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DALLA BACCHETTA MAGICA AL FALLIMENTO TERAPEUTICO
Venerdì 21 Aprile,       workshop esperenziale 

 

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Pillole di Film

movieUna rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

{tab=Recensione}
locandinaSi concludono le avventura del capitano Jack Sparrow con un episodio arrembante di effetti speciali, sequenze spettacolari e con infiniti colpi di scena. Chi pensava infatti di saperne già abbastanza sulla personalità e sul passato di Elizabeth Swann, Will Turner, Tia Dalma, Davy Jones e Barbossa si sbagliava, perché è solo in questo ultimo capitolo che tutti i nodi verranno al pettine. Diciamo subito che quello che un po’ delude di Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo è proprio l’aspettativa nei confronti di Johnny Depp, che ormai sembra avere un po’ esaurito l’energia del personaggio e risulta infatti un po’ sottotono, seppure sempre assolutamente geniale. In compenso, a trascinare letteralmente il film, che come il secondo episodio, più volte s’incaglia in passaggi lenti e macchinosi, è Jeoffrey Rush, strabordante nella sua interpretazione di Barbossa, tornato dal mondo dei morti per compiere l’impresa di sconfiggere Davey Jones. Nonostante gli ultimi due capitoli durino complessivamente cinque ore e mezza, Gore Verbinski lascia l’impressione di aver realizzato una trama fin troppo fitta e complessa per la genuinità e la semplicità cui ci aveva abituato con il primo (e migliore) episodio della trilogia: lo spettacolo è sempre garantito (e la battaglia finale è assolutamente imperdibile), ma spesso si rimane storditi da un vortice di sorprese, che lo spettatore non ha il tempo di assimilare. La freschezza del film, fortunatamente, rimane intatta, ma la differenza tra La maledizione della Prima Luna e le due pellicole successive (girate assieme) risulta evidente e la sensazione finale è quella di una trilogia discontinua, poco fluida e quindi incompleta.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: G. Verbinski
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata:  168 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
MTV Movie Awards 2008: miglior performance comica (Johnny Depp)

