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Pillole di Film

movieUna rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

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felicitaSecondo quanto scriveva Thomas Jefferson, ogni uomo deve essere messo nelle condizioni di provare ad essere felice. Siamo lontani dal mito dell’American Dream, che alimenta illusioni e false speranze, sostenendo una felicità alla portata di chiunque. Jefferson parlava, piuttosto, di “ricerca”, che però non sempre può portare a esiti positivi: a deciderlo, è soprattutto il fato, che ci piaccia o no. “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino parte proprio da questo spunto. Ispirandosi alla storia vera del broker Chris Gardner, che da senza tetto è diventato uno degli uomini più importanti d’America, il film si lascia apprezzare per lo stile misurato (lontano da quello sopra le tighe tipico di Muccino), la grande prova d’attore di Will Smith, e il tentativo, a tratti però inevitabilmente fallito, di evitare la retorica più comune.
Il protagonista ha come unico obiettivo quello di assicurare al proprio figlio un futuro degno e Muccino è bravo nel saper tratteggiare questo rapporto così intenso, in modo da evitare che qualcuno possa cadere nel tranello di confondere invece la felicità del protagonista con la ricchezza economica che riesce a conseguire. Apprezzabile, inoltre, la decisione di mostrare anche la situazione di coloro che, al contrario, non riescono ad uscire dalla loro misera situazione. Purtroppo ci sono le solite sequenze ad effetto un po’ facilone (vedi quella del cubo di Rubick), assolutamente inefficaci quanto ridicole, che limano la qualità di un film, che è sicuramente la miglior opera del regista italiano.                                  

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Gabriele Muccino
Anno di produzione: 2006
Produzione: Usa
Durata: 117 minuti

{tab=Curiosità}

  • Pagati come comparse, i senza dimora che si vedono nel film sono tutti autentici.
  • Tyson Mao e Toby Mao, due campioni nel risolvere il cubo di Rubik il più velocemente possibile, sono stati assunti come consulenti per insegnare a Will Smith a risolvere il cubo in due minuti.
  • Sopra il taxi che Chris Gardner (Will Smith) prende insieme al collega di lavoro, è chiaramente visibile una locandina del celebre film interpretato da Robert De Niro Toro scatenato, del 1980.
  • Alla fine del film, il vero Chris Gardner passa davanti a Will Smith e Jaden Smith, mentre Will Smith si gira a guardarlo una seconda volta.
  • Quando Chris corre per la città si può vedere un uomo che parla al cellulare, ma il primo telefonino della storia sarà messo in commercio dalla Motorola soltanto nel 1983.
  • Chris nel finale a mano col figlio dovrebbe aver avuto ancora la borsa con cui precedentemente lavorava che invece, scompare.

{tab=Riconoscimenti}
MTV Movie Awards 2007 Miglior performance rivelazione (Jaden Smith)

{tab=Recensione}
locandinaCuriosa quanto condivisibile la definizione che il regista stesso, alias Eugenio Cappuccio, fornisce del suo film: “E’ un film sul lavoro, ma anche sulle persone che lavorano…è un affresco di sgradevolezze…Giorgio (Pasotti, il protagonista - N.d.R.) ci fa un po’ da Virgilio nel rappresentare la sgradevolezza generale”. Sulla sgradevolezza di fondo siamo assolutamente d’accordo, il *divertimento* che alcuni critici hanno provato guardando il film non è che mera “risata amara” sulle spalle di quei poveracci che si vedono “segati”(=licenziati)…
Di questo si parla in “Volevo solo dormirle addosso”, di una mission impossible all’italiana: un manager, stimato e benvoluto da tutti i colleghi, si ritrova improvvisamente costretto a licenziare in soli tre mesi gran parte del personale (ben 25 unità su 90), per ordini superiori di nuova gestione. Questo manager si chiama Marco Pressi ed ha la fortuna di essere interpretato da un brillante Giorgio Pasotti, che insieme al collega Massimo Molea, anche lui insuperabile nei panni dell’imprenditore senza scrupoli, salva il film dalla catastrofe. Altro nomignolo (fastidioso) di Pressi è “il muerto”: così lo definisce la sua aspirante fidanzata Laura, che tenta faticosamente di ritagliarsi uno spazio all’interno dell’ansimante vita di Marco, stacanovista fino all’osso (ma si dovrebbe dire: fino in bagno…). Ad un tratto, irrompe nell’esistenza del protagonista Angelique, l’avvenente angelo nero che lo ipnotizza dal cubo di una discoteca;  ma anche questa pare essere solo una parentesi: Pressi non cerca l’amore vuole solo dormire addosso, un contatto affettivo momentaneo che dura il tempo di una notte, o al massimo sei mesi. D’altronde questa è la filosofia del film, la cui fine coincide con l’inizio: “Niente progetti: solo desideri e obiettivi. Desideri e obiettivi”.
In definitiva questo dramma aziendale, tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Lolli, si rivela niente di più che un film stereotipato, dal primo all’ultimo frame. I colletti bianchi sono rigorosamente milanesi, come pure la ragazzetta snob tutta frivolezza e battiti di ciglia (in questo ruolo la pur graziosa Cristiana Capotondi è perfetta), la panterona di turno è bella ma povera e di colore, la manager laboriosa è chiaramente giapponese e il boss tutto raffinatezza che cade sempre in piedi è, toh, francese - le ripetute giustificazioni di Cappuccio che sostiene di aver scelto “le donne, non i colori, il simbolismo…” non ci convincono neanche un po’.
Più che film realistico, una macchietta del reale - basti pensare alla colf sudamericana, unica nota positiva e davvero esilarante del film, che appella quotidianamente Pressi col suo accento strascicato “Hombre de mierda!”, oppure alla frase tormentone che si ripete costantemente in tutta la pellicola “TI STIMO MOLTO”, quasi una lusinga allo spettatore affinché non abbandoni la sala in piena proiezione… A voi la scelta…

