazzate inutili. Questa è solo una piccola bega fra un fesso e una squilibrata. Non ne vale la pena>>.
Ma Guerrieri non molla, non si lascia intimidire e dopo un magistrale controinterrogatorio il giudice accoglie tutte le sue richieste. E’ la sconfitta di Dellisanti, ma non solamente, è la sconfitta umana e morale del prepotente Scianatico.
<<Martina rientrava dal lavoro –erano le cinque e mezzo o poco più tardi– e aveva parcheggiato a qualche decina di metri dal portone di casa della madre.
Lui era lì ad aspettarla da almeno un’ora, come disse il proprietario di un negozio di abbigliamento, sull’altro lato della strada. Lo aveva notato perché “c’era qualcosa di strano, nel suo comportamento, nel suo modo di muoversi”.
Quando lei lo vide si fermò un attimo; forse pensò di andarsene dall’altra parte, di scappare via. Poi invece riprese a camminare andandogli incontro. Con decisione, disse il negoziante. Aveva deciso di affrontarlo. Non voleva scappare. Non più>>.
Martina Fumai decide di affrontare a viso aperto il suo persecutore e la fine tragica del romanzo ci riporta alla realtà ed all’urgente necessità di agire dal punto di vista legislativo, dando adeguata protezione alla vittima di un reato che non è solamente una contravvenzione penale.

Ma nel romanzo non è raccontata solamente la storia di Martina Fumai. Il libro è un contenitore di storie; vi è narrata la vicenda dell’infanzia violata di una bambina, con continui flash back letterari scritti in corsivo che a volte viene voglia di leggere solo quelli per vedere come va a finire, ma vi è anche raccontata la storia personale dell’avvocato Guerrieri, difensore dei deboli ed eccentrico rispetto al sistema, che legge Kavafis ed i suoi versi sull’inafferrabilità della bellezza, bevendo rum.

{tab=Scheda tecnica}
Autore: G. Carofiglio
Titolo: Ad occhi chiusi
Casa editrice: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2003

{tab=Conosci l'autore}

autoreMagistrato dal 1986, è stato designato consulente della Commissione bicamerale Antimafia. Gianrico è fratello dell'architetto, regista teatrale, illustratore e scrittore Francesco Carofiglio. Il 22 febbraio 2008 viene annunciata la sua candidatura al Senato per il Partito Democratico e nelle elezioni del 13 e 14 aprile dello stesso anno viene eletto senatore.
Testimone inconsapevole (2002), è la sua opera esordiente: il romanzo che ha aperto il filone del legal thriller italiano, ha vinto il Premio del Giovedì "Marisa Rusconi", il premio Rhegium Iulii e il premio Città di Cuneo e, infine, il Premio Città di Chiavari. Nel 2003 esce la seconda opera Ad occhi chiusi (Sellerio, 2003), che vince il premio Lido di Camaiore e il prestigioso premio delle Biblioteche di Roma. Nel 2007 viene eletto in Germania, da una giuria di librai e giornalisti: "il miglior noir internazionale dell'anno". Vincitore del Premio Bancarella del 2005 con il romanzo Il passato è una terra straniera (Rizzoli, 2004), nel settembre 2006 ha pubblicato un altro romanzo che vede il ritorno, quale protagonista, dell'avvocato Guerrieri: Ragionevoli dubbi (Sellerio).

{tab=Curiosità}
Il 12 settembre 2007 è stato pubblicato da Rizzoli Cacciatori nelle tenebre, una graphic novel con protagonista l'ispettore Carmelo Tancredi, illustrata dai disegni del fratello dell'autore, Francesco.

{tab=La citazione}
non sono presenti citazioni

copertinaAutore: A. Adler
Titolo: Ad occhi chiusi
Casa editrice: Newton Compton 
Anno di pubblicazione: 2007

 

Proposte di lettura varie e assaggi di pensieri da ripercorrere su carta, seguendo itinerari tracciati da grandi autori, per un’estate da leggere e da ricordare.

 

