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Pillole di Film

movieUna rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

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locandinaFilm controverso e molto discusso, nonostante gli enormi incassi al botteghino e le numerosissime critiche positive, “The Blair Witch Project” rimane un caso raro nel panorama cinematografico mondiale. Purtroppo e, soprattutto, per fortuna. Film semi-indipendente e girato da due registi esordienti (Myrick e Sanchez) che morivano dalla voglia di realizzare un film che terrorizzasse la nuova generazione di giovani amanti del genere horror. Mai intento fallì tanto miseramente. L’avventura dei tre protagonisti, Heater, Mike e Josh (attori alla prima esperienza che interpretano il ruolo di se stessi), che decidono di realizzare per la scuola un documentario sul mistero della strega di Blair, è quanto ci viene raccontato. Stile decisamente documentaristico (fastidioso, a lungo andare), che raccoglie in ordine cronologico le immagini registrate dai tre ragazzi, la cui scomparsa ci viene annunciata all’inizio della proiezione.  
Atmosfere inquietanti, il potere della suggestione ed il dubbio su tutto ciò che appartiene a quei boschi sperduti sono gli effettivi protagonisti del film. I tre ragazzi ci mostrano il vero aggirandosi furtivi e spaventati tra gli alberi della foresta demoniaca. Una casa diventa il rifugio dei due sopravvissuti alla seconda notte, e luogo di terribili verità. Numerose impronte di mani infantili su di una parete; pezzi di carne, denti e vestiti; atmosfera raggelante ed incubo continuo. Lo spirito malevolo del ‘700 li accompagna tra le braccia del padre destino che li ha condotti fin lì. Il mistero è pressoché risolto, ma la sete di terrore di chi osserva la morte sullo schermo resta viva.

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Regista: Daniel Myrick, Eduardo Sanchez
Anno di produzione: 1999
Produzione: USA
Durata: 86 minuti

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Non ci sono curiosità

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"Premio Giovani" per il miglior film straniero al Festival di Cannes 1999,

uno su dueRegista e cast di “Uno su due” si sono concessi alle curiosità della stampa romana, con l’informalità tipica di ciascuno di loro, membri di un gruppo di lavoro evidentemente coeso e abile nel trasmettere un’atmosfera di leggerezza e rilassatezza fuori dal set – della serie “Siamo fatti così”. Tutto il contrario del film, dove è di scena una storia immensamente seria che costringe a fare i conti con la piccolezza umana, con protagonisti convincenti che, nel caso dell’esilarante coppia Davoli-Volo, mettono da parte le vesti da giullare per farsi interpreti sommessi di dolori e angosce quotidiane, dal sapore intrinsecamente esistenziale.

Innanzi tutto, come nasce la formidabile coppia Ninetto Davoli - Fabio Volo?
Eugenio Cappuccio: L’argomento trattato richiedeva umanità e sentimento molto forti. E io penso che loro siano due rappresentanti di entrambe le cose, mischiate con una buona dose di simpatia.
Fabio Volo: …E io che credevo di essere in coppia con Anita Caprioli! Almeno dal punto di vista fisico, intendo! Scherzi a parte, ho incontrato Ninetto a Cinecittà, lui non sta mai fermo e per la prima volta ero io più disciplinato di qualcuno! Sono subito rimasto affascinato dal suo carattere, vorrei diventare un giorno come lui, anche se dico sempre che in realtà è la mia versione giovane, con questa sua grande voglia di vivere. E poi abbiamo molte cose personali che ci accomunano, a partire dall’estrazione sociale.
Ninetto Davoli: Vedo in Fabio, per usare un francesismo, un ragazzo molto “gagliardo”, pieno di entusiasmo, di allegria. Ricordo che rimase molto scioccato nell’incontrarmi, perché il mio è un carattere aggressivo, dinamico. Devo ammettere che è bravissimo come attore, però ecco nella sua grinta, nella sua energia, rivedo il me di un po’ di tempo fa. Perché noi siamo così, siamo fatti così, due persone normali, come ci vedete. E anche nel film si notava questo rapporto di amicizia e affetto così forte: c’è sempre bisogno di un sostegno nella vita. E questo ce lo siamo ritrovati anche fuori dal set. E sapete perché? Perché noi siamo fatti così.
F. Volo: yeah, like that!

Fabio, stavolta hai deciso tu il regista e non viceversa, ci spieghi la tua scelta?
F. Volo: Cercavamo qualcuno che avesse la giusta sensibilità, necessaria a realizzare un progetto così delicato, a cui per altro io tenevo moltissimo. Senza Eugenio non sarebbe stato lo stesso, è riuscito a creare le giuste alchimie dentro e fuori dal film. Per quanto mi riguarda, poi, sono stato persino in ospedale a cavallo della sceneggiatura, e non per osservanza al metodo Stanislavskij, ma perché mi sono ammalato e questo mi ha permesso di vivere al meglio il personaggio, la sua quotidianità, le piccole cose, come il numero di stanza, la cena…

Una delle scene più intense del film è quella del caffè annusato ma non assaggiato. Cosa ci può dire al riguardo il regista?
E. Cappuccio: Quella è una scena piena di pathos, di verità, è il vero addio. La tazzina di caffè è quasi un confronto fra i due personaggi, fra ciò che non si è potuto e ciò che si potrà forse realizzare fra di loro. Il senso della scena è nella loro consapevolezza di essere impotenti davanti ad una cosa così piccola. Non possono berlo quel caffè, ma “se lo fanno” lo stesso. E poi, come simbolo, è il desiderio di risveglio.

