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Pillole di Film

movieUna rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

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locandinaParlare di donne è diventato quasi di moda ma questo film fa riflettere sul significato della femminilità nel senso più vero del termine. Attraverso una fuga quasi senza fine ognuna delle protagoniste si libera dai legami della vita passata, riflettendo l'una nell'altra, come in uno specchio incontaminato, la propria infelicità, le proprie paure ed anche la voglia di far emergere dal passato la rabbia e le inibizioni. Nel lungo viaggio verso il Messico ognuna delle protagoniste confida all'altra i desideri inespressi e lentamente, circondate da un paesaggio arido e desolato, attraversando il buio della notte, la luce dell'alba e il colore intenso del tramonto, si ritrovano ad essere l'anima e la ragione, il sentimento e la forza, l'infelicità e l'amore. Braccate dalle forze dell'ordine, ma soprattutto dalle loro stesse condizioni di vittime e perdenti, sembrano riscattare con il sorriso e con il gioco una vita piatta e inutile. Senza timore, guardando sempre avanti, continuano il viaggio verso l'ignoto e, precipitando dall'altro di un grande canyon, la strada verso la felicità diventa più lieve di un battito di ali, più puro di un amore ferito e più forte di un dolore soffocato. Così, nel silenzio, come un fiume in piena, il grido si fà più chiaro e forte; oltre lo strapiombo forse ancora una nuova vita con cui ricominciare a lottare e a sentirsi di nuovo amate. Insieme, verso la libertà, senza guardare indietro ritrovano se stesse e, come per incanto, nella luce soffusa del tramonto si frantumano i ricordi appartenuti all'ombra della loro infelicità.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. Scott
Anno di produzione: 1991
Produzione: Stati Uniti
Durata: 128 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Premi Oscar 1992 (su 6 nomination): miglior sceneggiatura originale
Golden Globe 1992: miglior sceneggiatura
National Board of Review Awards 1991: miglior attrice (Susan Sarandon e Geena Davis)
David di Donatello 1992: migliore attrice straniera (Susan Sarandon e Geena Davis)

{tab=Recensione}
locandinaMolto spesso certi personaggi hanno la semplice colpa di vivere e pensare prima rispetto a quello che dovrebbe essere il tempo giusto per pronunciare alcune cose. Forse si può riassumere così la storia di Lenny Bruce, narrata in un ottimo film del 1974 da Bob Fosse e magistralmente interpretato da Dustin Hoffman.
Comico ed intrattenitore satirico percorre una carriera costellata da eccessi ed abusi, di stupefacenti innanzi tutto, in compagnia di sua moglie, spogliarellista, conosciuta a Baltimora agli inizi della sua carriera. Il film ripercorre la vita del protagonista utilizzando spesso la narrazione postuma dei protagonisti che gli sono stati accanto, evidenziando come molto spesso la propria vita possa essere fonte di ispirazione continua se analizzata e rielaborata in maniera critica. L’arma più tagliente di Lenny, come ben mostrato dal film, è l’irriverenza verso il bigottismo sessuofobo dell’America degli anni ’50-’60 per la quale subì diversi processi e verso il sistema culturale e sociale con cui va a scontrarsi.
Nei suoi show oltre il concetto, tramite l’uso stesso della parola, decolpevolizza il linguaggio osceno mettendolo a nudo ed insegnando alla gente che quello che è, non è quello che dovrebbe essere.
Si tratta di un ottimo film, sapientemente girato in un bianco e nero che ben rappresenta la vita di un artista sempre in bilico tra luci ed ombre.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Fosse
Anno di produzione: 1974
Produzione: Stati Uniti
Durata: 112 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaLucìa Puenzo regala alla cinematografia europea un esordio semplicemente indimenticabile. Il fascino del suo film strega fin dai titoli di testa, con un montaggio alternato che collega e spezza piedi che calpestano la paglia, per poi concentrarsi sul mondo marino, elemento costante nell’opera. Fauna acquatica declinata in tutte le sue versioni (a partire dagli animali domestici, tutti pesci e anfibi vari, irresistibile la tenera tartaruga dalle pinne anteriori mozzate – la cui valenza metaforica è immediata) fa compagnia alla ragazza dagli occhi color mare, la quindicenne Alex (un’eccellente Inès Efron), che vive sulla costa uruguayana con i genitori, lontana da occhi indiscreti. Dentro e fuori di lei, un grande segreto. Una particolarità, più che un’anomalia, da proteggere difendere preservare dalla curiosità morbosa e ossessiva della gente. Ma Alex è un’adolescente alle prese con i primi scombussolamenti ormonali e quando incontra Alvaro non riesce a frenare l’attrazione. A quel punto la verità esce fuori, irrompe con tutta la sua forza devastante portando problemi, crisi d’identità, odore di esclusione. Un film sulla diversità, sulla bellezza dirompente del non potere prima e  non volere poi essere normali – non solo. Una denuncia alla discriminazione di genere – ancora poco. “XXY”, primo film a trattare dell’ermafroditismo senza retorica di sorta, con uno stile sobrio che ha addirittura del poetico (tanto che la scena più estrema, quella dell’accoppiamento fra lei/lui e lui evoca solo un’immensa tenerezza) è un inno alla libertà di scelta, considerata come il bene più prezioso al mondo, irrinunciabile: “E…se non ci fosse niente da scegliere?”.
Un capolavoro da non perdere, che si scaglia contro ogni violenza fisica e psicologica: perché la dignità di un essere umano non è questione di cromosomi.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: L. Puenzo
Anno di produzione: 2007
Produzione: Argentina
Durata: 91 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Gran Premio della Giuria della Semaine de la Critique al Festival di Cannes,
Prix de Jeunesse al Festival di Cannes,
Grand Rail d'Or al Festival di Cannes,
ACID/CCAS (Association of Independent Cinema for its Distribution and Main Fund of Social Activities)

