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Pillole di Film

movieUna rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

risi e leonardiUn Picasso scugnizzo con la maglia numero 10. Questo il ritratto che esce dalle appassionate parole di Marco Risi, più che dal suo film.
Il regista racconta senza riserve alla stampa romana le proprie intenzioni, come pure le notevoli difficoltà di produzione e quelle dieci settimane fra Buenos Aires (nove) e Napoli (una). Con lui anche  Marco Leonardi, straordinario interprete del film, anche grazie all’indiscusso physic du role.

Perché un film sul mito e sull’uomo Maradona?
Marco Risi: …Forse perché volevo fare un film che andasse finalmente bene! Battute a parte, Maradona è stato il più grande calciatore di tutti i tempi, per la sua capacità d’inventare cose fantastiche. E’ stato detto che la sua capacità di trasmissione di pensiero dal cervello al piede è maggiore di chiunque altro nel mondo. Però la chiave che m’interessava di più era il conflitto continuo con se stesso. Un campione sul campo, fragile nel vivere una vita normale. L’impressione che ho avuto di lui parlandoci è che è davvero molto solo. D’altronde è il destino di ogni genio, è difficile viverci insieme.

Come ha reagito il diretto interessato alla notizia di questo film? E i suoi familiari che ne pensano?
M. R.: Quando seppe del film, Maradona mi disse soltanto: “L’importante è che Claudia sia d’accordo”. Claudia, la sua ex-moglie, inizialmente era contraria al film, poi l’ha visto e ha dato il benestare. Dalma, invece, la figlia diciannovenne, dopo aver letto il copione era molto spaventata e tuttora è preoccupata per l’uscita in Argentina.

Ci parli del titolo del film, di quel famoso goal di mano.
M.R.: Ecco, quel goal secondo me è un fatto artistico, uno sberleffo meraviglioso, è Picasso. La mano de Dios, appunto. Un tocco epico, come il momento degli spogliatoi. Ma, nello stesso tempo, anche una cosa da scugnizzo. E poi pensavo alla mano di Dio anche nel senso di ciò che dà e che toglie.

E’ vero che aveva pensato ad un altro finale?
M. R.: Verissimo, ne avrei voluto un altro, con Maradona in persona che salvava se stesso. Era tutto deciso, dovevamo averlo con noi sul set di Buenos Aires l’ultimo giorno di riprese… purtroppo i contatti con Maradona restano molto difficili.

Lei ha parlato di paletti vari, può dirci qualcosa a proposito di queste limitazioni?

M. R.: La limitazione più grande è stata la convinzione di non voler inventare nulla su di lui, di non voler raccontare nulla che non fosse certo e comprovato. Non m’interessava tanto che questo mio personaggio fosse vero, ma che lui si potesse riconoscere in tante cose. Chissà, forse questo è solo il primo film su Maradona, altri magari ne riusciranno ad esaltare aspetti diversi.

Com’è nata la scelta di Marco Leonardi? E quest’ultimo, cosa ha provato nell’interpretare un mito del calcio italiano?
M. R.: Io volevo un attore argentino, ma mi colpì la sfacciataggine coraggiosa di Marco che mi disse: “Guardami, Maradona sono io!”. Oltre ad essergli molto somigliante, Marco è un ex calciatore, è mancino, poi lo vedete è alto come lui, ha i suoi stessi colori…
Marco Leonardi: Purtroppo ho conosciuto Maradona solo attraverso la televisione, le interviste, le partite… poi, ho dato sfogo alla mia fantasia. Lui è un leader, sempre amico di tutti, e un ribelle vero. Non ha mai esitato a parlare contro la Fifa, contro un calcio poco pulito. Ho cercato di far capire che si tratta di un uomo perbene dentro, malgrado i suoi errori.

La dedica finale è eloquente. Cosa Le è rimasto del suo personaggio, dopo il film?
M. R.:
La dedica mi sembrava doverosa, per il rispetto che dobbiamo innanzi tutto all’uomo Maradona. Capisco che vedere una persona che tira cocaina possa essere fastidioso, mi viene da dire che per lo meno lui non ha mai avuto mansioni di governo! Non voglio farne un eroe, sia chiaro. Ma mi è simpatico, ho sempre amato la gioia che riusciva a trasmettere quando giocava a calcio.

gondry e bernalE’ estremamente complicato avere la lucidità di fare domande, dopo la visione scioccante di un film come  L’Arte del Sogno.
Tuttavia ci abbiamo provato, nel corso della conferenza stampa tenutasi presso il cinema Quattro Fontane di Roma, durante la quale il geniale quanto vispo Gondry disegnava su un foglio, e di tanto in tanto scattava foto ai giornalisti (per ricordo? per beffa? Non è dato scrutare nei vortici mentali di un genio…). Nel frattempo, Gael Garcìa Bernal seguiva le domande con il suo sguardo magnetico e le sue riflessioni impegnative, intercalate da confessioni oniriche e sorrisi suadenti.

