Il film racconta situazioni drammatiche con il sorriso: perché questa scelta specifica?
Sergio Rubini: Perché mi piaceva che i personaggi evocassero una mancanza di depressione, tristezza, cupezza. Certo, c’è la vis tragica della vita che risale alla tragedia greca, ma va stemperata con una sana dose di voglia di vivere!

L’ambientazione è pugliese: quanto autobiografismo c’è nella pellicola?cast1
S. R.: Credo che tutte le opere siano autobiografiche. Ma qui si parte dall’idea che la proprietà divida, tant’è che la masseria è un ostacolo ai rapporti dei personaggi. Ora: io, come mio padre, non sono padrone di nulla, affitto tutto…almeno finché Domenico Procacci mi dà un po’ di soldi! Seriamente, qui di autobiografico c’è quel momento, terribile anche se intriso di tenerezza, in cui la famiglia ovunque tu sia ti reclama. Servi tu. E allora tu vorresti scappare, ma ti accorgi che non puoi. Perché quello è il tuo dovere, la tua casa, i tuoi ricordi d’infanzia: perché noi siamo stratificazioni di memoria.
Per la questione ‘pugliese’: sono andato via dalla Puglia a diciotto anni, non sono certo in grado di esprimermi su quella terra, non so nulla di quei problemi. E’ solo un gioco che faccio con la mia memoria. Il film vuole comunicare proprio questo: l’impossibilità dell’affrancarsi dal proprio passato.

Spiegateci il dipanarsi della storia, perché quel finale, perché un altro delitto senza castigo?
S. R.: M’interessava il motivo di come ci si possa incontrare solo DOPO aver messo da parte le cose, che ripeto sono ostacoli alla fluidità degli affetti. Dieci anni fa probabilmente il personaggio di Bentivoglio sarebbe rimasto lì, invece oggi credo sia importante recuperare i rapporti per quello che sono. Che ormai di ‘cose’ ne abbiamo piene le balle! E poi c’è dietro un problema esistenziale, al di là della sfera politica.
Angelo Pasquini (sceneggiatore): Volevamo raccontare un mondo dietro alla famiglia, che è il valore più importante rimasto in Italia. Un mondo che è una sorta  di buco nero, di lato oscuro. Fra le tante sfumature del film, c’è sicuramente quella noir.

A proposito di sfumature, che tipo di percorso letterario-culturale è stato fatto per concepire questo film?
S. R.: Dostowjeski è presente di sicuro nel racconto, c’è l’aristocrazia della terra, il suo rapporto con il popolo… Diciamo che il film ha un doppio binario, su cui corre il giallo inteso nell’accezione più semplice del genere. Semplice, senza paroloni: non voglio spaventare lo spettatore.

Il film racconta situazioni drammatiche con il sorriso: perché questa scelta specifica?
Sergio Rubini: Perché mi piaceva che i personaggi evocassero una mancanza di depressione, tristezza, cupezza. Certo, c’è la vis tragica della vita che risale alla tragedia greca, ma va stemperata con una sana dose di voglia di vivere!

L’ambientazione è pugliese: quanto autobiografismo c’è nella pellicola?cast1
S. R.: Credo che tutte le opere siano autobiografiche. Ma qui si parte dall’idea che la proprietà divida, tant’è che la masseria è un ostacolo ai rapporti dei personaggi. Ora: io, come mio padre, non sono padrone di nulla, affitto tutto…almeno finché Domenico Procacci mi dà un po’ di soldi! Seriamente, qui di autobiografico c’è quel momento, terribile anche se intriso di tenerezza, in cui la famiglia ovunque tu sia ti reclama. Servi tu. E allora tu vorresti scappare, ma ti accorgi che non puoi. Perché quello è il tuo dovere, la tua casa, i tuoi ricordi d’infanzia: perché noi siamo stratificazioni di memoria.
Per la questione ‘pugliese’: sono andato via dalla Puglia a diciotto anni, non sono certo in grado di esprimermi su quella terra, non so nulla di quei problemi. E’ solo un gioco che faccio con la mia memoria. Il film vuole comunicare proprio questo: l’impossibilità dell’affrancarsi dal proprio passato.