Nel suo film si nota una particolare attenzione al dettaglio, oltre a un’esplicita citazione di Truffaut.
E. Cappuccio:
Truffaut è stato senza dubbio il maestro del “dare corpo all’invisibile”, la mia citazione è nella sequenza delle gambe dietro la cortina dell’aereo, certo, del resto io amo il suo rapportarsi agli oggetti. Penso che il cinema possa dare un senso enorme alla cosa più piccola. Anche una tazzina può vantare una presenza diversa rispetto al reale. E poi è fondamentale raccontare altri piani di realtà, secondo me.

Ci sono tre personaggi femminili, estremamente diversi fra di loro. Come si è regolato nella delineazione dei ruoli?
E. Cappuccio: 
La cosa più positiva di tutto il film è stato lo spirito di coralità, si è costruito attorno al lavoro un contenitore affettivo molto nutriente e questo ha reso felici le scelte per i caratteri principali e quelli così detti secondari, aiutandomi a porre un’attenzione privilegiata a determinati aspetti. Perché in “Uno su due” l’elemento femminile non è mai un contorno, tutt’altro.
Anita Caprioli: Silvia, il mio personaggio, vive come tante donne un rapporto di coppia da cui si aspetta un’evoluzione che non arriva mai. La malattia è un termometro della relazione: nel problema vero, forte, importante, ci si rende conto del valore della storia che si sta vivendo.
Agostina Belli: Eugenio si è presentato al primo incontro con un bellissimo mazzo di fiori e m’ha subito conquistato. Poi ha mostrato attenzione alle mie battute spontanee, tanto da inserirle nel copione a sorpresa. E’ un regista che dà molto rilievo all’improvvisazione ed è anche molto professionale.
Tresy Taddei: Io non finirò mai di ringraziare il regista e i miei genitori per la splendida opportunità di recitare in questo film. All’inizio avevo paura, perché ovviamente non conoscevo nessuno, ma Eugenio si è mostrato da subito molto disponibile con me.

Di nuovo un film su un gruppo di amici, ancora attorno ad una tavolata di confronto: siamo tornati al periodo delle Fate Ignoranti?
Ferzan Ozpetek:
Magari si ripartisse da lì, saremmo tutti molto più leggeri. No, qui la storia riguarda un gruppo di persone che scegliendosi i propri amici hanno creato una vera famiglia, che un po’ li protegge da ciò che avviene nel mondo esterno. In questo film avevo bisogno di condividere con gli attori, abbiamo fatto un lungo lavoro a casa, discusso ogni scelta di sceneggiatura. Vedete, nella mia famiglia, dopo questo film, posso dire che si sono aggiunte altre persone.

castQuesto film rispecchia in tutto il suo modo di vivere, anche a livello politico?
F. O.:
Non parlo direttamente della politica nel film, faccio solo sentire le emozioni, poi è stato un caso fortuito che in questo momento ci sia un tipo di dibattito simile: io penso che i DICO siano un’ottima cosa, due donne che fanno finalmente un disegno di legge importante. Per me non conta la sessualità delle persone, ma i loro diritti. Comunque, volevo raccontare sentimenti, senza andare sul sociale come in “Cuore sacro”. C’è una grande bontà anche in questo film, ma questo è il mio ambiente, la mia vita, è così, non volevo raccontare l’esterno, ma i sentimenti di un gruppo di persone di front alla morte.

Aleggia un senso di precarietà nel film, come lo avete vissuto?

Stefano Accorsi: Trovo che ci sia uno sguardo di grande amore su tutti i personaggi del film, per questo lo sviluppo della storia non è disperante, ma positivo: i momenti di crisi ci sono, ma è un film che va a favore della famiglia: alla fine, si riescono a superare i problemi solo tutti insieme.
Pierfrancesco Favino: Altro che senso di precarietà: queste persone reggono perché sono gruppo. In una società che ti spinge a dire che stai bene con te stesso, da solo, c’è una persona che ti propone la necessità degli altri per essere felice: è un tema rivoluzionario. L’esterno entra in questo contesto: la necessità dell’altro per essere in vita.
Luca Argentero: Il mio personaggio, Lorenzo, è semplicemente una persona innamorata. La mia preparazione è stata guidata e portata dalla mano di Ferzan, che è riuscito a darmi quelle indicazioni che mi aiutassero a entrare nel personaggio. E poi ho scoperto cosa provano le donne quando baciano un uomo con la barba, ecco l’insegnamento che ho portato a casa!
P. F: Premesso che sono contento di avere timore di tutte le scene, perché vuol dire che sono vivo, dopo quella del nostro bacio, durante cui abbiamo pensato ognuno a cose sue!, ci siamo effettivamente scambiati i consigli sulla rasatura!



Ambra Angiolini al cinema: una nuova scommessa?
Ambra Angiolini: Non nego che il progetto mi faceva grande paura, ma poi mi sono trovata in contatto con attori straordinari. Quando mi è stato proposto il ruolo, io avevo partorito da poco, ero emotivamente fragile, però Ferzan mi ha detto “fidati di me”. Ecco, lui è il secondo uomo, dopo Francesco (Renga, n.d.R.), di cui mi sono fidata. Ferzan mi faceva “sentire” le cose e io mi sono donata nell’interpretazione delle paure e delle debolezze di una donna di cui, certo, non condivido gli oggetti che porta in borsa (droghe varie, n. d. R.)!