Signor Gondry, dev’essere stato difficile firmare la regia di un altro film, dopo l’enorme successo di “Se mi lasci ti cancello”.
Michel Gondry: In effetti ho sentito una forte pressione, ma credo ci siano diversi livelli di successo, finanziari e non. Questa è la prima volta che ho scritto da solo la sceneggiatura, è stata una grossa sfida, soprattutto perché nel film precedente avevo avuto il sostegno di un grande sceneggiatore come Kaufman. L’idea di un film che mescolasse sogno e realtà la coltivavo già da prima di “Se mi lasci ti cancello”. Ho semplicemente seguito le mie impressioni, i miei penseri, il mio cuore. E anche Gael mi ha spinto molto verso questa direzione.

Ecco, come sceglie i film da interpretare l’attore che Iñárritu stesso ha dichiarato indispensabile per “Babel”, tanto che si diceva non l’avrebbe mai girato senza di lui?
Gael Garcìa Bernal: Magari fosse così, “Babel” non si sarebbe fatto senza Pitt e Blanchet piuttosto, ma Iñárritu è un grande diplomatico! Comunque, io scelgo i film in base alla sceneggiatura, al regista e ad altre circostanze della mia vita. Con l’ “Arte del sogno”, c’è stata una coincidenza fra vita e lavoro: mi ero innamorato creativamente del lavoro di Gondry e insieme abbiamo visto che potevamo inserire anche i miei sogni nella sceneggiatura. Una volta scelto un film, diventa per me un’urgenza portarlo a termine, non posso più tirarmi indietro, m’impegno fino in fondo. E mi piace scoprire ogni volta l’artigianato dell’essere attore.

Diteci qualcosa in più su questa vostra stretta collaborazione.
M. G.: Quando ho conosciuto Gael la sceneggiatura era già pronta, ma poi ho deciso di riscriverla pensando lui. Lavoro sempre con gli attori, desidero trovare un territorio comune. Io e Gael poi siamo diventati anche molto amici, non abbiamo fatto nessuna fatica a girare insieme, anzi, era lui ad incoraggiarmi a seguire quello che diceva il mio cuore. Ad esempio, avevo un mio sogno e lui mi ha spinto ad inserirlo nel film, a rompere ogni schema. Ed è venuta fuori la scena in cui Gael/Stephane prende tutte le sue creazioni dal mondo di Charlotte/Stephanie. Stephane vorrebbe una comunione creativa con Stephanie, ma non ci riesce, perché magari a lei piacciono quelli con la moto! Il cervello di Stephane coincide con l’immaginazione di Stephanie, e tutto è reso efficacemente con un’animazione artigianale, perché più aderente all’ambiente emozionale. Il Cellophane mi è servito per animare il liquido e renderne il tremolio, com’era uso nei film d’animazione della fine degli anni 60-70. Volevo ricreare un setting giusto per sogni e sensazioni: gli attori recitavano con le animazioni sullo sfondo.
G. G. B.: Voglio aggiungere il piacere che questo crea ad un attore, rende il set teatrale, pieno di cose malleabili, una sorta di gioco infantile. Charlotte diceva che l’impalcatura della montagna stava per crollare: ecco, questo fa perdere ancora di più ogni tipo di sicurezza ed arroganza mentre reciti.

Anche le musiche sono molto belle nel suo film, come le ha scelte?
M. G.: La più importante, quella che recita “Se tu mi salvi, io ti sarò amico per sempre”, la sentii per la prima volta da una ragazza che aveva un’associazione di volontariato a difesa dei gatti. Per questo, mi ha divertito far vestire i protagonisti da gatti mentre la cantavano!
La musica è un motore che mi aiuta a scrivere. Cerco di non abusarne, comunque.

Qual è il suo sogno ricorrente, Gael?
G.G.B.: Mi trovo su un palcoscenico e non mi ricordo neanche una parola. Allora scappo, corro via, ma il pubblico reclama - non i soldi, bensì la rappresentazione con me, vogliono vedermi, per forza me. Se invece intende il mio sogno per il Messico, beh ogni giorno quando ci penso vorrei che tutto fosse migliore di com’è. I meccanismi sono tutti ciechi, pieni di difetti. Bisognerebbe trovare un comune sogno di realtà per tutti quanti. Perché il sogno è un territorio comune irrazionale, dove tutto è valido – come nel sesso e nel football!- e meritevole di rispetto. Vorrei fosse così anche nella realtà politica, chissà…

A proposito del Messico, che rapporto ha con il suo paese, professionalmente?
G. G. B.: In Messico fare film è un lusso e vivere per fare film un privilegio. Per questo per me è stata una grandissima occasione, prima pensavo di fermarmi solo al teatro. Adesso, invece, posso dirmi persino regista, perché ho diretto “Deficit”, un film che ora è in post-produzione. Tutti i registi con cui ho lavorato mi hanno influenzato, soprattutto Gondry. D’altronde, fare un buon film è come mordere la mano di chi ti nutre, e allora spero di azzannare qualche altro bel film.