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Eugenio Cappuccio
Anno di produzione: 2004
Produzione: Italia
Durata: 96 minuti

{tab=Curiosità}

Il film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia

{tab=Riconoscimenti}
Il film non ha ricevuto riconoscimenti

{tab=Recensione}
felicitaIn cerca disperata di una storia di successo, l'ambizioso scrittore Clifford Irving (Richard Gere) offre al suo editore la biografia autorizzata del mitico produttore americano Howard Hughes. Si tratta però di un falso, attraverso cui Irving darà vita  ad una delle truffe più colossali dell'editoria contemporanea; saranno i crescenti sospetti nei suoi confronti a farlo diventare presto vittima delle sue stesso calunnie, mentre l'ossessione per la figura del magnate lo condurrà lentamente alla pazzia. Scopiazzando qua e là da capolavori cinematografici, come La stangata, Prova a prendermi e A beatiful mind (senza contare il fantasma di The aviator, che aleggia su tutto il film), Lasse Hallstrom costruisce l’ennesima pellicola apprezzabile solo in superficie, divertente e scanzonata, ma poco approfondita. Anche quello che poteva essere l'aspetto più interessante del film, cioè la progressiva (e ossessiva) immedesimazione di Irving nella personalità di Hughes, viene troppo spesso abbandonato a favore di tematiche più frivole, come i continui tradimenti del protagonista ai danni della moglie. Il tentativo di affrontare temi più seri e una regia più complessa non riesce del tutto, e la pungente critica sociale rimane solo sullo sfondo: ai poveri non è permessa la scalata sociale; i veri colpevoli non sono loro, bensì i ricchi (gli spietati e cinici editori) che li hanno costretti all'inganno, avendoli privati di qualsiasi altra possibilità per aspirare ad una vita migliore. Hallstrom vi fa allusione, ma la tentazione di concentrarsi sul giochino semplice e accattivante del "chi inganna davvero chi?" alla fine prevale e il contenuto rimane pressoché assente.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Lasse Hallstrom
Anno di produzione: 2006
Produzione: Usa
Durata: 115 minuti

{tab=Curiosità}

Il film è stato presentato alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma,

{tab=Riconoscimenti}
Il film non ha ricevuto riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaParigi, Avenue Montaigne. Un quartiere lussuoso con un viavai di personalità e perfetti sconosciuti in cerca di un lavoretto. E’ il caso di Jessica (una frizzantina Cecile De France), che si improvvisa cameriera e barista pur di seguire le orme del mito donnesco del cambiar vita. Di fatto, tutto accadrà tranne questo – ma ne vedrete lo stesso delle belle. Un pianista famoso e annoiato dalla fama (Albert Dupontel) che snobba il lusso per suonare agli straccioni e una moglie nevrotica e insoddisfatta (avete indovinato, solito ruolo di Laura Morante) che chiede solo di essere amata (ma con classe). Un collezionista facoltoso (Claude Brasseur) che decide di svendere tutto, ricordi compresi, ma che non riesce a liberarsi delle incomprensioni con un figlio che non accetta la presenza della neo-matrigna arrivista. Un’attrice (Valerie Lemercier) celebre e isterica alla ricerca del ruolo giusto e una malinconica custode di teatro (la straordinaria Dani) approdata alla pensione. Tutti questi personaggi si incontrano e si scontrano intorno al Bar des Theatres, crocevia di sogni e delusioni, amori e tradimenti, frustrazioni e chimere abbaglianti.
Nessun colpo di scena, niente effetti speciali, solo una quotidianità che scivola lenta e piatta davanti alla macchina da presa. Fra uno sbadiglio e l’altro, qualche sorriso può scappare - della serie: c’est la vie.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Danièle Thompson
Anno di produzione: 2006
Produzione: Francia
Durata: 106 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
Premi César 2007 a Cecile De France