{tab=Recensione}
locandinaL’immissione dell’elemento soprannaturale nell’ambito più quotidiano e monotono della nostra vita ha caratterizzato da sempre la fanciullesca produzione di Steven Spielberg. Seppure solo in veste di produttore (la regia è affidata a Michael Bay) anche questo Transformers riflette i punti cardine della sua cinematografia, con la storia di un ragazzo un po’ emarginato e sognatore, alle prese con una famiglia che non lo ascolta e con gli inutili tentativi di conquista della bellissima pin-up di turno, corteggiata come al solito esclusivamente da ricchi giocatori di football. Sarà lui il primo ad entrare in contatto e a stabilire un forte legame d’amicizia con la robotica civiltà aliena dei Transformers, giunti sulla Terra per combattere la definitiva battaglia contro un’altra razza di robot intenzionata a conquistare l’universo. Solidarietà e amicizia, nonché la classica opposizione tra adulti e giovani e la difficile sopravvivenza in un mondo sempre più omologato e discriminatorio, sono alla base di questo film, buono solo nelle premesse, perché purtroppo vi mette mano il “distruttore di generi” Micheal Bay, che quasi come un Transformer è riuscito ad abbattere uno dopo l’altro tutto ciò che di positivo avevano i disaster-movie (Armageddon), i film bellici (Pearl Harbor) e la fantascienza (The Island), solo per citarne alcuni. Nuovamente ci dobbiamo subire la sua spicciola retorica, con i Tranformers convinti a restare sulla Terra per tutelare e difendere una razza come quella umana che più di ogni altra (secondo loro) è dotata di amore, bontà e misericordia (poveri fessi!). La regia piatta e noiosa di Bay riesce a rovinare anche le scene d’azione e gli stupendi effetti speciali, con il risultato di un film che rimane sopra la sufficienza solo grazie all’evidente intervento di Spielberg.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Bay
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 145 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

Terry O’Quinn, alias John Locke, e Jorge Garcia, alias Hurley, direttamente dall’isola dei misteri di Lost sono sbarcati a Roma per raccontare ai fan e ai giornalisti la loro esperienza nel serial che ha rivoluzionato la fiction americana degli ultimi anni. All’incontro doveva essere presente anche Henry Ian Cusick, il criptico Desmond che è entrato a far parte del cast a partire dalla seconda stagione, ma un’improvvisa influenza (a luglio?) lo ha costretto in albergo.

Terry O’Quinn cosa le piace davvero del suo personaggio e perché non vuole proprio lasciare l’isola?terry o quinn
O’Quinn: Di lui ammiro la passione e la determinazione, il modo con cui ha vinto la paura, nonostante nella vita precedente allo schianto dell’aereo fosse un debole e un perdente. Lui è l’unico a credere di non essere finito sull’isola per caso, per questo vuole rimanerci. Per Locke, l'isola è ciò che il destino aveva in serbo per lui, l'occasione per riscattare la sua vita precedente. Fargli cambiare idea è quasi impossibile.