{tab=Recensione}

copertinaTerry Olivi, tra i dieci finalisti di haiku in Italia, ci delizia con un libretto, omaggio alla tradizione nipponica, dove la tematica della caducità della natura, del mutare delle stagioni, “dell’insostenibile leggerezza dell’essere”, s’intreccia al peso storico e simbolico di Roma, città eterna per antonomasia.
“Rosso anguria e la luna” è un sapiente e riuscito intreccio tra lo haiku e Roma: due mondi lontanissimi che qui si sfiorano per unirsi in una giocosa danza. Lo haiku è una forma poetica giapponese dalle particolarissime caratteristiche formali (17 sillabe, distribuite su tre versi di 5-7-5) e tematiche che suggeriscono un percorso verso l’astrazione estrema, la visione più profonda ed allo stesso tempo più semplice del rapporto tra uomo e natura. Questo genere di poesia è arte tersicorea della leggerezza, del “levare” e del levarsi, dell’affinare, dopo aver abbracciato in sé il reale con l’intelletto. Bisogna immergersi lentamente in questa atmosfera affinché i ricordi, le associazioni  affiorino in tutto il loro prepotente, eppur lieve, nitore. La parola, che riposa su un fondo di silenzio come l’iceberg sulle acque, lotta da un lato col bianco/nero silenzio metafisico, dall’altro coi limiti spinosi dell’io, perenni colonne d’Ercole dell’espressività.
La natura, la luce ed il tempo, nuclei teoretici miscelati sapientemente tra loro, si dischiudono come corolle di fiori, emanando un armonico profumo ed infondendo un’ebbrezza da apertura. Come dice Klee in Confessione Creatrice: “Il dialogo con la natura resta, per l’artista conditio sine qua non. L’artista è uomo, lui stesso è natura, un frammento di natura nel dominio della natura”. La luce, diafana e vibrante sostanza scaturente da un prisma che la moltiplica e ne accentua la diffusione, è molto importante nella costruzione dell’opera. “Pali di luce sotto l’acqua che scorre- luna e lampioni”. La finestra, medium tra l’interno e l’esterno, che ad essa si collega, lo è altrettanto. “Dalla finestra ombrelli colorati- danza d’autunno”: luogo dell’attesa, di comunicazione con la luce e con il cielo, è un punto di osservazione verso gli altri ed  anche verso se stessi.
Le stagioni s’inseguono come in un cerchio: “ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo” amava ricordare Nietzsche. La circolarità del Tempo, metaforicamente rappresentata dalla luna, profuma intensamente in ogni verso che, come la coordinata temporale, “si ferma nel cerchio della sua perfetta bellezza”. Gli haiku sono disposti a semi-cerchio, richiamando la simbologia dell’arco, elemento architettonico tipicamente romano, che rispecchia, nel suo essere sottoposto ad una incessante tensione tra gli opposti, la tragicità della vita. “Archi archi archi tutto è arcuato a Roma - piena la luna”. Eraclito affermava “non comprendono come, pur discordando in se stesso, è concorde: armonia contrastante, come quella dell’arco e della lira”: le antinomie non sono conciliate, ma vengono lasciate vibrare nella loro antinomicità.
Terry Olivi è riuscita a dare il senso di una melodiosa armonia (letterariamente la corda che unisce gli opposti estremi di un arco) grazie al gioco di opposizioni ed al flusso continuo degli haiku, che costituiscono un’unità musicale, scandendo il ritmo dei fenomeni naturali: la grandine scrosciante, il vento bisbigliante, la pioggia tamburellante.. La natura fa capolino di volta in volta nella città eterna, che rimane sullo sfondo leggiadra, inafferrabile, unica meta di questo movimento lirico: “Conchiglia di perla è il cielo e così muore la sera sui platani, sul Tevere lento che in due curve si piega”.

 

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Terry Olivi
Titolo: Rosso anguria e la luna
Casa editrice: Lietocolle
Anno di pubblicazione: 2006

{tab=Conosci l'autore}

autoreTerry Olivi nasce a Matelica (Macerata, Marche) nel 1945. Si trasferisce a Roma nel 1954 dove tutt’ora risiede. Laureata in “Storia dell’arte del Medio ed Estremo Oriente”, ha insegnato Lettere in diverse scuole, prevalentemente sperimentali, di Roma dal 1971 al 2003, dedicandosi alla ricerca didattica per quanto riguarda la poesia, multimedialità ed interculturalità. Ha prestato una collaborazione redazionale per la rivista didattica MCE (Movimento di Cooperazione Educativa) dal 1991 al 2003. Si occupa attualmente di Danzamovimentoterapia, le piace fotografare soprattutto i dettagli poetici dei paesaggi, i differenti aspetti della luce e della natura. Esamina, quindi, la poesia nel linguaggio verbale, in quello corporeo ed in quello visivo.

{tab=Curiosità}
Di solito i figli seguono le orme dei genitori, a volte però sono i genitori a proseguire il cammino intrapreso dai figli. E così l’amore per la scrittura e per la sua terra  ha contagiato il padre di Terry, Rolando Olivi, il quale sta pubblicando su un giornalino di Matelica “Ricordi della mia vita di Braccano”, paese in cui è vissuto fino ai 23 anni (anni '20 e '30).

{tab=La citazione}
Dagli Haiku:
“Nuove cesoie
rosse. E se potassi
anche i ricordi?”


Da  “Divagazioni su Roma”- “Via Gioberti”:
“(…)Io ti conosco ed io ti canto,
strada lucida di pioggia,
strada di opache speranze,
strada ebbra di nulla,
io ti conosco ed io ti canto
e tu non sai che fartene del mio canto”

{tab=Recensione}

copUn libro-evento che già nel titolo svela la sua intenzione, dichiarando e declinando nella modalità verbale dell’infinito (non a caso) il suo lascito, la sua speranza, la sua vocazione e, insieme, la sua eredità: “Testimoniare”.