Ozpetek ha avuto mai Saturno Contro?
F. O.: Sì, due-tre anni fa. Invece per questo film, due mie amiche, di cui una turca che fa l’oroscopo mi ha detto di non girare a luglio ed ho obbedito! Questo film parla molto di me, della mia difficoltà a separarmi, anche dagli oggetti, è una mia mania: se vedo tre barattoli e me ne servono solo due, o li prendo tutti o nessuno, non voglio lasciarne uno da solo! Anche con le persone succede, io trascino sempre i miei rapporti, perché quando condividi le cose con una persona per tanto tempo io credo che ci sia un modo, certo molto difficile, per riuscire a mantenere i contatti. Del resto, ho una forza incredibile che mi dà la mia famiglia, amici e familiari insieme, sono molto fortunato. Però rifletto sul fatto che in questo momento il mondo intero ha Saturno contro, è tutto molto buio.

Un altro film con Accorsi, Buy e Serra Yilmaz: potete raccontarci questa nuova esperienza con Ferzan?

Stefano Accorsi: E’ stato molto coinvolgente, quando si fa un film con un regista dev’esserci secondo me un rapporto di seduzione: se si conosce troppo una persona si rischia di perdere lo smalto, invece questo non è successo con Ferzan. L’amicizia resta, ma si condivide qualcosa in un mondo parallelo. Anche con gli altri si è creato davvero un bel gruppo: quando siamo partiti per il Circeo a girare le ultime scene, siamo stati sempre insieme, un rapporto osmotico a livello anche di recitazione.
Margherita Buy: Ma vi siete chiesti, piuttosto, come mai non c’è Isabella Ferrari? L’ho eliminata! Come al solito, anche qui sono cornuta, d’altronde sono capricorno ascendente toro…
Serra Yilmaz: Vorrei fare una riflessione partendo da me, figlia unica, figlia di figli unici a loro volta. Ebbene, i figli unici prendono coscienza molto velocemente del fatto che sono soli nella vita: questo li porta a dare più valore all’amicizia. A me è successo così e ritengo che spesso l’amicizia sia più importante dell’amore…

Gli altri interpreti, come hanno vissuto i loro ruoli, ognuno estremamente diverso?

Pierfrancesco Favino: La mia difficoltà più grande è stata interpretare un uomo completamente risolto, che non si uccide perché si accorge di avere altro, di possedere tutto ciò che gli serve. Amici, affetti veri.
Milena Vukotic: Io ritengo che l’emozione sia ciò che ci fa maturare, godere e che io sento essenziale. E’ tanto tempo che non mi trovavo con un gruppo così unito con una guida, un maestro così sensibile come Ferzan. Grazie.
Lunetta Savino: Mi sono divertita molto, forse grazie a un personaggio con cui abbiamo potuto anche giocare, smorzare la drammaticità. Il mio modo di fare commedia è molto misurato ed è risultato congeniale alla situazione: una provinciale che non capisce niente di questa famiglia allargata. Ecco, con questa donna che ho interpretato abbiamo aggiunto un po’ di leggerezza.
Michelangelo Tommasi: E’ il mio primo film, mi sono trovato a lavorare con attori giganteschi, la scena del personaggio che entra nel gruppo da estraneo è stata vera, reale. Ci siamo sorretti tutti molto, attraverso il film ho vissuto momenti di vera amicizia.
Ennio Fantastichini: Molti attori si sentono attratti da personaggi diversi da loro. Io ho amato il tema epocale dell’abbandono, quella rivalità con il ragazzo che ruba il loro amore… bellissimo.

Le musiche sono estremamente affascinanti, nel loro incorniciare una sceneggiatura già di qualità. Ferzan, ci dica qualcosa al riguardo.
F. Ozpetek: Ho scelto Neffa perché è un grande artista, un poeta con una forza incredibile, ti propone cose che lì per lì sembrano mosce, invece la canzone finale, Passione, è straordinaria. E poi nel film ci sono i grandi contributi delle meravigliose voci di Carmen Consoli e Gabriella Ferri Nella scrittura della sceneggiatura io vedevo ogni singolo personaggio al suo posto, Milena, Ennio… Abbiamo fatto attenzione alla scena della vestizione di Lorenzo, pensando a Il grande freddo, ma volevamo dare più un senso macabro. Io ho un’incredibile paura di morire, è una mia fissazione.  L’aneurisma è una cosa terribile che mi riempie  d’angoscia: ora ci sei ma dopo due minuti non più. Siamo in un’era molto veloce, internet e i cellulari ci hanno tolto tutto, tutto di corsa. E anche la vita passa molto velocemente. Comunque mi sto accorgendo che è un film pericoloso: è la prima volta che un mio film mi piace in tutto. Mi emoziona ogni volta che lo guardo. E poi ricordo la bellissima atmosfera che si era creata, i nostri rapporti sono tuttora forti, amo molto tutti loro: dite quello che vi pare del film, ma non toccate i miei attori!

 

Fino a qualche anno fa veniva chiamato "the bad boy", a causa dei suoi guai con la giustizia. Oggi Christian Slater è un uomo diverso, sposato e con due figli, e da ormai qualche anno cerca di tornare  nella Hollywood che anni fa l'aveva allontanato per i suoi numerosi problemi di droga e alcool. Dopo la convincente prova di “Windtalkers” di John Woo nel 2002, oggi lo ritroviamo nel ruolo di un impiegato oppurtunista e razzista nel film Bobby di Emilio Estevez. L'abbiamo incontrato a Roma in occasione della presentazione del film.