Che rapporto avete nella realtà con i vostri personaggi? Terry O’Quinn è davvero così spirituale come il suo personaggio e Jorge Garcia crede davvero, come Hurley, che esista la sfortuna e che sia persino contagiosa?
O’Quinn: Oggi molto più di prima credo che gli incontri e gli eventi che ci troviamo ad affrontare sul nostro cammino non siano affatto casuali. A me è successo proprio quando sono stato scritturato per questa serie: attraversavo un periodo difficilissimo sia dal punto di vista professionale che personale e, all’improvviso, tutto è cambiato. Io credo nelle coincidenze, ma credo anche che nella vita possano accadere cose davvero magiche, che nessuno di noi è in grado di spiegare razionalmente. Nella realtà, penso di sentirmi più vicino al Locke della prima serie serie, ho molte più cose in comune con lui che con il Locke attuale.

Garcia: Io non credo nei cattivi presagi e nemmeno che esistano delle persone che portino sfortuna o che siano di ostacolo allo svilupparsi di determinati eventi. Il problema è che Hurley lo crede e per questo, almeno per ora, devo fare in modo di crederlo anche io.

 


Il copione vi viene dato puntata per puntata. Cosa si prova a dover recitare senza avere la minima idea di quello che accadrà negli episodi a seguire?
O’Quinn: Dipende dai punti di vista. Recitare spesso implica fare delle scelte senza guardarsi indietro e pensare a cosa sarebbe accaduto se si fosse intrapresa un’altra strada per questa o quella scena. In fondo, se si legge continuamente la sceneggiatura rischi di cambiare troppo spesso idea e, alla fine, di confonderti. A me, tutto sommato, piace così.
Garcia: Sono d’accordo. La recitazione viene più spontanea se non devi pensarci troppo su. Io preferisco non sapere quello che accadrà in futuro, così la vivo in modo più rilassato, senza dovermi portare i compiti a casa.
garcia
Avete mai letto le teorie dei fans su internet?
O’Quinn: Certamente, io lo facevo, solo che mi sono trovato a farmi le loro stesse domande, così ho smesso, stavo diventando matto.

Come avete reagito alla notizia che la serie terminerà con la sesta stagione nel 2010?
O’Quinn: Sono estremamente contento che si sia presa questa decisione, perché credo sia giusto fissare un termine entro il quale dare al nostro pubblico tutte le risposte. Certo, questo significherà per me rimanere senza lavoro, ma per fortuna Lost ha avuto un tale successo da aprirmi molte porte. Da qui alla fine tutto sarà più semplice per tutti e sono convinto che aumenterà ancora anche il livello qualitativo del serial.
Garcia: Secondo me era assolutamente doveroso da parte degli sceneggiatori fissare un punto d’arrivo, soprattutto nei confronti del pubblico, quindi mi ha fatto molto piacere la notizia. Certo, devo essere sincero, lavorare alle Hawaii è stato incredibile, mi spiacerà davvero molto dover lasciare quei luoghi semplicemente favolosi.

Avete il tempo di guardare le serie tv? Siete appassionati di qualche serie in particolare?

O’Quinn: Non guardo mai le serie in tv, quando ho tempo libero guardo soprattutto lo sport, sono un grande appassionato. Ho fatto eccezione solo per una fiction-tv western, Deadwood, ambientata nel 1870 in una cittadina realmente esistente del Dakota.
Garcia: Io sono un grande appassionato, invece. La mia preferita in assoluto è Studio 60 on the Sunset Strip, mentre per quel che riguarda il passato sono stato un grandissimo fan de I Simpson.

 

Ospite della 24.a Mostra del cinema europeo, dove ha presentato in anteprima nazionale il suo nuovo film “Yo soy la Juani”, Bigas Luna si è raccontato al pubblico e alla stampa presenti in tutta la sua effervescenza e vitalità, due fra le tante qualità che ne riducono visibilmente l’età anagrafica in uno status di eterna giovinezza e freschezza mentale.

Sollecitato dalle domande, spesso gradevolmente provocatorie, del critico cinematografico Boris Sollazzo, il regista si è lasciato andare in una narrazione di sé e delle sue opere estremamente affascinante, lasciandosi dietro un alone di charme passionale con il suo messaggio, presente per altro in tutta la sua cinematografia, di una vita ancora, e sempre, tutta da vivere.

