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Pillole di Film

movieUna rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

{tab=Recensione}
locandinaTornano le avventure dell’eccentrico pirata Jack Sparrow con La maledizione del forziere fantasma, secondo capitolo della fortunata saga piratesca, meno disneyano e più intricato dal punto di vista narrativo. L’amore tra la nobile Elizabeth e il fabbro Will Turner sembra non avere pace: alla vigilia delle nozze, i due vengono arrestati e condannati per essersi resi complici del pirata più ricercato dei sette mari. La cosa non tocca più di tanto il soggetto in questione, che però finisce per mettersi comunque nei guai e intrecciare le sue disavventure con quelle dei due poveri giovani, ormai dipendenti dalle sue scellerate azioni. Questo lungo e arrembante sequel offre da una parte sicuramente una trama più interessante e meno scontata e una sceneggiatura studiatissima, con gag e battute davvero esilaranti, ma dall’altra perde molto nello sviluppo narrativo, spesso lento e macchinoso, e nella troppa insistenza su scene madri ad alto tasso di spettacolarità, messe lì tanto per sfruttare il cospicuo bufget a disposizione. Il film riesce però a divertire, soprattutto grazie all’interazione tra i personaggi che compongono la strampalato trio protagonista (Keira Nightley e Orlando Bloom perfetti nel ruolo, Johnny Depp superlativo), alle funzionali scenografie e atmosfere caraibiche e ad effetti speciali assolutamente incredibili, soprattutto quando non invasivi. La maledizione del forziere fantasma si configura così come un semplice spettacolone ben congegnato e con una furba sorpresa sul filo dei titoli di coda, che per gli amanti della saga, vale da sola la visione del terzo (si mormora, conclusivo) capitolo.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: G. Verbinski
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 150 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
MTV Movie Awards 2007: Miglior film, miglior performance (Johnny Depp)
Premi Oscar 2007: migliori effetti speciali
BAFTA: migliori effetti speciali

{tab=Recensione}
locandinaPerché due popolari showman dovrebbero abbandonare repentinamente le scene, una volta giunti all’apice del successo? Su questo mistero inizia ad indagare una giovane giornalista, che partendo da un misterioso cadavere, entrerà nel mondo torbido dello spettacolo e dello showbusiness. Niente di originale questo False verità, se non fosse per l’intrigante struttura noir, con la quale il regista Atom Egoyan (già autore dell’hitchcockiano Il viaggio di Felicia) affronta questa storia. Che dietro la facciata tutta lustrini e paillette della tv si nascondessero scandali sessuali, corruzione, droga, disperazioni e infinite solitudini, lo si sapeva, e questo puzzle non fa altro che riproporre tutto questo campionario in un desolante panorama generale. Ma al film ci si appassiona, soprattutto per l’abile costruzione delle psicologie dei personaggi, a partire dalla coppia degli showman Lanny Morris e Vince Collins (rispettivamente gli straordinari Kevin Bacon e Colin Firth), il cui disagio esistenziale e disperata fragilità accompagnano lo spettatore, fino quasi a commuoverlo nonostante i risvolti finali. Eccezionale, poi, la descrizione di quella sorta di fascino morboso che circonda i divi dello schermo, quella sorta di aura misteriosa, magica e seducente, da cui rimane ammaliata la stessa giornalista che conduce le indagini. La parte centrale, per questo, è la più bella e la più tagliente, mentre il resto lo si apprezza per l’interessante caccia all’assassino, da cui comunque non bisogna aspettarsi grandi colpi di scena.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: A.Egoyan
Anno di produzione: 2005
Produzione: Canada
Durata:107 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
1 Genie Awards a Atom Egoyan per la migliore sceneggiatura
1 Directors Guild of Canada a Phillip Barker per la migliore scenografia

{tab=Recensione}
locandinaAndando al cinema quella sera tutto era andato storto: come al solito tardi; una fila che non vi dico per l’ultimo film di Jim Jarmush, biglietti senza posto numerato, la gente che mi faceva alzare ogni momento, e soprattutto, ma me ne sarei reso conto solo dopo, in tutta questa confusione non avevo avuto il tempo di fumarmi una sigaretta.