Michel Gondry, si può parlare di uno stile iper-narrativo nel suo caso?
M. G.: Non so cosa vuol dire, ma suona bene. In un certo senso forse sì: sto scrivendo una sceneggiatura adesso, ma mi diverto molto a tenermela per me. Sono io ad essere ipernarrativo, per questo i miei film sono così pieni di me. La scena del televisore buttato giù in acqua, ad esempio, è una cosa successa davvero ad un mio amico.

{tab=Recensione}
locandinaDa un grande potere derivano... grossi problemi!" Anche quando le cose sembrano andare nel migliore dei modi... Il Peter Parker che troviamo all'inizio di questo terzo capitolo delle avventure cinematografiche dell'Uomo Ragno è un uomo finalmente sereno e realizzato con una donna che lo ama e una carriera invidiabile, sia dentro che fuori il costume. Ma la ragnatela della sua esistenza è destinata a farsi sempre più ingarbugliata. E sempre più oscura. Dapprima a causa degli attacchi di Harry Osborn (un James Franco inaspettatamente abile nel conferire malvagità, disperazione e psicosi al Nuovo Goblin), ex migliore amico, desideroso di vendicare la morte di suo padre. Poi per la comparsa di Flint Marko (Thomas Haden Church, già visto, con molti meno muscoli, in "Sideways"), evaso trasformato da un incidente nell'Uomo Sabbia, che porta con sè un segreto legato alla morte dello zio di Peter. Ed infine, per quella sostanza catramosa, nera, che avvolge il suo costume, amplificando i suoi poteri ma anche la sua aggressività...
Intricato, complesso, forse anche smisurato nei suoi 140 minuti di durata. L'affresco finale di Raimi alla saga di Spider-Man (anche se la SONY decidesse di farne altri, lui difficilmente vi prenderà parte) rappresenta il percorso conclusivo e definitivo dell'eroe, dalla perdizione al perdono e all'auto-consapevolezza. Raimi riesce nell'impresa che nessuno scrittore di comics potrà mai tentare: dare una fine alle avventure di Spider-Man. Nel farlo, probabilmente, perde il controllo della struttura narrativa da lui creata, così mastodontica da necessitare di almeno nove ore di pellicola (o cinquant'anni di pubblicazione a fumetti...). Ma per i fan, unici in grado di colmare i "buchi" necessariamenti presenti, questo "Spider-Man 3" è un vero spettacolo! Excelsior!

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Sam Raimi
Anno di produzione: 2007
Produzione: USA
Durata: 136 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

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Non ci sono riconoscimenti

"L'alba di domani ci sorprenderà addormentati, ancora abbracciati, e lo stesso sogno ci trasporterà oltre i confini più segreti…Forse un nuovo mondo ci riceverà senza parole nè paure ed il nostro sguardo attraverserà dei desideri la profondità".
Queste le parole immerse nelle note de "L'alba di domani", canzone timone dell'ultimo cd di Tiromancino, nonché colonna portante della sonorità di "Nero Bifamiliare", esordio riuscito di quello che potremmo definire uno dei giovani registi italiani più promettenti.
Federico Zampaglione,di una modestia e disponibilità poco comuni nell'ambiente, risponde alle nostre domande, presentandoci gran parte del cast del suo film, in cui anche il più secondario dei personaggi lascia un segno per la sua peculiarità.
Forse, viene da pensare, un nuovo mondo potrebbe sorprenderci davvero, magari dietro una villetta  (nero) bifamiliare, al di là di chiacchiere e fobie socialmente condivise: solo così, come dice la canzone, potremmo cogliere la profondità di una realtà che non si lascia catturare dalle comuni convenzioni.

zampaglioneFederico, questo film rappresenta il suo esordio alla regia, ci racconti questa nuova esperienza.

Federico Zampaglione: Il mio approccio al cinema è stato da semplice appassionato. Anche nei miei videoclip cercavo di raccontare storie, ma un giorno ho capito che non mi bastavano quei pochi minuti. Così per otto mesi mi sono concentrato sulla sceneggiatura con Rudolph Gentile, senza più suonare dal vivo.