Da dove nasce la sua vocazione cinematografica?bigas luna
Bigas Luna: Sono convinto che la realtà superi sempre la fantasia, tuttavia credo che la mia vocazione cinematografica sia iniziata dalla passione di inventare storie da bambino, una passione che ho mantenuto: la bugia è l’atto creativo più importante.

Quali sono le sue muse ispiratrici?
B. L.: Aglio e olio d’oliva, da sempre. Vedete, c’è chi è necrofilo, io non giudico nessuno, ma sono decisamente un biofilo. Amo la vita e credo che ci siano tre punti fondamentali: la spiritualità, il cibo e la sessualità. Per questo, ogni giorno io mi alzo mistico e vado a dormire pagano.

Una cinematografia, la sua, che ha conosciuto tappe in altri paesi, come Italia e America. Ci può raccontare qualcosa di queste esperienze professionali all’estero?
B. L.: Italia e Spagna si assomigliano molto, ma ci sono differenze, soprattutto a livello di donne. Invece, per quanto riguarda la tappa americana, sono stato quattro anni a Los Angeles. Il mio rapporto con gli USA è sempre di amore e odio, ma è importante guardare il proprio paese da fuori.

Nel suo ultimo film si avverte una presenza spasmodica delle nuove tecnologie, cellulari, computer, mp3…

B. L.: Certo, l’avvento delle nuove tecnologie è stata una tappa fondamentale, non solo al cinema. Prima di realizzare “Yo soy la Juani”, ho pensato: nel XXI secolo anche le forme narrative devono cambiare. Oltre ad essere piaciuto molto in sala, il film ha avuto un record di download illegali, il che è terroristico ma anche affascinante. In realtà sto ancora cercando qual è il senso di quest’era di transizione che stiamo vivendo. Personalmente, vorrei un ritorno alla terra, che è l’unica risorsa che abbiamo. Dobbiamo scoprire la velocità di un seme, in una società così veloce. Per questo, io insegno a fare film ma anche come realizzare un orto biologico! Mi piacerebbe vivere in una società tecno-agricola, che recuperasse tutti gli errori dell’età industriale.



Continuando con “Yo soy la Juani”, è un film girato con uno stile particolarmente giovanilistico, come mai questa scelta?
B. L.: Perché il cinema ormai è dei giovani, sono quelli che ci vanno di più ed è giusto che vedano qualcosa in cui riconoscersi. Abbiamo effettuato molte ricerche sui ragazzi, sulle loro musiche, conoscendone oltre tremila di persona nei vari casting, un vero lavoro machiavellico da cui forse nascerà un documentario con un ritratto etnico-sociale interessante. Però io nasco a Barcellona nel ’46 e sono contento di avere la mia età: non voglio essere giovane di nuovo! I giovani sono arroganti, nel senso buono: è necessaria l’arroganza, ma solo fino ai 40 anni.

Veronica Echegui, la protagonista, è l’ennesima stella che ha deciso di lanciare, come del resto fece con una quindicenne Penelope Cruz in “Prosciutto prosciutto”, ci parli di lei.
B. L.: Veronica è fantastica, per sceglierla ci abbiamo messo otto mesi, ora sta avendo molto successo e io sono molto geloso dei miei attori, vorrei rinchiuderli tutti in un palazzo in Toscana e mantenerli economicamente pur di averli sempre con me! Io credo che un po’ di gelosia sia una cosa meravigliosa, ma questa è un’altra storia. La mia provocazione è stata raccontare una nuova icona spagnola, una ragazza nuova, creativa, non dipendente dal macho spagnolo.

Un grande femminista, quindi, Bigas Luna?
B. L.: Assolutamente sì, quando dico bellezza, dico donna. Detesto il machismo, anche se amo la virilità. Ma femminilità e forme femminili sono la vera fonte d’energia, spirituale e sensuale insieme.

Lei è uno dei registi più noti per una certa esaltazione dell’erotismo in ogni sua pellicola, come si regola nel girare le focose scene di sesso dei suoi film?
B. L.: Con le scene di sesso, è importante avere molta cura del corpo, io sono molto preciso, non voglio nervosismo sul set, mi piace la chimica che si crea dopo la fase della vergogna, dove l’uomo diventa più animale che intellettuale.

Che rapporto ha con la censura?
B. L.: Un rapporto fantastico, anche perché già di mio faccio molta auto-censura. Io sono un tipo trasgressivo, ma mantengo una morale tutta mia da rispettare.