{tab=Recensione}
locandinaA tutti gli appassionati di "Chi vuol essere milionario", "Affari tuoi" ecc. : Attenzione! Una vincita multimilionaria può rovinarvi la vita! Il film di Rodrigo Cortès è un vero atto d'accusa contro la società delle false promesse e delle trappole finanziarie in cui ci troviamo a vivere. Il suo protagonista, Martìn (interpretato da un eccezionale Leonardo Sbaraglia), giovane professore di Storia dell'Economia, vince 3 milioni di euro ad un quiz televisivo. Quello che avrebbe dovuto essere un momento di assoluta felicità si tramuta ben presto in un incubo senza via di scampo: tasse e cavilli finanziari stanno privando Martìn non solo della sua vincita ma anche della sua stessa vita! Viene lasciato dalla sua fidanzata, perde il posto di lavoro, vede scomparire tutti i suoi amici e la sua ancora di salvezza sarà un vecchio economista creativo da molti ritenuto pazzo, che gli indicherà la strada per "fregare il Sistema". La pellicola del giovane Cortès (poco più che trentenne, ma on una gavetta fatta di corti premiati in tutto il mondo e un videoclip girato per il film "Apri gli occhi" di Alejandro Amenabar) sfugge da qualsiasi definizione o classificazione in "generi" classica. E' adrenalinica, avvincente, girata con lo stile dei videoclip ma, allo stesso tempo, contiene un sottotesto di critica alla nostra società e alle sue meschinità molto approfondito e quasi da "film-inchiesta". L'abilità con la quale Cortès "shackera" questi due registri, così lontani tra loro, e la freschezza del risultato finale ne fanno una sicura promessa del panorama cinematografico mondiale degli anni a venire e la "denuncia vivente" del ritardo degli apparati produttivi italiani.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. Cortès
Anno di produzione: 2007
Produzione: Spagna
Durata: 90 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaLa Caja di Juan Carlos Falcòn Rivero, film vincitore di EuropaCinema, è un’opera prima di sorprendente maturità per la leggerezza con cui affronta, con risvolti umoristici e paradossali, il tema della morte superando gli scogli della rappresentazione di una veglia funebre. Un cadavere, quello dell’odiato Don Lucio, diventa il fulcro della narrazione intorno al quale gli abitanti di un piccolo villaggio delle Canarie circolano come in un  teatrino, facendone oggetto di scherno, di vendette, di ipocrite espressioni di compunzione e di evidente fastidio. La vedova sfuggente, Eloisa, interpretata da una squisita Angela Molina, sembra l’unica a non essere minimamente turbata, anzi si percepisce dai suoi continui stupori per la vita del defunto marito che il loro rapporto coniugale era basato sull’ assoluta incomunicabilità: si sfila dalla rappresentazione di qualcosa che in finale non gli è mai appartenuto per prendere coscienza di sé, prima con una febbrile ricerca del denaro e poi con l’abbandonarsi alle gioie di un “nuovo” amore. E’ la vicina di casa, Isabel (una superba Elvira Minguez), anche lei vittima di Don Lucio, a farsi carico dell’ingombrante corpo; si lascia sfuggire ad Eloisa un sofferente: “Lo faccio con imbarazzo, ricordatelo”. Si scoprirà in seguito che il ragazzino che si aggira per casa è il frutto della sua prepotenza sessuale, rievocata da lei con disgusto. Interessante non solo la metafora politica che ricorda nella figura del morto i fantasmi dei soprusi di Franco, ma anche la doppia valenza che assume il nome “Caya”, indicante sia la cassa da morto che la cassetta nella quale si “dovrebbero” celare i tanto sospirati soldi, unica eredità positiva di una figura così abbietta. La chiave del film si gioca appunto in questa ambivalenza: Don Lucio lo sa e dall’aldilà sogghigna divertito.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. C. Falcòn Rivero
Anno di produzione: 2005
Produzione: Spagna
Durata: 107 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaDaniele Luchetti torna a far parlare di sé con un film che merita applausi ed elogi. Incredibile vedere Riccardo Scamarcio recitare (e bene!) accanto ad un Elio Germano assolutamente formidabile. Manrico ed Accio, fratelli legati da un rapporto del tutto particolare e manesco, hanno idee politiche antitetiche. Manrico (Scamarcio) è un operaio di sinistra che si batte per i diritti dei lavoratori ed organizza grandi manifestazioni. Ha un mucchio di donne al seguito ed una ragazza splendida che lo adora. Accio (Germano) è l’esatto opposto. Fascista convinto, veste di nero e picchia chi non la pensa come lui. Combina guai che seguiamo sin dall’infanzia, lo vediamo crescere, quasi il regista volesse proporci la storia di un cambiamento. Non lo giudichiamo, Accio, lo capiamo, lo apprezziamo e desideriamo aiutarlo quando compie l’ennesimo passo falso. Gli vogliamo bene, insomma. E come potrebbe essere altrimenti?
Luchetti ci convince che quella storia sia reale, autentica, e lo fa attraverso due componenti palpabili nel film. La regia, forte ed incantevole, quasi ipnotizzante. Macchina a spalla e primi piani forzati degli attori, quasi a voler entrare nelle loro menti, l’obiettivo diventa complice e spia i pensieri più nascosti. La fotografia scelta si carica di illuminazioni naturali, assolutamente mai sopra le righe. Ricorda molto un documentario sulla vita e l’evoluzione di qualcuno che, come tutti gli altri, a volte sbaglia. La recitazione, poi, altro pilastro nella pellicola: i personaggi non sono solo credibili, ma vivono la storia e le emozioni che ne scaturiscono con una tale intensità da renderci partecipi o, meglio, complici.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Luchetti
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 100 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
5 David di Donatello 2007: miglior sceneggiatura, attore protagonista (Elio Germano), attrice non protagonista (Angela Finocchiaro), montaggio, suono in presa diretta
4 Ciak d'oro 2007: miglior attore protagonista, montaggio, scenografia, costumi
Festival del Cinema Europeo di Siviglia: Giraldillo de Plata Secciòn Oficial
1 Ioma 2008:Miglior film italiano in ex aequo con Caos calmo.