{tab=Recensione}
locandinaCon una regia pirotecnica, pronta a mimetizzarsi in uno stile tutto giovanilistico, il sedicente “biofilo” (cioè amante della vita) Bigas Luna digerisce l’elisir di eterna giovinezza dietro la macchina da presa, firmando un’opera a metà fra il sexy movie per teenager e il biopic di formazione.
La diciassettenne Juani (l’esordiente Veronica Echegui, ennesima stella lanciata dal regista) è una Cenerentola del nuovo millennio, povera, sboccata e spregiudicata, oppressa da una situazione familiare precaria (il padre si dà all’alcoolismo per via di uno sfratto incombente). Ciò nonostante, la sua vita scorre liscia e vorace fra psichedeliche serate hip-hop con gli amici ed un focoso primo amore, tutto tatuaggi, mp3 e promesse non mantenute.
Il tradimento, meschino e puntuale, segnerà la fine di un sogno ma anche l’inizio di un destino: in uno scatto di ribellione ancora una volta tutto adolescenziale, Juani molla baracca e burattino (è proprio il caso di dirlo) per trasferirsi con la sua migliore amica Vane a Madrid, nella disperata ricerca di successo.
Affogando i dispiaceri in godimenti materiali fra shopping sfrenato ed eccessi trasgressivi che scambiano frivolezza infantile per libertà, la prima si fa un tatuaggio, la seconda un seno nuovo. Presto entrambe impareranno a proprie spese le difficoltà reali del vivere quotidiano, la vuotezza di un mondo fatto solo di chimere e apparenza, accattivante ma pericoloso, e infine il bisogno di credere seriamente in qualcosa.
Un film interamente dedicato ai giovani, intenso, rabbioso e provocatorio in pieno stile Luna, dove il sesso abbonda come compensazione materiale di mancanze interiori forti e dove si assiste allo sgretolamento progressivo di certezze (famiglia, amore, valori…). Da un nichilismo attuale imbellettato di paillettes, sopravvive un’unica forza altrettanto dirompente: la volontà cieca di raggiungere uno scopo, costi quel che costi.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Luna
Anno di produzione: 2006
Produzione: Spagna
Durata: 100 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
Best Spanish Actress (Verónica Echegui)

{tab=Recensione}
locandinaOrgoglio e pregiudizio di Joe Wright, decisamente fedele al romanzo di Jane Austen, porta sullo schermo uno spaccato della provincia inglese del diciottesimo secolo, proponendo una regia attenta ai particolari scenografici e una fotografia che, spaziando su suggestivi scorci paesaggistici, schizza un acquarello di un tempo che fu. Nella quiete della campagna inglese di fine settecento, la routine dei Bennet, una famiglia di media borghesia, viene rivoluzionata dall’arrivo del ricco scapolo Charles Bingley e del suo altezzoso amico Darcy: quale migliore occasione per l’ansiosa signora Bennet per far sposare una delle cinque figlie e assicurare la tranquillità economica alla tenuta? Se durante il primo tempo lo spettatore rischia di rimanere un po’ estraneo alla storia, la colpa non è imputabile all’ambientazione o ai dialoghi rigorosamente “stile Austen”: a non coinvolgere fino in fondo è l’eccessiva confusione con cui la tranquilla contea si trasforma in vetrina mondana; il ciarlare starnazzante delle sorelle minori e la maniacale ossessione della Bennet per garantire un “buon partito”alle figlie, estremizzata sino quasi a diventare una macchietta. Ma anche queste caratterizzazioni quasi forzate sono create ad hoc e concorrono a spiegare quel mondo in cui il matrimonio di convenienza era una consuetudine e la provenienza sociale era alla base delle relazioni sentimentali. Solo il tenebroso Darcy e l’orgogliosa Elizabeth, la secondogenita di casa Bennet, si distaccano da questa apparenza cercando di vivere in una prospettiva meno formale e di riaffermare i propri valori al di là del dover essere e del pregiudizio. Il cast è eterogeneo nella sua coralità ma nessuna interpretazione rimarrà alla storia. Spicca solo Keira Knightley che grazie all’ironia riesce a stemperare il sentimentalismo e ad ottenere una nomination all’Oscar. Meno incisivo Matthew MacFadyen che con il suo Darcy rimane in secondo piano e che, espressivamente parlando, perde un po’ in fascino quando abbandona la maschera altera e snob.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Wright
Anno di produzione: 2005
Produzione: Gran Bretagna
Durata: 127 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaOrson Welles, si sa, non realizza solo film. Lui riesce a creare poesie che parlano con le immagini. Ogni scelta formale o narrativa è funzionale all’emozione da trasmettere. Un cinema che dice e racconta sensazioni attraverso inquadrature ben studiate. L’infernale Quinlan sicuramente non fa eccezione. Ogni fotogramma è pura scelta registica, il tocco autoriale è inconfondibile.
Un noir del tutto particolare, inquietante e molto suggestivo. Quinlan (un poliziotto interpretato dallo stesso regista) è un buono cattivo, dovrebbe proteggere ma decide di ingannare. Vargas è il buono tout court, che finisce con l’essere quasi del tutto asettico. Inquadrato sempre frontalmente, raramente in primo piano, finisce con l’avere un ruolo secondario rispetto all’antagonista Welles. Quinlan, infatti, è una figura imponente, autoritaria, forte sin dalla sua primissima entrata in scena. Inquadrature ed illuminazione dal basso gli danno un’aria diabolica, ma sofferente anche nella sua confessione di infelicità per la morte di sua moglie. Non è solo la macchina da presa di Welles a narrare; a fare il suo gran lavoro è la fotografia di Russell Metty. Nulla è mai lasciato al caso e la fotografia racconta i personaggi.
Eccezionale apparizione dell’irriconoscibile Marlene Dietrich, splendida come sempre, malinconica come mai prima. Acquieta gli animi ed il tono vertiginoso del film nei panni di Tanya, una prostituta proprietaria di un bordello.
Il film rappresenta l’attraversamento di un confine morale, emozionale, tecnico (non a caso è ambientato su una terra di confine). Una sorta di capolavoro, insomma, estremo quanto basta, seppur non superi (e neppure eguagli) il genio ed i canoni espressivi del precedente Quarto Potere.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Orson Welles
Anno di produzione: 1958
Produzione: USA
Durata: 95 minuti

