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Robert De Niro, magnetico quanto scostante, è un personaggio tanto celebre che sarebbe superfluo elencarne tutte le memorabili interpretazioni. Basti ricordare che nel corso della sua brillante carriera ha lavorato con i più grandi registi di tutto il mondo (Scorsese, De Palma, Gilliam, Kazan, Tarantino, ma anche Leone, Bertolucci, Cuaròn…) e in film che hanno fatto la storia del cinema, come “Il Padrino - parte II”, “Toro scatenato”, “TaxiDriver”, “Il cacciatore”, “C’era una volta in America”, “Quei bravi ragazzi”, “Casino”, “Brazil”, “Gli intoccabili” - per citarne solo alcuni.  Stavolta si posiziona dietro la macchina da presa per raccontare i retroscena del mondo in cui viviamo, ovvero cosa succede nel misterioso ed occulto universo dello spionaggio professionale.

Si parla di una trilogia, ci racconta la genesi di questo suo progetto cinematografico?
de niroRobert De Niro: Volevo realizzare da un po’ di tempo un film su quest’argomento, poi ho incontrato Roth che ha scritto una sceneggiatura interessante e mi ha detto: “se fai questo film, io ti scriverò la seconda parte” ed ho accettato. Il prossimo film coprirà gli anni dal ’61 all’’89, seguendo l’evento della caduta del muro di Berlino, poi un terzo episodio dall’’89 ai giorni nostri.

Cosa le interessava così tanto nel raccontare il mondo dello spionaggio americano e internazionale?
R. D. N.: Credo che i servizi segreti abbiano comunque un ruolo positivo da svolgere, è anche vero che non possiamo conoscerlo fino in fondo, resta segreto. Ci sono episodi in cui il loro lavoro è stato svolto adeguatamente e nessuno dà loro merito, per via di questa stessa segretezza.
Trovo quest’argomento affascinante, ci sono stati altri spy-thriller, tipo quelli con i vari James Bond ecc., che però hanno lasciato parecchie domande, invece io volevo colmare quelle lacune, rendere il film più realistico possibile. Certo, ci sono sempre scene inventate per esigenza di copione e di regia.

Nel film traspare una sorta di nostalgia per la CIA di una volta, ci conferma questa sensazione?
R. D. N.: In un certo senso è così: prima era tutto più giovane e snello, poi quest’agenzia si è evoluta fino ai giorni nostri, in cui la Cia è nell’occhio del ciclone, così come il nostro paese.

Lei si è mai sentito spiato?
R. D. N.: Solo in certi paesi, come la prima volta che sono stato in Russia.

Robert De Niro, magnetico quanto scostante, è un personaggio tanto celebre che sarebbe superfluo elencarne tutte le memorabili interpretazioni. Basti ricordare che nel corso della sua brillante carriera ha lavorato con i più grandi registi di tutto il mondo (Scorsese, De Palma, Gilliam, Kazan, Tarantino, ma anche Leone, Bertolucci, Cuaròn…) e in film che hanno fatto la storia del cinema, come “Il Padrino - parte II”, “Toro scatenato”, “TaxiDriver”, “Il cacciatore”, “C’era una volta in America”, “Quei bravi ragazzi”, “Casino”, “Brazil”, “Gli intoccabili” - per citarne solo alcuni.  Stavolta si posiziona dietro la macchina da presa per raccontare i retroscena del mondo in cui viviamo, ovvero cosa succede nel misterioso ed occulto universo dello spionaggio professionale.

Si parla di una trilogia, ci racconta la genesi di questo suo progetto cinematografico?
de niroRobert De Niro: Volevo realizzare da un po’ di tempo un film su quest’argomento, poi ho incontrato Roth che ha scritto una sceneggiatura interessante e mi ha detto: “se fai questo film, io ti scriverò la seconda parte” ed ho accettato. Il prossimo film coprirà gli anni dal ’61 all’’89, seguendo l’evento della caduta del muro di Berlino, poi un terzo episodio dall’’89 ai giorni nostri.

Cosa le interessava così tanto nel raccontare il mondo dello spionaggio americano e internazionale?
R. D. N.: Credo che i servizi segreti abbiano comunque un ruolo positivo da svolgere, è anche vero che non possiamo conoscerlo fino in fondo, resta segreto. Ci sono episodi in cui il loro lavoro è stato svolto adeguatamente e nessuno dà loro merito, per via di questa stessa segretezza.
Trovo quest’argomento affascinante, ci sono stati altri spy-thriller, tipo quelli con i vari James Bond ecc., che però hanno lasciato parecchie domande, invece io volevo colmare quelle lacune, rendere il film più realistico possibile. Certo, ci sono sempre scene inventate per esigenza di copione e di regia.

Nel film traspare una sorta di nostalgia per la CIA di una volta, ci conferma questa sensazione?
R. D. N.: In un certo senso è così: prima era tutto più giovane e snello, poi quest’agenzia si è evoluta fino ai giorni nostri, in cui la Cia è nell’occhio del ciclone, così come il nostro paese.

Lei si è mai sentito spiato?
R. D. N.: Solo in certi paesi, come la prima volta che sono stato in Russia.

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Cosa ci dice della società segreta “Skull and Bones”?
R. D. N.: All’epoca era più segreta di quanto lo sia oggi. Io ho incontrato membri che si sono autorivelati come tali come se niente fosse. Roth ne ha studiato il mito e la storia dettagliatamente.

Con la storia del protagonista, interpretato da Matt Damon, si ha un ritratto della solitudine disperata di un uomo: com’è nata questa scelta?
R. D. N.: Premesso che come in “Bronx” anche qui la sceneggiatura non è la mia e il massimo che potevo fare era impegnarmi a dirigere il film, comunque l’aspetto privato, personale, di questo personaggio mi interessava molto. Forse è il lato più attraente di una sceneggiatura così ben fatta che dopo averla letta capisci come mai fosse nella lista dei cento film migliori mai realizzati. Forse perché troppo costoso. Comunque, mi piace che in ogni film ci sia la storia privata che si ricollega al mondo circostante.

Ci sono grandi nomi nel cast, come si è regolato nella selezione degli attori, protagonisti e non?
R. D. N.:
La scelta del cast è la cosa più importante: se non hai l’attore giusto, non otterrai mai quello che vuoi. A parte Matt Damon e Angelina Jolie che sono fantastici, non immaginavo questo film senza John Turturro. Purtroppo perse la mamma proprio in quei giorni e io mi misi a girare tutte le scene di contorno, lasciando fuori la parte che lo riguardava, così che avesse il tempo di riprendersi. Speravo con tutto me stesso che accettasse di tornare sul set.

Un grande attore che, da regista, dirige i suoi attori come si comporta?
R. D. N.: Io penso che tutti i registi che sono a loro volta attori riescano a tirare fuori un’ottima performance dai loro interpreti, c’è più sintonia, forse perché sai cosa significa, facendo tu lo stesso mestiere, ma questo vale per ogni lavoro.

Il grande problema che emerge anche dal film sembra essere: dire tutta la verità è giusto in un regime che si definisce democratico?
R. D. N.: Fra il dire tutto e il silenzio in nome dell’interesse nazionale c’è un confine molto sottile. Alla fine, non sai mai se esiste davvero la questione dell’interesse nazionale o se è solo un alibi per nascondere altre verità.

 

MenteSociale

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