{tab=Recensione}
locandinaGabita e Otilia sono due ragazze qualunque, sperdute nella Romania rigida di Ceausescu, connotata da un proibizionismo esasperato che si ripercuote socialmente in un’eccessiva morigeratezza dei costumi. Le due amiche, compagne di università, si trovano a dover far fronte ad un problema delicato e personale: Gabita è incinta e non vuole tenere il bambino. Ma interrompere la gravidanza, giunta ormai a 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (titolo figlio di un rigore scientifico, che ben dimostra il rifiuto categorico del regista a lasciarsi andare a qualsiasi ricamo retorico) è illegale. Pertanto, la questione va risolta con mezzi altrettanto illegali. L’inevitabile si scontra con il necessario, in un duello filmato da un regista coraggioso, Cristian Mungiu, giovane talento rappresentativo del miglior cinema impegnato europeo, che si fa paladino della libertà di scelta e della tutela del corpo femminile, raccontando una storia intensa e non facilmente digeribile con uno stile volutamente asciutto, sobrio, al limite dell’anonimo (eccezion fatta per tocchi personali efficaci, si pensi alle sequenze della corsa disperata di Otilia, ingoiata da un buio metaforico, con una handycam che la insegue e la inchioda, stile horror-movie). Nessun giudizio morale di sorta, immagini forti figlie di ricerca dell’impatto visivo che si fa feroce contro-informazione, affinché tutti siano ben consapevoli di ciò che è accuduto/potrebbe riaccadere. Palma d’Oro meritata, dovuta, quasi obbligatoria, per un film capace di fare del grido allo scandalo una silenziosa opera d’arte.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: C. Mungiu
Anno di produzione: 2007
Produzione: Romania
Durata: 113 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Festival di Cannes 2007: Palma d'Oro, Premio FIPRESCI
2 European Film Awards 2007: miglior film, miglior regista

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{tab=Recensione}
locandinaUn uomo e i suoi trecento. L'orgoglio e la virilità austera di Sparta. La sete della gloria, la forza del coraggio, l'ardore della passione. Cronaca virtuale di una vigorosa sfida al destino in nome della libertà, firmata Zack Snyder, “300” è la trasposizione cinematografica dell’ omonimo romanzo grafico di Frank Miller. Siamo nel 480 a .C. a Sparta, mitica culla di guerrieri che non tentennano mai, che non conoscono debolezza né tenerezza alcuna. L'austerità dei costumi è la matriarca che regge una società fondata su disciplina, onore, senso del dovere e venerazione delle leggi (siamo pur sempre nell'Ellade socratica), oltre a promuovere valori come coraggio patriottico e sacrificio estremo. Ma anche razzismo, competizione, gusto xenofobo di sopraffazione. E Leonida, diciassettesimo re neanche a farlo apposta, è l'incarnazione vivente della trasfigurazione positiva di tutto l'universo spartano: padre attento, marito fedele (la coppia formata dalla sublime regina Lena Headey e dal possente Gerard Butler è semplicemente irresistibile), cittadino irreprensibile, guerriero valoroso, come anche nemico spregiudicato e senza pietà, pronto a dissacrare da subito l'inviolabile vincolo dell'ospitalità. Variegate le prospettive ideologiche con cui ispezionare il film, che presta il fianco a critiche ed elogi di vario tipo, premesso tuttavia che l'intenzione palese resta un godibile divertissement: cinema d'intrattenimento che prende in prestito movimento e terza dimensione dall'universo dei videogiochi, senza risparmiarsi tocchi d'autore che spaziano dall'azione, al thriller, al melò nel giro di pochi minuti. Il padre dell' “Alba dei morti viventi” regala al pubblico un'esperienza cinematografica che fa dell'esplosione del colore (su tutti un ipnotico rosso sangue, protagonista fin dai titoli di testa) e dell'enfasi estetica dei corpi il suo punto forte, impressionando, suggestionando, catturando in ogni singola, appassionante, sequenza.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Z. Snyder
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 117 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
2 Saturn Awards: Miglior film d'azione/di avventura/thriller, miglior regia (Zack Snyder)
MTV Movie Awards 2007: Miglior combattimento (Gerard Butler contro "The Uber Immortal").
1 Golden Trailer Award: Miglior promozione
1 Satellite Award: Migliori effetti speciali