Ecco, come mai un cantante di successo decide di sospendere con la musica e girare un film?
F. Z.: Non voglio freni dal punto di vista artistico, per carattere sono molto curioso della vita e non volevo fermarmi lì: come artista, quest’esperienza mi ha dato moltissimo, anche dal punto di vista umano, oltre che creativo. Sono stato molto fortunato. Devo dire che mi hanno preso come un pazzo quando ho preso la decisione di fermarmi con la musica per dedicarmi al film. Comunque il 23 Marzo scorso è uscito il nuovo cd, che contiene buona parte della colonna sonora del film.
 



Si nota un rapporto molto stretto, quasi osmotico, fra musica e immagini nel suo film: come si è regolato?
F.Z.: A volte abbiamo privilegiato la musica su alcuni dialoghi, perché credo che musica e immagini insieme abbiano un grandissimo potere: suscitare emozioni in maniera immediata. Ma non si tratta di un videoclippone: il film ha una sua trama, un suo sviluppo narrativo.

Il suo è un linguaggio cinematografico molto particolare, che punta tutto sullo sperimentalismo.
F. Z.: Sì, alternando ritmi e psichedelie volevo evocare qualcosa, più che raccontare nella maniera tradizionale. Anche nel linguaggio visivo del film ho aggiunto qualcosa che fa parte del mio mondo, i videoclip, dove immagini e musica si confondono. Ecco perché i luoghi non sono riconoscibili: volevo porre l’accento su ciò che accadeva, non sul dove. Riguardo allo sperimentare, ha ragione: non volevo realizzare un film in modo classico. Dato che non era il mio mestiere, mi sono permesso di provare, il mio è stato un approccio abbastanza libero. Dietro questo film c’è molta passione e molto rispetto per chi il cinema lo fa da sempre.

Infatti nel film si notano diverse citazioni cinematografiche, quali sono i suoi registi di riferimento?
F. Z.: Ho sempre amato molto la commedia anni ’70, Monicelli, ma anche Bava, Argento, le contaminazioni di horror. Mi piacciono anche Tarantino, Lynch, mentre nel film c’è un omaggio al grandissimo Sergio Leone, giocando con un luogo (lo sfasciacarrozze, n.d.R.) che aveva poco a che fare con il western.

attoriLa bravura ma soprattutto la bellezza della protagonista femminile Claudia Gerini è dirompente. Potete raccontarci com’è stato per un’attrice professionista essere diretta dal proprio compagno esordiente e viceversa?
Claudia Gerini: La vita è fatta d’incontri. Io e Federico ci siamo sempre ispirati a vicenda, all’inizio avevamo lavorato insieme ad un videoclip, perché io amo la musica. In questo film sono stata un po’ la sua musa, ho seguito le fasi della sceneggiatura, ma eravamo in pieno ruolo attrice-regista. Abbiamo usato l’intesa creativamente, per portare verità, profondità, ma anche ilarità al personaggio e al film, lasciando il privato a casa.
Federico Zampaglione: Aggiungo soltanto che il personaggio di Claudia è molto complesso, in generale il bisogno che sentivo è rendere affascinanti i personaggi, costruendoli sulle intensità e le sfumature. E poi credo che Claudia sia la più versatile delle attrici europee: sensuale, forte, ironica, ma anche inquietante a volte. Mi è piaciuta molto ne “La Sconosciuta” e anche in “Non ti muovere”, e poi lei ha il grande dono di dare sempre il massimo anche in piccoli ruoli.

Ancora una domanda per entrambi: c’è l’eventualità che vi si ritrovi l’uno nel posto dell’altra, in uno scambio dietro-davanti macchina da presa?
C. G.: No, no, nessun progetto da regista, io amo recitare, non vi preoccupate.
F. Z.: No, neanche nei miei videoclip sono mai voluto apparire, molto meglio dietro la macchina da presa!

Luca Lionello torna a lavorare con Claudia Gerini dopo lo spettacolo “Teppisti” e il film “the Passion”, cosa ci dice a proposito di questa nuova esperienza insieme?
Luca Lionello: E’ stato un privilegio lavorare con Claudia, ma anche con Federico. Questo è un film che nasce dal cuore: il cinema è un po’ come fare l’amore, si fa con le mani.

Ernesto Mahieux interpreta uno dei personaggi più particolari del film, un ruolo che inizialmente aveva rifiutato...
Ernesto Mahieux: E’ vero, avevo conosciuto Federico per un videoclip subito dopo “L’imbalsamatore”, la sua sceneggiatura per questo film non mi era piaciuta sulle prime. Poi però mi sono fidato e alla fine ne è uscito questo portiere un po’ schifoso e un po’ malalingua.