Come è stato girare un film simile e con un cast così ricco di star?slater
Christian Slater: Io ero a Londra quando ho ricevuto la telefonata da Emilio Estevez. Mi parlò della sua idea, mi disse che Anthony Hopkins e Sharon Stone avevano già detto di sì, così, ad essere sincero, accettai subito la sua proposta senza neanche leggere la sceneggiatura. Il film, poi, l’ho visto per la prima volta in occasione del Festival di Venezia: è stato davvero bello vedere come Emilio fosse riuscito ad unire così tante story-line. Abbiamo girato tutto nel vero Ambassador Hotel, mentre stava per essere demolito, e mi ricordo che c’era un’atmosfera quasi surreale, perché se da una parte avevi la splendida ricostruzione del ’68 fatta dagli scenografi, dall’altra vedevi i bulldozer in attesa di smantellare e distruggere tutto l’albergo. Credo che la cosa bella di essere attore e prendere parte a questi film sia proprio quella sensazione di essere in una sorta macchina del tempo e viaggiare in epoche lontane, passate o future.

Il cinema sta ricorrendo sempre più spesso al film corale. Secondo lei questo era il modo migliore di portare sullo schermo il messaggio di Robert Kennedy, addirittura con 22 personaggi?

C.S.: Assolutamente sì. Ciascuna delle storie, in fondo, rappresenta un piccolo lato dell’umanità, dal più positivo al più negativo, fino a quelli che possono essere considerati come vie di mezzo. Bobby era un uomo del popolo e il modo migliore e più emozionante di rappresentarlo non poteva essere altro che da quel punto di vista.

Per gli Stati Uniti i Kennedy rappresentano ancora un sogno spezzato?
C.S.: Credo di sì, perché in fondo Bobby fu l’ultima occasione che ci fu data per portare il paese in un’altra direzione, anche se poi dei piccoli barlumi da quel giorno si sono visti ogni tanto, come nel caso della presidenza Clinton.

Lei è uno dei pochi attori ad avere un ruolo negativo nel film. Ha provato a chiedere al regista un personaggio alternativo?
C.S.: Devo riconoscerlo, per quel ruolo Emilio ha pensato subito a me. All’inizio non nascondo che ero un po’ spaventato, ma poi l’idea mi è piaciuta perché mi sono reso conto che mi dava l’opportunità di rappresentare quella fetta dell’America che non era d’accordo con gli ideali di Kennedy. E poi è sempre stimolante per un attore interpretare personaggi con idee completamente opposte alle sue. Una delle mie scene preferite è quella in cui il mio personaggio scopre che i due messicani stanno seguendo la partita alla radio di nascosto, ma alla fine anche lui si mette ad ascoltare insieme a loro. È una scena bellissima, perché mostra come Estevez è stato in grado di dare un arco di evoluzione ai personaggi, nonostante nessuno abbia in totale molto spazio nel film.



Ci sono state difficoltà nella gestione del cast?
C.S.: L’unico problema che ho riscontrato era l’organizzazione della tabella di marcia per ogni attore. Alla fine però Anthony Hopkins ha dato un esempio a tutti, comportandosi da vero gentleman: veniva ogni giorno sul set, si presentava puntuale e rimaneva per tutto il tempo sempre pronto e a disposizione, anche se magari sapeva che quel giorno non avrebbe girato nessuna scena.

Come “Good night and good luck”, anche “Bobby” usa il passato per riflettere sul presente. Hollywood sembra, ogni anno che passa, sempre più schierata contro l’amministrazione Bush. Secondo lei è in grado di cambiare gli orientamenti politici delle persone?
C.S.: Emilio Estevez è partito in realtà dalla volontà di raccontare una storia che sentiva molto personale. È certo, comunque, che con questo film mi ha dato l’opportunità di conoscere meglio Bobby, la cui eredità è stata sempre un po’ oscurata dal fratello John che l’aveva preceduto. Non so se un film sia in grado di cambiare gli orientamenti politici, ma credo fermamente che una pellicola come questa possa contribuire a forgiare nelle persone un’opinione su come dovrebbe essere il candidato delle prossime elezioni. Più che per creare un’idea di politica, credo sia quindi più utile per creare un’idea di politico, che gli Stati Uniti oggi più che mai hanno il bisogno di avere.

La sensazione più bella che viene dal film è sicuramente quella di tante vite, completamente diverse tra loro, che si trovano però accomunate dall’attrazione nei confronti di un uomo che si batte per alti ideali. Secondo lei, oggi, negli Stati Uniti c’è ancora questo desiderio di volare alto, o l’egoismo sempre più imperante lo impedisce?
C.S.: Certo che è ancora possibile. Io ho 2 figli e per loro auspico il miglior futuro possibile, e credo ciecamente, come in fondo il film stesso dice, che basti anche un solo uomo con ideali così alti per far camminare la popolazione tutta assieme verso obiettivi comuni. Sarebbe tutto possibile se ci fosse la persona giusta in grado di toglierci dall’attuale situazione. Un film come questo contribuisce ad accendere lo spirito politico; io stesso, dopo aver fatto il film e dopo aver incontrato i possibili candidati democratici alle prossime elezioni, mi sono sentito come se prima stessi dormendo e improvvisamente mi fossi svegliato. L’importante credo sia non rifiutare di guardare il passato solo perché fa male riaprire certe ferite. Bisogna necessariamente farlo per non commettere in futuro gli stessi errori.