Spiegateci il dipanarsi della storia, perché quel finale, perché un altro delitto senza castigo?
S. R.: M’interessava il motivo di come ci si possa incontrare solo DOPO aver messo da parte le cose, che ripeto sono ostacoli alla fluidità degli affetti. Dieci anni fa probabilmente il personaggio di Bentivoglio sarebbe rimasto lì, invece oggi credo sia importante recuperare i rapporti per quello che sono. Che ormai di ‘cose’ ne abbiamo piene le balle! E poi c’è dietro un problema esistenziale, al di là della sfera politica.
Angelo Pasquini (sceneggiatore): Volevamo raccontare un mondo dietro alla famiglia, che è il valore più importante rimasto in Italia. Un mondo che è una sorta  di buco nero, di lato oscuro. Fra le tante sfumature del film, c’è sicuramente quella noir.

A proposito di sfumature, che tipo di percorso letterario-culturale è stato fatto per concepire questo film?
S. R.: Dostowjeski è presente di sicuro nel racconto, c’è l’aristocrazia della terra, il suo rapporto con il popolo… Diciamo che il film ha un doppio binario, su cui corre il giallo inteso nell’accezione più semplice del genere. Semplice, senza paroloni: non voglio spaventare lo spettatore.

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Come mai il tema della famiglia s’intreccia con quello della mafia?
S. R.: La mia è chiaramente una provocazione: l’appartenenza vera è un conoscersi al di là delle maschere.
Fabrizio Bentivoglio: Fare un film è un gesto poetico, i significati molteplici (sociologici, politici ecc.) sono attribuibili semmai a posteriori. Il film parla del non senso del vivere, dell’ambiguità.

Come sono stati scelti i personaggi?cast2
S. R. : Bentivoglio c’era da sempre. Gli altri l’ho selezionati con estrema cura, in base a provini rigidissimi perché sono parecchio esigente. E poi io cerco di far comunicare la sceneggiatura con l’attore, ecco perché, sarei stupido a non ammetterlo, il film è recitato bene.

E gli interpreti, come hanno vissuto i loro personaggi?
S. R.: Io avevo il terrore di fare quel personaggio, primo perché non credevo di avere il fisico adatto, secondo perché il timore era di apparire simpatico, invece doveva essere il male assoluto.
Claudia Gerini: Ho incontrato Domenico e Sergio in maniera molto informale, e leggendo il copione ho trovato la storia vitale, senza cupezza. Si raccontava un sud per niente represso ma in moto verso una rivoluzione. Il mio invece è un personaggio che non c’entra, una bionda hitchcockiana che si muove astrusa, non conoscendo nessuno e non appartenendo a nulla, eppure il bello è che è proprio come uno specchio per il suo compagno.
Emilio Solfrizzi: Io volevo assolutamente fare questo film, m’infilavo in tutti i provini. Ora ci tengo a dirvi quanto Sergio sia invadente e invasivo sul set, ma affascinante. Si mette sotto la telecamera e ti fa mille smorfie perché sa a memoria il copione e te lo recita proprio da lì sotto mentre tenti di girare la scena. Ma è stata un’esperienza entusiasmante. Per il mio personaggio, volevano una figura tragica e comica al tempo stesso, un’unione di opposti.
Paolo Briguglia: Io ho fatto il provino senza sapere i risvolti specifici della storia, che piega avrebbe preso il mio personaggio ecc., quindi devo dire ci siamo difesi dal costruire un personaggio totalmente buono o cattivo.
Fabrizio Bentivoglio: E’ chiaro che le sceneggiature non sono di ferro, anzi sono volubili, modificabili, perché bisogna soffiarci dentro la vita. Non c’è una chiave per entrare nel tuo personaggio, non hai la certezza mentre lo interpreti. Ogni film è un viaggio nel buio.
Giovanna di Raso: Sergio lavora molto con gli attori. Ha dedicato una settimana buona solo al lavoro sul testo e sulle scene. Ti motiva a lavorare bene, non si accontenta mai di te: la sufficienza per lui non esiste, cerca di ottenere da te il massimo. Per quanto riguarda il mio personaggio, beh, è il secondo film che faccio in coppia con Paolo, ormai siamo collaudati!

Un’ultima domanda: nel film si nota un grande lavoro sulla musica. Come mai la scelta di Pino Donaggio?

S. Rubini:  Ho scelto una musica da thriller, perché mi sembrava aiutasse a rendere meglio l’atmosfera misteriosa ed inquietante.

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