Cinzia Leone in un ruolo con un retrogusto drammatico. Com’è nata la collaborazione con Federico Zampaglione?
Cinzia Leone: Dal parrucchiere! Volevo lavorare con lui, ho adorato la sceneggiatura: questo film parla dello spostamento dei propri fallimenti nella rabbia contro gli altri, il che mi sembra estremamente attuale. Con Federico abbiamo riscritto insieme il mio personaggio, una donna di una depressione assoluta, che però s’inghirlanda molto fuori, come spesso accade, essendo estremamente nuda dentro.

Ultime domande al regista: come mai, in una black comedy, la scelta di un lieto fine? E poi, ha già progetti per il prossimo film?
F. Z.: La scelta di base era di dare un messaggio che fosse positivo, una speranza, una possibilità ai personaggi, senza condannare il film e la storia ad un finale senza uscita. Per quanto riguarda i progetti fururi, che dire, per ora voglio godermi questo momento. Per il resto, mai dire mai.

Esordisce nel 1994 con “Piccoli omicidi tra amici”, una black comedy in cui già rivela il suo stile visionario e delirante, oggi riconosciuto a livello mondiale. Danny Boyle, regista britannico di Manchester, conosce però il successo solo nel 1996 con “Trainspotting”, film sulla droga presto divenuto un cult tra i giovani. Autore sempre molto discusso per i suoi lavori, che mirano ad un’analisi spesso inquietante delle viscere della psiche umana, conosce un periodo di difficoltà quando critica e pubblico bocciano “Una vita esagerata” e “The Beach”, quest’ultimo tratto dal romanzo del giovanissimo Alex Garland, con cui stabilisce un sodalizio che ancora oggi continua. Boyle ritrova il gradimento di stampa e pubblico nel 2002 con l’horror 28 giorni dopo, al quale segue un silenzio di cinque anni in cui si dedica alla realizzazione di “Sunshine”, film di fantascienza a metà tra esistenzialismo e intrattenimento.

Sunshine è un film di fantascienza pura perché esce dai canoni tipici dei blockbuster e affronta il genere in una chiave psicologica e spirituale. È questo quello che l’ha attratta della sceneggiatura di Alex Garland?regista
Danny Boyle: La premessa di raccontare l’evoluzione psicologica di otto astronauti, isolati nell’enorme spazio infinito e legati ad una gigantesca bomba, è stata una cosa che fin dall’inizio mi ha suggestionato, anche perché non era stato mai fatto un film di fantascienza sul Sole.
Il viaggio in Sunshine può essere inteso non solo come viaggio fisico, ma anche e soprattutto come viaggio psicologico e spirituale, perché orientato verso quello che altro non è che la sorgente della vita del nostro sistema solare.

L’aspetto visivo è sicuramente uno degli elementi più interessanti. Come è avvenuta la costruzione dello spazio, soprattutto per ciò che riguarda l’uso della fotografia?
D.B.: Il tutto è partito sempre dal Sole, da questo enorme cerchio che appare fin dall’inizio del film. Il resto ha preso vita da questo, in quanto abbiamo cercato di estendere questa struttura circolare a tutto lo spazio. Credo però che sia il colore l’aspetto più importante del film. Per tutti gli interni dell’astronave abbiamo cercato di dare volutamente tonalità cromatiche che escludessero il giallo, il rosso, l’arancione, preferendo immergere i personaggi in un contesto caratterizzato da colori freddi, come il blu e il grigio. In questo modo, ogni volta che assistiamo all’esplosione della potentissima luce del Sole, che invade tutto lo spazio, anche lo spettatore si sente come i personaggi, sconvolto e abbagliato da questo accecante e improvviso colore giallo, che emerge con una potenza inaudita e contrasta in modo netto con gli ambienti freddi o neutri cui le immagini ci abituano.

Figura centrale del film è quella inquietante di Pinbacker. Perché ha voluto inserire nel film un personaggio così forte, che a tutti costi vuole impedire la riuscita della missione degli astronauti?
D.B.: Il tema più importante di Sunshine è quello del rapporto tra scienza e religione. La bomba che deve essere sganciata per riaccendere il Sole è l’ultimo ritrovato della tecnologia, l’arma più potente che la scienza possa concepire. A questa si contrappone però il personaggio di Pinbacker, una sorta di fondamentalista medievale, un talebano del futuro. È un personaggio che ostacola la missione perché crede che l’uomo non possa e non debba in alcun modo interferire con la volontà di Dio, di cui lui si fa portatore.

In fondo, tutta la tensione narrativa si basa proprio su questi contrasti.
D.B.: Non si basa tanto sui contrasti, quanto su come mentalmente i personaggi reagiscono ad essi.

Anche in Sunshine utilizza un genere, in questo caso la fantascienza, per dare vita in realtà ad un viaggio all’interno dell’animo umano. Perché la affascina così tanto fare questo tipo di film?