Qualche considerazione su due film indubbiamente molto diversi: “Lola” e “Bambola”.
B. L.: “Lola” è un film che mi ha arricchito molto, il mio primo film di cuore e di stomaco, oltre che di cervello. “Bambola” invece è stato un momento particolare, ma anche importante: per la prima volta ho fatto un film in Italia come italiano. Volevo dimostrare tutto quello che ho sempre amato del neorealismo italiano e, insieme, sottolineare quel kitch berlusconiano/canale 5 che non sopportavo. Ecco perché scelsi Valeria Marini, un personaggio molto popolare allora. Portammo il film a Venezia, ancora non finito, senza neanche titoli di testa. E la sala si mise ad urlare, ecco lo scandalo, poi la follia mediatica in cui non si è mai parlato degli altri attori, come Stefano Dionisi. Però sono uscito molto rafforzato da quest’esperienza terrificante e “Bambola” resta uno di quei miei film che più mi divertono. E poi, la Marini ha il più bel girovita d’Europa.

Un’ultima domanda: chi ha ispirato Bigas Luna nel corso della sua carriera?
B. L.: Sono sempre stato affascinato dai film italiani, da De Sica ad esempio, ma la mia sequenza preferita è una de “L’oro di Napoli”, dove il protagonista mangia la pasta piangendo… Un poeta diceva “il silenzio è originale, la parola è soltanto una copia”.

Martedì 29 maggio 2007 è stata presentata al pubblico romano la colonna sonora originale del film “Notturno Bus”, opera prima di Davide Marengo, che schiera accanto a protagonisti ormai popolari (Valerio Mastandrea e Giovanna Mezzogiorno) anche grandi caratteristi, quali Francesco Pannofino e Roberto Citran, nei panni dei “cattivi di turno”. Ma nel film c’è anche un gigante inquietante che è in realtà un bonaccione amichevole: è Titti, interpretato da un convincente Mario Rivera, talento preso in prestito dal mondo della musica. Insieme a Gabriel Coen, infatti, ha firmato la colonna sonora del film, un’avventura che ci hanno raccontato insieme al produttore (di film e cd) Sandro Silvestri.

Sono rarissime le coppie di compositori, nel cinema italiano. Oltre a raccontarci la vostra esperienza, potete dirci se vi siete ispirati a qualcuno?

Gabriele Coen: Avevo partecipato già alla colonna sonora di “Once we were strangers”, un film di Crialese mai uscito in Italia. Però devo dire che lavorare in coppia funziona molto, essere in due è un’ottima strada. I nostri modelli sono un po’ stati i De Scalzi.rivera e coen
Mario Rivera: Abbiamo vissuto praticamente insieme per più di tre mesi, io credo molto nella squadra di lavoro. Abbiamo cercato di creare un percorso attraverso i generi musicali, inserendo anche, nella drammaturgia delle musiche, dei frammenti di parlato, ovvero le voci dei protagonisti tratte da alcune scene del film.

La colonna sonora rispecchia i toni notturni del film, come avete fatto a renderne l’atmosfera?
G. C.: Abbiamo scelto timbri caldi e scuri, usando strumenti come clarinetto basso oppure sax tenore, rifandoci un po’ ai Massive Attack.
Francesco Pannofino: Mi permetto solo di aggiungere che quando ho sentito il film confezionato con le musiche, ho respirato la stessa atmosfera di quando effettivamente giravamo di notte. Il film è bellissimo anche grazie alle musiche, bisogna sostenere il cinema italiano!


Sandro Silvestri, già produttore del film, produce anche il cd della colonna sonora. Può dirci qualcosa al proposito?

Sandro Silvestri: Beh la musica ha sempre accompagnato il cinema. Prima c’era un tipo di musica che commentava, poi è diventata una musica che cercava di stare sullo sfondo senza invadenza. Ecco, io credo che una colonna sonora sia tanto più apprezzabile quanto meno si senta nel film. Ovvero, se è talmente dentro alle scene che non si sovrappone alle immagini ma, finito il film, uno se la ricorda lo stesso. In questo vorrei sottolineare la bravura di Mario e Gabriel, che hanno dovuto affrontare una difficoltà notevole: il montatore aveva già appoggiato delle musiche ad alcune scene, tutte inavvicinabili dal punto di vista economico per i diritti d’autore,quindi un ulteriore ostacolo è stato dover proporre sopra qualcosa di già esistente. E a me sembra che, dopo tutto quest’intenso lavoro, anche i rumori in questo film diventino musica.

risi e leonardiUn Picasso scugnizzo con la maglia numero 10. Questo il ritratto che esce dalle appassionate parole di Marco Risi, più che dal suo film.
Il regista racconta senza riserve alla stampa romana le proprie intenzioni, come pure le notevoli difficoltà di produzione e quelle dieci settimane fra Buenos Aires (nove) e Napoli (una). Con lui anche  Marco Leonardi, straordinario interprete del film, anche grazie all’indiscusso physic du role.