{tab=Curiosità}

I primi otto minuti del film sono girati senza tagli, con un unico piano sequenza. 

Il film viene ironicamente citato in una scena di Ed Wood di Tim Burton: Ed Wood (Johnny Depp) parlando con Orson Welles (Vincent D'Onofrio) si lamenta di come i produttori scelgano autonomamente gli attori dei film, in modo non sempre giusto. Welles risponde "Non dirmelo. Sto giusto cominciando a lavorare a un film in cui vogliono che Charlton Heston interpreti un messicano!"

Il film viene citato pure nel film di Robert Altman I protagonisti (1992).

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaChi ha ammirato Il silenzio degli innocenti rimarrà deluso, chi ha visto Hannibal tirerà un sospiro di sollievo. Red dragon, remake del sottovalutato Manhunter – Frammenti di un omicidio, narra i fatti avvenuti prima del celebre incontro tra l’efferato cannibale e l’agente Clarissa Starling. Tre anni dopo il suo ritiro dall'FBI, l'agente Will Graham viene contattato dal suo ex partner, per aiutarlo a risolvere un caso relativo ad un serial killer. Graham accetterà, ma per comprendere la psicologia dell’assassino, sarà presto costretto a chiedere aiuto alla diabolica mente di Hannibal Lectar, la cattura del quale aveva segnato la fine della sua carriera. La storia rispecchia la stessa struttura de Il silenzio degli innocenti, con l’intellettuale cannibale che stuzzica le paure e scava dentro l’anima del poliziotto di turno (ma l’ingenuità e la fragilità di Jodie Foster sono un lontano ricordo); è questo il limite del film, che a parte una storia intrigante (ma comunque con una suspense che crolla terribilmente nel secondo tempo), non regala nulla di originale, ma solo l’occasione di rivedere sullo schermo un geniale Anthony Hopkins e le ottime performance del resto del cast. Bellissima la parte iniziale, tutta basata sull’elaborazione della psicologia dello schizzato serial killer, attraverso le analisi delle scene del crimine condotte da Graham e le conoscenze del “lato oscuro” dell’uomo da parte del professor Lectar. Poi, però, diventa tutto troppo drammatico e pomposo, quasi irreale, concentrato solo su singole scene abilmente dirette. Anthony Hopkins sparisce quasi dalla scena, prima di ricomparire in un finale purtroppo indegno e quasi ridicolo.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Brett Ratner
Anno di produzione: 2002
Produzione: USA
Durata: 124 minuti

{tab=Curiosità}

In questo thriller di Thomas Harris appare per la prima volta il personaggio del dottor Hannibal Lecter, pluriomicida-cannibale, famoso nel film "Il silenzio degli innocenti".

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

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