{tab=Recensione}
locandinaUno dei punti di forza del cinema, del Grande cinema, sta nella capacità di raccontare le realtà contemporanee attraverso storie “altre”, di finzione. Il cinema americano, con qualche degenerazione di troppo, ha fatto di questo principio uno dei suoi capisaldi. Al contrario, in Italia pochi sono stati i registi in grado di liberarsi del retaggio neo-realista e del film d’inchiesta, teso a raccontare la realtà con la realtà, per abbracciare appieno la fiction e il suo sistema dei generi. Paolo Virzì è sicuramente uno di loro. La commedia, in questo caso in costume, diventa nelle sue mani un espediente per raccontare la società e la politica dell’Italia d’oggi. E così la disputa ideologico-filosofica tra un giovane maestrino rivoluzionario ed idealista, e il vecchio Napoleone in esilio all’Elba, traditore di quei medesimi ideali rivoluzionari e schiavo malinconico di un’ambizione che tanti giovani ha condotto alla morte, è lo specchio dell’idiosincrasia oggi esistente tra i giovani e la classe politica italiana. Di quella reazione a “un nuovo miracolo italiano”, pardon “elbano”, tante volte annunciato ma perennemente smentito dalla realtà disperata e “precaria” vissuta da quegli stessi giovani e sfogata in una lotta, appassionata quanto velleitaria, contro un tiranno lontano e non curante. Elio Germano mette il suo talento (già venuto a galla in Che ne sarà di noi e Romanzo criminale) a disposizione del maestrino Martino Papucci mostrandone l’ingenuo ardimento rivoluzionario e il conflitto interiore con il candore di un’anima ancora troppo giovane. Daniel Auteil è il suo antagonista: Napoleone, il tiranno bugiardo ma carismatico da uccidere in nome di libertà e giustizia. Triste, patetico, persino buffo nell’ora del tramonto e, tuttavia, ancora integro nel suo potere e nell’affascinante malizia che ne deriva.
Virzì guarda ad entrambi, e ai loro corrispettivi attuali, con disincanto e, forse, con la rassegnazione di chi ha terminato la propria stagione di impegno politico militante. E comunque con una consapevolezza: quella, cioè, che il Potere può essere sconfitto solo da se stesso.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Virzì
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia - Francia
Durata: 110 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaLa tematica su cui s’incentra tutto il film, che registra l’esordio alla regia del cantante Federico Zampaglione, è la difficoltà della convivenza con l’altro, l’estraneo, il diverso. Intento nobile, perseguito efficacemente senz’ombra di retorica buonista: giocandoci l’ennesimo “tiro mancino”, Zampaglione sceglie il tono della commedia (rigorosamente black style) per insinuarsi graffiante nei pregiudizi della nostra società, in cui un’eterofobia neanche troppo latente è sempre pronta a puntare il dito verso qualcuno che si avverte come diverso e dunque minaccioso (associazione arbitraria, eppure puntualmente messa in pratica).
Così, l’acquisto della villetta bi-familiare in una “Valle [tutt’altro che] Serena” darà inizio a un vortice di equivoci, fraintendimenti, fobie, in un climax ossessivo e maniacale che coinvolge senza sosta. La misteriosa coppia che abita di fronte a Vittorio e Marina (alias i formidabili Luca Lionello e Claudia Gerini, insieme già sul set di “The Passion”) ha, in apparenza, poco di rassicurante: lui (un eccellente Emilio De Marchi) è il rumeno Slatko, impegnato in loschi traffici di mobili. Lei (una sfacciata Anna Marcello, sguaiata e sensuale) una spregiudicata lavoratrice che “sembra faccia dei servizi in un motel per camionisti”. Tutte le colpe di qualunque circostanza saranno dunque attribuite subito agli “odiosi vicini”, in una degenerazione di odio e sospetti (ma anche incubi e allucinazioni) che porterà solo guai. Lo stile di regia è scoppiettante e camaleontico, pronto a strizzare l’occhio alla tradizione e ai grandi generi cinematografici (si pensi al sapore western della sequenza con Adriano Giannini), ma altrettanto smanioso di cedere il passo ad uno sperimentalismo che affascina nel suo essere multiforme e multisfaccettato. Il cast si dimostra di altissimo livello, con una grandiosa Cinzia Leoni nei panni della madre/suocera che si sente abbandonata. Garantito un gran finale, con colpi di scena e battute importanti, fra cui l’imperativo che regge il messaggio del film: “bisogna fermarsi in tempo”. Scrollarsi di dosso i congeniti pregiudizi e, magari, lasciarsi andare.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: F. Zampaglione
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 90 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
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Studio di Psicoterapia MenteSociale

studio mix

Indirizzo: Via dei Castani 170, 00171 Roma
ideaCon i mezzi pubblici lo Studio è vicino a: metro C fermata Gardenie, Tram 19 e Tram 15, numerose linee di bus

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