Perché un film sul mito e sull’uomo Maradona?
Marco Risi: …Forse perché volevo fare un film che andasse finalmente bene! Battute a parte, Maradona è stato il più grande calciatore di tutti i tempi, per la sua capacità d’inventare cose fantastiche. E’ stato detto che la sua capacità di trasmissione di pensiero dal cervello al piede è maggiore di chiunque altro nel mondo. Però la chiave che m’interessava di più era il conflitto continuo con se stesso. Un campione sul campo, fragile nel vivere una vita normale. L’impressione che ho avuto di lui parlandoci è che è davvero molto solo. D’altronde è il destino di ogni genio, è difficile viverci insieme.

Come ha reagito il diretto interessato alla notizia di questo film? E i suoi familiari che ne pensano?
M. R.: Quando seppe del film, Maradona mi disse soltanto: “L’importante è che Claudia sia d’accordo”. Claudia, la sua ex-moglie, inizialmente era contraria al film, poi l’ha visto e ha dato il benestare. Dalma, invece, la figlia diciannovenne, dopo aver letto il copione era molto spaventata e tuttora è preoccupata per l’uscita in Argentina.

Ci parli del titolo del film, di quel famoso goal di mano.
M.R.: Ecco, quel goal secondo me è un fatto artistico, uno sberleffo meraviglioso, è Picasso. La mano de Dios, appunto. Un tocco epico, come il momento degli spogliatoi. Ma, nello stesso tempo, anche una cosa da scugnizzo. E poi pensavo alla mano di Dio anche nel senso di ciò che dà e che toglie.

E’ vero che aveva pensato ad un altro finale?
M. R.: Verissimo, ne avrei voluto un altro, con Maradona in persona che salvava se stesso. Era tutto deciso, dovevamo averlo con noi sul set di Buenos Aires l’ultimo giorno di riprese… purtroppo i contatti con Maradona restano molto difficili.

Lei ha parlato di paletti vari, può dirci qualcosa a proposito di queste limitazioni?

M. R.: La limitazione più grande è stata la convinzione di non voler inventare nulla su di lui, di non voler raccontare nulla che non fosse certo e comprovato. Non m’interessava tanto che questo mio personaggio fosse vero, ma che lui si potesse riconoscere in tante cose. Chissà, forse questo è solo il primo film su Maradona, altri magari ne riusciranno ad esaltare aspetti diversi.

Com’è nata la scelta di Marco Leonardi? E quest’ultimo, cosa ha provato nell’interpretare un mito del calcio italiano?
M. R.: Io volevo un attore argentino, ma mi colpì la sfacciataggine coraggiosa di Marco che mi disse: “Guardami, Maradona sono io!”. Oltre ad essergli molto somigliante, Marco è un ex calciatore, è mancino, poi lo vedete è alto come lui, ha i suoi stessi colori…
Marco Leonardi: Purtroppo ho conosciuto Maradona solo attraverso la televisione, le interviste, le partite… poi, ho dato sfogo alla mia fantasia. Lui è un leader, sempre amico di tutti, e un ribelle vero. Non ha mai esitato a parlare contro la Fifa, contro un calcio poco pulito. Ho cercato di far capire che si tratta di un uomo perbene dentro, malgrado i suoi errori.

La dedica finale è eloquente. Cosa Le è rimasto del suo personaggio, dopo il film?
M. R.:
La dedica mi sembrava doverosa, per il rispetto che dobbiamo innanzi tutto all’uomo Maradona. Capisco che vedere una persona che tira cocaina possa essere fastidioso, mi viene da dire che per lo meno lui non ha mai avuto mansioni di governo! Non voglio farne un eroe, sia chiaro. Ma mi è simpatico, ho sempre amato la gioia che riusciva a trasmettere quando giocava a calcio.

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