D.B.: In Sunshine la discesa nell’animo umano è addirittura più forte che negli altri film. La fantascienza è, infatti, un genere che dà proprio la possibilità di immergersi in quello spazio sconfinato che è l’universo, che di epoca in epoca l’umanità ha sempre concepito come uno sorta di specchio per guardarsi dentro, per esplorare la propria anima.



All’interno di Sunshine ci sono molte citazioni. Quali sono state le opere di riferimento?
D.B.: Quando fai un film di fantascienza, se lo vuoi fare davvero bene, non puoi sfuggire dal fare riferimento a tre giganti cinematografici, quali sono 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick, Solaris di Tarkovskij e il primo Alien di Ridley Scott. Alla fine sono questi i film che oggi mantengono alte le aspettative degli spettatori ogni volta che vanno a vedere un film di fantascienza.

I suoi film sono ognuno molto diverso dall’altro. A quale si sente più vicino?
D.B.: I film più riusciti e che la gente ricorda sono alla fine quelli che paradossalmente più si allontanano da te; accade spesso che alcune persone ricordino di quei film persino più cose del regista stesso, il quale invece tende ad affezionarsi e proteggere le opere meno fortunate e che la gente tende a dimenticare.

Il nome del protagonista, Capa, è un omaggio al grande fotografo di guerra?
D.B.:
Sì, e non solo perché Capa è stato un genio della fotografia, ma anche perché la fotografia è forse l’elemento più importante di Sunshine.

Lei ha costruito le ipotesi scientifiche del suo film consultando esperti e astronomi. Quali licenze, però, si è preso ai fini di portare sullo schermo questa storia?

D.B.: Le libertà me lo sono prese in realtà solo a partire dal momento in cui l’astronave si avvicina al Sole, in quanto non si sa ancora cosa un essere umano vedrebbe o cosa gli succederebbe se davvero potesse avvicinarsi alla nostra stella a così breve distanza. L’ultima mezz’ora è assolutamente surreale, in questo senso, e mi ha permesso di portare alle conseguenze estreme alcuni aspetti che prima, rimanendo a contatto della reale evoluzione scientifica dei fatti, avevo potuto magari solo accennare.

Sunshine è una delle più costose produzioni del cinema britannico. Ma quanto di americano c’è nel budget, mi riferisco alla coproduzione con la sezione indipendente della Fox statunitense?
D.B.: Il film è costato dieci milioni di sterline, circa quaranta milioni di dollari, e la Fox ha contribuito per il 30% del budget.

Andrew MacDonald, lei Come sceglie i film da produrre, visto che un film come Sunshine, o i recenti Diario di uno scandalo o L’ultimo Re di Scozia, sono film di qualità complessi che poco si addicono alle grandi masse?
Andrew MacDonald: Quando ti arriva sul tavolo una sceneggiatura come quella di Sunshine e tu senti subito che si tratta di un prodotto di qualità, è difficile dover dire di no. Il precedente 28 giorni dopo è stato un grande successo in tutto il mondo e questo ci ha reso più ambiziosi, permettendoci di scavalcare i nostri limiti e rischiare con un’opera costosa come Sunshine.

Robert De Niro, magnetico quanto scostante, è un personaggio tanto celebre che sarebbe superfluo elencarne tutte le memorabili interpretazioni. Basti ricordare che nel corso della sua brillante carriera ha lavorato con i più grandi registi di tutto il mondo (Scorsese, De Palma, Gilliam, Kazan, Tarantino, ma anche Leone, Bertolucci, Cuaròn…) e in film che hanno fatto la storia del cinema, come “Il Padrino - parte II”, “Toro scatenato”, “TaxiDriver”, “Il cacciatore”, “C’era una volta in America”, “Quei bravi ragazzi”, “Casino”, “Brazil”, “Gli intoccabili” - per citarne solo alcuni.  Stavolta si posiziona dietro la macchina da presa per raccontare i retroscena del mondo in cui viviamo, ovvero cosa succede nel misterioso ed occulto universo dello spionaggio professionale.

Si parla di una trilogia, ci racconta la genesi di questo suo progetto cinematografico?
de niroRobert De Niro: Volevo realizzare da un po’ di tempo un film su quest’argomento, poi ho incontrato Roth che ha scritto una sceneggiatura interessante e mi ha detto: “se fai questo film, io ti scriverò la seconda parte” ed ho accettato. Il prossimo film coprirà gli anni dal ’61 all’’89, seguendo l’evento della caduta del muro di Berlino, poi un terzo episodio dall’’89 ai giorni nostri.