Nell’arido panorama editoriale italiano (che, come ha sostenuto Giacomo Marramao alla presentazione tenutasi presso la Casa delle Culture, ormai sforna “tantissime cose, ma male” con l’aggravante che “poi le spegne subito”) ci si presenta con Testimoniare (ed. Lithos) l’occasione speciale dell’apertura di un evento nell’evento: la scrittura come testimonianza – la lettura come passaggio del testimone – ma poi c’è un terzo, anzi, un primo passaggio, preoriginario rispetto a questi due. Trattasi delle lezioni da cui il testo ha avuto origine, perché “questo libro non è un libro”. Così esordisce l’autore Edoardo Ferrario, docente di Estetica presso la facoltà di Filosofia de “La Sapienza” di Roma.

La sua non è un’opera partorita a seguito di una pianificazione, un progetto, o una qualche volontà compositiva. E’, piuttosto, figlia di un’oralità che è stata catturata, poi scritta trascritta ricorretta, ogni volta tradotta e insieme tradita, da un allievo particolare: Franco Maria Fontana, attento curatore del testo e fedele demiurgo della sua trasposizione cartacea.

Forse proprio questo è uno dei punti di forza del libro, perché, come Marramao ben sottolinea, “le opere migliori nascono sempre da occasioni, da una serie di kairòs, tempo debito”. Per questo, Testimoniare non presenta una struttura lineare, sistematica, di tipo gerarchico o piramidale. Il suo autore segue, piuttosto, un andamento a raggiera, capace di abbracciare voci e autori di paesi, lingua, tradizioni ed epoche diverse.

Da Jacques Derrida a Desmond Tutu, da Simon Wiesenthal ad Hannah Arendt, da Martin Heidegger a Emmanuel Levinas (ma la lista dei filosofi e degli scrittori chiamati a intervenire da Ferrario, in un dialogo continuo e appassionante, potrebbe proseguire a lungo, passando per Giordano Bruno, Galilei, ma anche Ricoeur, Kant,  Husserl…) il testimoniare ci questiona, ci chiama, ci responsabilizza. Eccomi – sembra rispondere l’autore dentro di sé. Eccomi - ripete il lettore, in un rimando continuo di testimonianze più volte “per delega” (per dirla con Primo Levi) che si rincorrono urgenti fra le pagine.

Avvolta, o meglio “ospitata”, da un discorso complesso e coinvolgente, pregno di un’intensità intellettuale puntualmente contagiosa, resta la forza dirompente di un’aporia volutamente mantenuta tale, perché “c’è vera testimonianza solo dell’intestimoniabile, così come si deve perdonare solo l’imperdonabile” sottolinea Fontana, seguendo una scia visibile (ma forse anche cieca) di memoria derridiana.

“La testimonianza - sostiene Ferrario durante la presentazione – tocca un confine decisivo tra la singolarità assoluta del testimone e la dimensione pubblica della testimonianza, in cui si arriva a sostituire l’insostituibile. Questo è un libro senza ipotesi, gira su se stesso senza guadagnare, è fenomenologico”. Sottolineamo e controfirmiamo l’ultimo aggettivo, se è vero che la fenomenologia è ciò che permette di entrare dall’interno, per così dire, in un argomento (“alle cose stesse!”) e lasciarsi trasportare, come in balìa di esso, stando a guardare tutto ciò che può dire e dare - di nuovo, testimonianza, dono, perdono.

{tab=Scheda tecnica}
Autore: : Edoardo Ferrario
Titolo: Testimoniare
Casa editrice: Lithos
Anno di pubblicazione: 2006

{tab=Conosci l'autore}

autoreEdoardo Ferrario insegna Estetica presso la facoltà di Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma.
Tra le sue opere, “Il Lavoro del tempo” (Milano, 1977) e “L’altro e il tempo” (Milano, 2004).

 

{tab=Curiosità}
Il libro è nato da un corso, tenuto dal Professore nell’anno accademico 2004-2005, sulla testimonianza e il perdono (clicca qui per visualizzare)

{tab=La citazione}
<<Ci sono parole – e la parola “perdono”, o la parola “del” perdono è una di queste- che abitano le lingue degli uomini in un modo un po’ speciale, forse eccezionale. Sono “termini”, e cioè “limiti”, fini e confini che marcano luoghi di passaggio (e di non passaggio, luoghi, in questo senso, aporetici) […] Ho parlato di parole speciali, eccezionali, ma forse ogni parola attraverso la quale abitiamo una lingua (e, anche solo da questi esempi, ci rendiamo conto quanto sia improprio dire “abitare”, dire “una lingua”, e magari la “nostra” lingua, quanto cioè la lingua che abitiamo o da cui siamo ospitati, ospiti di altre lingue), forse, se soltanto ci dessimo la pena di analizzarla in modo accurato, ci rivelerebbe questo carattere di limite, di confine, di termine e di luogo, di accoglienza e discriminazione, di ospitalità o di espulsione. Shibboleth o apartheid>>

Studio di Psicoterapia MenteSociale

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