Nonostante quelle che vediamo siano storie di fiction, per i personaggi si è comunque preso spunto da persone reali. Come ci si è organizzati allora per la stesura della sceneggiatura?

C.S.: Emilio si è limitato a reclutare le persone che riteneva migliori per determinati ruoli e poi ha lasciato loro piena libertà. È vero, abbiamo voluto prendere alcuni personaggi dalla realtà, come nel caso della famosa fotografia del primo cameriere che soccorse Bobby, che abbiamo voluto riprodurre fedelmente con il personaggio di Freddy Rodriguez; oppure come lo storia di Lindsay Lohan, ripresa dal racconto di una signora che Estevez ha casualmente incontrato nei suoi sopralluoghi all’Ambassador mentre finiva di scrivere la sceneggiatura. Partivamo da questi spunti, ma Estevez era sempre molto aperto alle nostre idee e ai nostri suggerimenti su come far evolvere le singole storie. Si respirava un’atmosfera molto tranquilla e rilassata sul set.

È impressionante come sia chiaro che i problemi di cui parlava Kennedy siano esattamente gli stessi di cui si parla ancora oggi, come se in tutti questi anni non fosse successo nulla, come se dopo il suo assassinio, il mondo si fosse fermato e non avesse avuto il coraggio di reagire; basti pensare, in fondo, che subito dopo fu eletto Nixon. Lei non ce l’ha un po’ con le generazioni successive al ’68 che hanno permesso che tutti quegli ideali morissero in così poco tempo?

C.S.: Io penso che Bob Kennedy rappresentasse un po’ una sorta di coscienza universale. Aveva l’incredibile dono di parlare alle masse, di calmarle, come quando, in seguito all’assassinio di Martin Luther King, parlò alla folla di Indianapolis e quella fu l’unica città in cui non si registrarono incidenti quella notte. Venivamo da un periodo in cui tutti gli uomini che avevano gli stessi ideali di Bobby erano stati uccisi, dal fratello John, fino a Martin Luther King stesso. Dopo che anche lui fu assassinato credo che le persone avessero paura di farsi avanti per il rischio di essere uccisi per aver posto gli stessi problemi. Abbiamo tutti una parte di colpa. Io stesso mi sono definito un dormiente, perché ho preferito chiudere gli occhi e far finta di niente, quando mi cominciavo a rendere conto che dopo l’11 settembre l’America stava diventando esattamente come ciò che condannava.

C’è una bellissima scena nel film, in cui la parrucchiera Sharon Stone spazzola i capelli della cantante Demi Moore, la quale si lamenta del fatto che dopo una certa età una donna è finita e nessuno la vuole più. Anche oggi le attrici di Hollywood criticano le stesse cose. È la realtà o sono i media a gonfiare questo problema?
C.S.: Beh, c’è sicuramente un po’ di verità, però c’è allo stesso tempo molta esagerazione. Ci sono sempre molti ruoli buoni, basti vedere quello che quest’anno sono riuscite a fare attrici come Helen Mirren, Judi Dench o Meryl Streep.

Pensa che il pubblico europeo possa rispondere meglio di quello americano a questo film?
C.S.: Sinceramente non lo so. Però, in questo tour di conferenze stampa che sto facendo in tutta Europa c’è una frase di un giornalista che mi ha particolarmente colpito. Si alzò e mi disse: “Questa è l’America che ci manca”.

Il film racconta situazioni drammatiche con il sorriso: perché questa scelta specifica?
Sergio Rubini: Perché mi piaceva che i personaggi evocassero una mancanza di depressione, tristezza, cupezza. Certo, c’è la vis tragica della vita che risale alla tragedia greca, ma va stemperata con una sana dose di voglia di vivere!

L’ambientazione è pugliese: quanto autobiografismo c’è nella pellicola?cast1
S. R.: Credo che tutte le opere siano autobiografiche. Ma qui si parte dall’idea che la proprietà divida, tant’è che la masseria è un ostacolo ai rapporti dei personaggi. Ora: io, come mio padre, non sono padrone di nulla, affitto tutto…almeno finché Domenico Procacci mi dà un po’ di soldi! Seriamente, qui di autobiografico c’è quel momento, terribile anche se intriso di tenerezza, in cui la famiglia ovunque tu sia ti reclama. Servi tu. E allora tu vorresti scappare, ma ti accorgi che non puoi. Perché quello è il tuo dovere, la tua casa, i tuoi ricordi d’infanzia: perché noi siamo stratificazioni di memoria.
Per la questione ‘pugliese’: sono andato via dalla Puglia a diciotto anni, non sono certo in grado di esprimermi su quella terra, non so nulla di quei problemi. E’ solo un gioco che faccio con la mia memoria. Il film vuole comunicare proprio questo: l’impossibilità dell’affrancarsi dal proprio passato.

Spiegateci il dipanarsi della storia, perché quel finale, perché un altro delitto senza castigo?
S. R.: M’interessava il motivo di come ci si possa incontrare solo DOPO aver messo da parte le cose, che ripeto sono ostacoli alla fluidità degli affetti. Dieci anni fa probabilmente il personaggio di Bentivoglio sarebbe rimasto lì, invece oggi credo sia importante recuperare i rapporti per quello che sono. Che ormai di ‘cose’ ne abbiamo piene le balle! E poi c’è dietro un problema esistenziale, al di là della sfera politica.
Angelo Pasquini (sceneggiatore): Volevamo raccontare un mondo dietro alla famiglia, che è il valore più importante rimasto in Italia. Un mondo che è una sorta  di buco nero, di lato oscuro. Fra le tante sfumature del film, c’è sicuramente quella noir.