Cosa le interessava così tanto nel raccontare il mondo dello spionaggio americano e internazionale?
R. D. N.: Credo che i servizi segreti abbiano comunque un ruolo positivo da svolgere, è anche vero che non possiamo conoscerlo fino in fondo, resta segreto. Ci sono episodi in cui il loro lavoro è stato svolto adeguatamente e nessuno dà loro merito, per via di questa stessa segretezza.
Trovo quest’argomento affascinante, ci sono stati altri spy-thriller, tipo quelli con i vari James Bond ecc., che però hanno lasciato parecchie domande, invece io volevo colmare quelle lacune, rendere il film più realistico possibile. Certo, ci sono sempre scene inventate per esigenza di copione e di regia.

Nel film traspare una sorta di nostalgia per la CIA di una volta, ci conferma questa sensazione?
R. D. N.: In un certo senso è così: prima era tutto più giovane e snello, poi quest’agenzia si è evoluta fino ai giorni nostri, in cui la Cia è nell’occhio del ciclone, così come il nostro paese.

Lei si è mai sentito spiato?
R. D. N.: Solo in certi paesi, come la prima volta che sono stato in Russia.



Cosa ci dice della società segreta “Skull and Bones”?
R. D. N.: All’epoca era più segreta di quanto lo sia oggi. Io ho incontrato membri che si sono autorivelati come tali come se niente fosse. Roth ne ha studiato il mito e la storia dettagliatamente.

Con la storia del protagonista, interpretato da Matt Damon, si ha un ritratto della solitudine disperata di un uomo: com’è nata questa scelta?
R. D. N.: Premesso che come in “Bronx” anche qui la sceneggiatura non è la mia e il massimo che potevo fare era impegnarmi a dirigere il film, comunque l’aspetto privato, personale, di questo personaggio mi interessava molto. Forse è il lato più attraente di una sceneggiatura così ben fatta che dopo averla letta capisci come mai fosse nella lista dei cento film migliori mai realizzati. Forse perché troppo costoso. Comunque, mi piace che in ogni film ci sia la storia privata che si ricollega al mondo circostante.

Ci sono grandi nomi nel cast, come si è regolato nella selezione degli attori, protagonisti e non?
R. D. N.:
La scelta del cast è la cosa più importante: se non hai l’attore giusto, non otterrai mai quello che vuoi. A parte Matt Damon e Angelina Jolie che sono fantastici, non immaginavo questo film senza John Turturro. Purtroppo perse la mamma proprio in quei giorni e io mi misi a girare tutte le scene di contorno, lasciando fuori la parte che lo riguardava, così che avesse il tempo di riprendersi. Speravo con tutto me stesso che accettasse di tornare sul set.

Un grande attore che, da regista, dirige i suoi attori come si comporta?
R. D. N.: Io penso che tutti i registi che sono a loro volta attori riescano a tirare fuori un’ottima performance dai loro interpreti, c’è più sintonia, forse perché sai cosa significa, facendo tu lo stesso mestiere, ma questo vale per ogni lavoro.

Il grande problema che emerge anche dal film sembra essere: dire tutta la verità è giusto in un regime che si definisce democratico?
R. D. N.: Fra il dire tutto e il silenzio in nome dell’interesse nazionale c’è un confine molto sottile. Alla fine, non sai mai se esiste davvero la questione dell’interesse nazionale o se è solo un alibi per nascondere altre verità.

 