A proposito di sfumature, che tipo di percorso letterario-culturale è stato fatto per concepire questo film?
S. R.: Dostowjeski è presente di sicuro nel racconto, c’è l’aristocrazia della terra, il suo rapporto con il popolo… Diciamo che il film ha un doppio binario, su cui corre il giallo inteso nell’accezione più semplice del genere. Semplice, senza paroloni: non voglio spaventare lo spettatore.



Come mai il tema della famiglia s’intreccia con quello della mafia?
S. R.: La mia è chiaramente una provocazione: l’appartenenza vera è un conoscersi al di là delle maschere.
Fabrizio Bentivoglio: Fare un film è un gesto poetico, i significati molteplici (sociologici, politici ecc.) sono attribuibili semmai a posteriori. Il film parla del non senso del vivere, dell’ambiguità.

Come sono stati scelti i personaggi?cast2
S. R. : Bentivoglio c’era da sempre. Gli altri l’ho selezionati con estrema cura, in base a provini rigidissimi perché sono parecchio esigente. E poi io cerco di far comunicare la sceneggiatura con l’attore, ecco perché, sarei stupido a non ammetterlo, il film è recitato bene.

E gli interpreti, come hanno vissuto i loro personaggi?
S. R.: Io avevo il terrore di fare quel personaggio, primo perché non credevo di avere il fisico adatto, secondo perché il timore era di apparire simpatico, invece doveva essere il male assoluto.
Claudia Gerini: Ho incontrato Domenico e Sergio in maniera molto informale, e leggendo il copione ho trovato la storia vitale, senza cupezza. Si raccontava un sud per niente represso ma in moto verso una rivoluzione. Il mio invece è un personaggio che non c’entra, una bionda hitchcockiana che si muove astrusa, non conoscendo nessuno e non appartenendo a nulla, eppure il bello è che è proprio come uno specchio per il suo compagno.
Emilio Solfrizzi: Io volevo assolutamente fare questo film, m’infilavo in tutti i provini. Ora ci tengo a dirvi quanto Sergio sia invadente e invasivo sul set, ma affascinante. Si mette sotto la telecamera e ti fa mille smorfie perché sa a memoria il copione e te lo recita proprio da lì sotto mentre tenti di girare la scena. Ma è stata un’esperienza entusiasmante. Per il mio personaggio, volevano una figura tragica e comica al tempo stesso, un’unione di opposti.
Paolo Briguglia: Io ho fatto il provino senza sapere i risvolti specifici della storia, che piega avrebbe preso il mio personaggio ecc., quindi devo dire ci siamo difesi dal costruire un personaggio totalmente buono o cattivo.
Fabrizio Bentivoglio: E’ chiaro che le sceneggiature non sono di ferro, anzi sono volubili, modificabili, perché bisogna soffiarci dentro la vita. Non c’è una chiave per entrare nel tuo personaggio, non hai la certezza mentre lo interpreti. Ogni film è un viaggio nel buio.
Giovanna di Raso: Sergio lavora molto con gli attori. Ha dedicato una settimana buona solo al lavoro sul testo e sulle scene. Ti motiva a lavorare bene, non si accontenta mai di te: la sufficienza per lui non esiste, cerca di ottenere da te il massimo. Per quanto riguarda il mio personaggio, beh, è il secondo film che faccio in coppia con Paolo, ormai siamo collaudati!

Un’ultima domanda: nel film si nota un grande lavoro sulla musica. Come mai la scelta di Pino Donaggio?

S. Rubini:  Ho scelto una musica da thriller, perché mi sembrava aiutasse a rendere meglio l’atmosfera misteriosa ed inquietante.

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locandinaIl film di Enzo Martinelli, distribuito dall'Istituto Luce, colpisce per vari motivi, dall'impeccabile precisione della sceneggiatura all'efficace resa fotografica, alla meticolosa quanto fedele ricostruzione storica e non ultima la decente interpretazione degli attori. La regia si dimostra in grado di far scivolare la pellicola lungo piani diversi, dal giallo al thriller al film d'azione al drammatico allo storico al sentimentale. Perché “Piazza delle Cinque Lune” è un film sugli intrighi di potere, sulle mezze verità, sui dati occultati, sulla sete di ideali, che fra fotogrammi sgranati stile documentario e flashbacks in bianco e nero, si cimenta in un’interessante ipotesi storico-politica sul sequestro di Aldo Moro. Dopo venticinque anni un magistrato senese (Donald Sutherland) riceve un pacco con un filmato inedito su quel di Via Fani e da qui ha inizio una lunga e appassionata indagine, (non ufficialmente) condotta proprio dall'anziano Saracini che, consultandosi costantemente con due dei suoi più fedeli colleghi, tali Branco (Giancarlo Giannini) e Fernanda (Stefania Rocca), impegna tutto se stesso in questa ricerca quasi ossessiva di una verità sepolta da un silenzio colpevole da ben venticinque anni. Gli imperdibili titoli di coda regalano l'emozione di un Luca Moro che, chitarra alla mano, inveisce contro tutti coloro che sapevano e non sapevano, che vedevano e non vedevano, complici anche inconsapevoli della tragica fine del nonno ("Maledetti voi!"). Alla fine il messaggio del film è chiaro, lampante, sconcertante: nella vita vera, al di là dei grandi ideali, vince solo chi bara, chi riesce a camuffare la propria identità fino all'ultimo istante. Trionfano i sotterfugi, le menzogne, le ragnatele d'una politica malvagia.
Alla schermata finale è consegnato questo messaggio, esplicitato nella citazione di Solone: "La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi".

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Enzo Martinelli
Anno di produzione: 2003
Produzione: Italia
Durata: 123 minuti

{tab=Curiosità}

Il titolo del film fa allusione all'omonima piazza di Roma, vicino piazza Navona che negli anni novanta ha ospitato la Democrazia Cristiana.

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

 

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locandina

L’ultimo film di Robert Altman, Radio America, è un nostalgico ritratto di un America che non esiste più, dipinto negli occhi di una strampalata combriccola di amici, alle prese con l’ultima puntata di A prairie home companion, show che per anni hanno portato avanti e che li ha uniti come una grande famiglia. Tra i corridoi dei camerini e il surreale palcoscenico di un grande teatro, da dove lo spettacolo viene trasmesso, iniziano a scorrere le esistenze di tutti i personaggi, attraverso gli aneddoti ironici e drammatici di una vita trascorsa assieme, di cui colonna sonora sono splendidi brani di musica country, genere adatto forse più di qualsiasi altro a rappresentare la vita come fusione di euforia e malinconia. Nella concitazione di questi momenti, prima che tutti si salutino e ognuno vada per la propria strada, nessuno si accorge di una presenza misteriosa che li osserva, una donna bionda e sensuale, metaforico angelo della morte, venuto a sancire la fine di un’avventura e per alcuni la fine stessa della vita. Inutile il tentativo anni dopo di ritornare sulle scene, di riformare quel grande gruppo di persone: nulla potrà essere come prima, troppe cose sono cambiate e solo il ricordo può lenire le sofferenze di una vita che, giunti alla vecchiaia, appare vuota e triste. Disponendo di un cast eccezionale (tra cui spicca, come al solito, un’eccezionale Meryl Streep, qui in inedita versione di cantante), Robert Altman depone il suo testamento (morirà pochi mesi dopo) nell’ultimo quasi disperato sguardo dei suoi personaggi verso la macchina da presa, occhi nei quali si legge tutta la difficoltà umana ad accettare la fine e a lasciarsi andare a quel sentimento che, seppure piacevole, sa essere struggente come la musica country: la malinconia.

vota_star_40
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Regista: R. Altman
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 100 minuti

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Non ci sono curiosità

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3 Premi Ioma 2007: miglior film, miglior cast, miglior colonna sonora

Will Smith è semplicemente un sorridente vulcano di energia. Sa ballare, recitare, divertire ed ora anche commuovere. Lo incontriamo al Westin Excelsior di Roma, in occasione della conferenza stampa de La Ricerca della Felicità, a cui partecipano anche l’autore dell’omonimo romanzo Chris Gardner (che è produttore associato del film, ma s’improvvisa dispensatore di saggezze e paterni auguri) e il nostrano regista Gabriele Muccino, reduce entusiasta dal suo personale “american dream”.

A che punto siete con la vostra Ricerca della Felicità?muccino e smith
Will Smith: Credo che ogni Ricerca della Felicità parta dall’avere rispetto prima di tutto nei propri confronti. Ogni tanto mi guardo da fuori e mi chiedo: io, mi rispetto? Se la risposta è sì, allora, ecco, posso dirmi felice.
Gabriele Muccino: Il viaggio stesso è la nostra vita. Il momento stesso in cui siamo felici è molto breve, sfugge via non appena lo raggiungiamo. E’ l’assenza della felicità che ci fa agognare la felicità medesima, secondo me.
Chris Gardner: Non potrei essere più d’accordo con loro: la felicità non è un punto d’arrivo, ma un viaggio, qualcosa che va e viene come la marea. Sono felice perché sono sano, sono un genitore single di due ragazzi speciali che però riflettono i miei valori: questo mi riempe di gioia.

Muccino, ci racconti di questa sua esperienza professionale in America.  

G. M.: E’ stato emozionante, anche se all’inizio ero spaventato dall’invasività della macchina hollywoodiana, poi invece ho capito che era perfettamente gestibile con un po’ di diplomazia e accettando qualche compromesso. La sceneggiatura ad esempio era solida, aveva intuizioni toccanti, ma poi abbiamo fatto tutto un lavoro di rifinitura con i produttori. Inizialmente c’era un altro finale, più commovente sulla carta, ma io sentivo che bloccava la storia, così ne ho girato un altro che nell’ultimissima sequenza mostra anche Gardner che attraversa la strada.

Dov’è secondo lei il tocco europeo, in questo film americano?   
G. M.: Io ho voluto raccontare una storia americana in modi americani. Loro hanno un pensiero materialista, consumista, capitalista e individualista. Per ogni americano, farcela è il motivo fondamentale ed esistenziale della propria vita. Noi veniamo da molto più lontano di loro, per questo forse nel nostro paese non è così. Quella americana, è una società che divide la gente in loosers e winners, perdenti e vincenti, chi ce la fa e chi non ci riesce. Ho osservato con occhio vergine una realtà cinica, provando a raccontarla con una sensibilità europea. Però l’ho voluta narrare in modo americano, ripeto, per loro doveva essere riconoscibile. Io non ho vissuto i loro anni 80!