{tab=Recensione}
locandinaRoma, 1978. Le BR rapiscono il presidente del partito della Democrazia Cristiana Aldo Moro e, dopo due mesi circa, lo processano condannandolo colpevole. E la pena è la morte, senza appello.
Questa, strizzata ai minimi termini, la trama di una pellicola che viene proiettata da occhi scuri, profondi, cigliati: sono gli occhi dell'attrice Maya Sansa, già mostratasi professionalmente abile nei panni della passionale fotografa siciliana ne La meglio gioventù, film che la rivede affiancata dal bravissimo Luigi Lo Cascio, qui interprete del capo-brigatista Mariano.
Il ruolo assegnato stavolta alla Sansa è quello di Chiara: ufficialmente una tranquilla impiegata ministeriale, segretamente una convinta brigatista, orfana di un partigiano. Una brigatista che esulta al momento del sequestro del Presidente dei DC, che collabora con i compagni rossi, che impegna tutta se stessa in questa nuova missione; una figura avvolta nel silenzio che non esita ad esporsi, a rischiare in prima persona e, soprattutto, ad obbedire. Obbedire sempre e comunque, senza condizioni. Perché Chiara è soprattutto questo: una donna che annulla la sua identità femminile, barattandola con quella di efficiente "soldato" delle BR.
Ma non si può rinnegare la propria natura per sempre, e ben presto la severa quanto spietata mentalità che le impongono gli altri brigatisti finisce inevitabilmente per urtare contro una sensibilità, un'umanità, un senso di compassione che s'insinuano a poco a poco dentro di lei, tormentando prima i suoi sogni, poi, dopo la commozione per la lettera dell’ostaggio alla moglie, la sua realtà. E proprio di quest'insanabile conflitto psicologico è costituito il materiale di cui si serve abilmente Belloccio; il risultato è un'epopea dicotomica su ciò che si potrebbe fare e ciò che effettivamente si fa, in un contrasto sogno-realtà dei più coinvolgenti.
La fedele ricostruzione dei fatti non interessa più di tanto al regista, che sembra servirsi della Storia semplicemente come spunto, come fonte d'ispirazione creativa, e gradevolmente artistica.
E così "Buongiorno, notte" è una storia vista dall'interno, una storia che si scruta, poi si fissa e si scava dentro, scoprendosi da una parte condanna del fanatismo terroristico, dall'altra esaltazione dell'antieroismo (tant’è che la protagonista, Chiara, è l'antieroina per eccellenza, una vigliacca dai buoni propositi: vorrebbe credere ma nn ci riesce, potrebbe agire ma non lo fa). Sta in questo l'originalità di "Buongiorno, notte": condannare l'assurdo assassinio di Aldo Moro –degnamente interpretato da Roberto Herlitzka- non da un prevedibile punto di vista religioso o etico-morale, ma semplicemente umano. E fra frammenti in bianco e nero e note dei Pink Floyd, arriva macabro il messaggio del film: "Ognuno deve morire, ma non tutte le morti hanno lo stesso significato".

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Marco Bellocchio
Anno di produzione: 2003
Produzione: Italia
Durata: 105  minuti

{tab=Curiosità}

Il titolo è ispirato alla poesia di Emily Dickinson: Buongiorno, mezzanotte

{tab=Riconoscimenti}

Mostra del cinema di Venezia 2003: Premio per un contributo individuale di particolare rilievo per la sceneggiatura
David di Donatello 2004: miglior attore non protagonista (Roberto Herlitzka)
Globo d'oro 2004: migliore attrice (Maya Sansa)

 

{tab=Recensione}
locandinaL’urlo del Giaguaro - o “Quasi”. Così potremmo rintitolare l’ultima opera, al solito estremamente discussa, di Mel Gibson, che firma una regia imponente, evidentemente nostalgica del fu Braveheart (qui in veste Maya). Di nuovo, ci troviamo davanti ad una straziante epopea corale di uomini in lotta fra di loro, immersi in un mondo mitico perduto. E’ la pars destruens di ogni mito genealogico, la narrazione cruenta della cacciata dal paradiso perduto: il meraviglioso Rudy Youngblood (alias Zampa di Giaguaro) corre a perdifiato inseguito da potenze oscure ed ombre minacciose (guerrieri, belve, serpenti, semidei…) per tutto il film, alla ricerca di un “nuovo inizio”, senza fermarsi mai, se non di fronte al vero terrore: l’avanzata dei colonizzatori europei (denuncia quasi rousseauiana alla violenza della civilizzazione). Tutto per mantenere viva una promessa fatta al padre: “La paura è una malattia. Rimuovila dal tuo cuore”. Aforismi di saggezza antica stridono con sgozzamenti e morti sanguinose, in una provocatoria esaltazione della ferocia degli uomini, che arriva a spaventare più delle fiere selvagge. Malgrado tutti i polveroni moralisti che sono stati sollevati, si tratta di un film d’azione avvincente e ben riuscito, che inchioda lo spettatore alla sedia costringendolo ad un clima di pura tensione continua, in una spirale di morti lancinanti e vendette decise dal destino. La recitazione sublime di corpi mobili fa perdonare il mancato tocco poetico alla Malick (vd. The New World), grazie ad interpretazioni più che credibili di veri indigeni che sanno muoversi al meglio nei meandri della foresta tropicale. La squadra tecnica vanta nomi illustri, dal direttore della fotografia di “Balla coi lupi” Semler al montatore Wright (The passion of Christ), al compositore Horner (Titanic, A beautiful mind), fino ai make up designer italiani Soldano e Signoretti (Moulin Rouge, Troy, Gangs of NY). Peccato solo per il gran finale – del tutto assente - ma tanto l’apice dell’emozione si era già toccato con la scena amniotica del parto in acqua.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Mel Gibson
Anno di produzione: 2006
Produzione: USA
Durata: 140  minuti

{tab=Curiosità}

Il film è stato censurato in diversi paesi. Ha inoltre suscitato polemiche legate al modo di descrivere la popolazione maya, nella sua dimensione storico-temporale. 

{tab=Riconoscimenti}

Non sono presenti riconoscimenti.

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