Mr. Smith, due domande in una: cosa pensa del film e come si è trovato a lavorare con suo figlio.
W. S.: Questo film è stato presentato come il sogno americano, io penso sia piuttosto il sogno UMANO. Un sogno che racconta come la sofferenza non sia gratuita, ma punti sempre alla felicità. Recitare con mio figlio Willow [secondo su tre, n. d. R.] è stato bellissimo, trascorrevamo insieme 12-13 ore al giorno, è stata per me un’occasione unica per mostrargli ciò che so fare meglio al mondo, il mio lavoro d’attore. Ogni bambino dovrebbe passare una giornata guardando il proprio papà al lavoro. Questo è quello che definisco sogno umano; quando Gabriele mi ha mandato “Ladri di biciclette” l’ho capito ancora meglio. E’ prendersi cura dei bambini, della famiglia, fare di tutto pur di portare a termine il loro obiettivo. Proteggere i nostri figli e i nostri cari è un istinto primordiale e universale. Tutti facciamo progetti e nutriamo speranze per loro, in questo mondo tanto difficile. Ogni giorno, del resto, noi ci svegliamo perché speriamo che oggi sia meglio di ieri. Questa speranza è l’essenza del “sogno americano”. L’altra faccia del sogno è la potenzialità dell’incubo, mentre la controparte della speranza è la paura. Ed ecco, questo film, in cui credo di aver dato la mia migliore performance professionale, racconta di paure e si chiude con uno spiraglio di speranza.

Tuttavia, la differenza fra sopravvivere e diventare ricchi è grandissima. Siete stati attenti a renderla adeguatamente nel film?

G. M.: Certamente. C’è sempre una barra che può essere posta ancora più in alto: il protagonista alla fine vuole dimostrare a se stesso che senza un diploma può sognare, valere, diventare una persona grande. Un uomo nero, inoltre, in America non ha una vita facile, c’è ancora molto razzismo, è una sfida contro tutti, persiste il retaggio di essere declassificati, disistimati, sottovalutati, ghettizzati. Chris ce l’ha fatta ed è arrivato ancora più in alto. Questo non è un film su come si diventa ricchi, ma su come si sfida se stessi.
C. G.: La mia ambizione da giovane non era far soldi, ma eccellere in una cosa. Una determinazione che mi ha istillato mia madre: voler primeggiare, sentirmi bravo in qualcosa.
W. S.:Credo ci sia un malinteso sulla prospettiva del “sogno americano”, io stesso ne vivo in parte: amo il mio lavoro, adoro recitare, far ridere la gente… in America quando riesci a primeggiare in qualcosa, i soldi sono un naturale risultato. Non c’è una caccia ai soldi, ma una voglia di essere i migliori. A quel punto il successo è una conseguenza. I soldi non sono automaticamente l’obiettivo, non si può vivere per quello soltanto, ma per credere che ce la farai, amando qualcosa che fai.

Perché è stato scelto proprio Muccino per la regia?
W. S.: Avevo visto il suo “Ultimo bacio” e lo ritengo tuttora un film potente. E poi mi ha insegnato tante cose, su tutte questa frase: “No no no. Faceva schifo” [letterale in italiano! N.d.R.]. Per questo sono onorato di essere qui, aspettavamo da tempo di portare questo film nella patria di Gabriele. E poi penso di dover comprare un appartamento a Roma, perché la amo!

[Prende la parola Andrea Guerra, presente in sala, che ha curato le musiche del film]
Andrea Guerra: Credo che il tocco di Gabriele sia stato spostare il tiro su una sorta di critica della società, con un’ammirazione particolare per il fortunato che ce la fa. Il mio lavoro è stato essere uno strumento nelle sue mani, ci ha costretto tutti a togliere il senso eroico e mantenerci più vicini alla storia. Per questo si può parlare di neo-realismo nel film.

Ecco, cosa ci dite a proposito dell’intenzione realistica dichiaratamente perseguita nel film?
G. M.: Avevo paura di portare un velo di sentimentalismo e dolciume nella storia, allora ho fatto di tutto per far sì, ad esempio, che ogni senza tetto sul set fosse un vero senza tetto. Non volevo nessuna manipolazione della povertà: gli ambienti dove dorme Will nel film sono gli stessi dove dormono tuttora gli homeless. Anche il fatto di avere Gardner vicino a me durante le riprese mi faceva ricordare che non si trattava di un gioco, ma di una realtà drammatica di chi in America non ce la fa. E io non potevo tradirla.
C. G.: Sono orgoglioso di questo lavoro cinematografico, ha catturato l’essenza della passione e dell’impegno della mia vita. Certo, libro ci sono più dettagli, approfondimenti ed elaborazioni sulla mia vita.

Come mai non ci sono di fatto veri amici all’interno della storia?
W. S.: Chris non è originario di San Francisco, quindi non aveva conoscenze lì e inoltre c’era la volontà specifica, da parte sua, di non voler chiedere aiuto a nessuno.
C. G.: E’ tutto scritto nel libro, comunque uno dei miei amici più cari è il reverendo [lo stesso presente nel film, n. d. R.], che mi ha aiutato molto.
G. M.: In America il bussare alla porta del vicino non esiste. C’è un grande individualismo ed un’estrema solitudine, piuttosto. Loro hanno dei legami molto più labili dei nostri.

Un’ultima domanda: nella società americana di oggi, rispetto agli anni ’80, sarebbe ancora possibile realizzare un sogno come il suo, Mr. Gardner?
C. G.: …I could do it [= io potrei farcela]!

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