Lo avevo lasciato con Dead man (1995) e con Ghost Dog – il codice del samurai (1999), film belli e diversi, uniti dal tema della morte. Sapevo del Cast importante: Roberto Benigni, Steve Buscemi, Iggy Pop, Tom Waits, Cate Blanchett, Meg e Jack White, Bill Murray, dell’idea di collegare tanti cortometraggi girati attorno ad un tavolo tra gente che beve caffé e fuma sigarette, che tutto era iniziato nel 1986 con il primo corto con Benigni e che il progetto aveva preso piede negli anni, ma ero abbastanza incerto, anche perché come detto la fretta non aveva dato spazio alla concentrazione della pre-visione.

In effetti nel pomeriggio avevo anche letto una sua intervista, di quelle promozionali o che coincidono con l’uscita del film, visto una sua bella foto (guardatelo è un personaggio!), sentito notizie su alcune scene e sull’improvvisazione di alcune parti e mi era piaciuta l’idea che esprimeva del bianco e nero. Diceva: “C’è una qualità luminosa nel bianco e nero che mi ha sempre affascinato... Mi affascina l’idea di comunicare una misura più limitata di informazioni ed una percezione differente della realtà”.

In effetti iniziata la visione si entra in un mondo tutto suo, dove il bianco e nero diviene la componente principale per la staticità della macchina, puntata sul tavolino e sui personaggi, grotteschi, a volte cinici o disperati, ma uniti dalla passione per la pausa del caffé accompagnato da una buona sigaretta. E capite me, seduto nell’ultima poltrona a sinistra della fila F della sala, con tutti i vizi che mi ritrovo! Con quello che mi era successo! Certo, contento nel trovare una voce amica nella crociata anti-tabagismo che stiamo vivendo, ma allo stesso tempo abbastanza invidioso. Scusate lo sfogo, il film in effetti non è una disquisizione sulla libertà del fumatore, o forse in parte, ma è soprattutto uno spaccato di vita -quella della generazione del caffé e sigaretta, come viene sottolineato nel film-, nel momento di assoluto relax. Accompagnato da un’ottima fotografia -ai vari episodi hanno collaborato dei veri maestri- e da musiche che, come nelle precedenti occasioni, risultano “azzeccate” alla tematica affrontata, il film di Jarmush è caratterizzato da alcune scene e dialoghi secondo me davvero esilaranti, unite al tempo stesso da un’imprenscindibile incomunicabilità che pervade tutto lo schermo. In effetti proprio tutto questo mi ha fatto rimanere attaccato alla sedia, in un misto di divertimento e sofferenza che avevo dentro.

Alla fine del film sono uscito dalla sala, sentendomi meno ghettizzato e colmo di un gran senso di soddisfazione. Da allora, però, sono passate almeno tre ore prima che mi fumassi una sigaretta. Mi chiedo se sia questa la morale…

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Jim Jarmusch
Anno di produzione: 2004
Produzione: USA
Durata: 95 minuti

{tab=Curiosità}

Nella scenografia è sempre presente una scacchiera (tavolini, lampade e tappezzeria...). Il dialogo che avviene tra i personaggi è sancito da un brindisi di due tazze di caffé e da una sigaretta sempre presente.

La scena con Roberto Benigni è dell'86, mentre quella con Iggy Pop e Tom Waits, avvenuta nel '93, ha vinto la palma d'oro del cortometraggio a Cannes.

Uno dei cortometraggi viene interpretato dai due  componenti del gruppo del White Stripes.

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaCristine ha rabbia ed odio dentro di sé. Rabbia ed odio per chi gli ha portato via un marito e due figlie che amava. Rabbia ed odio per Jack (Benicio del Toro) che vorrebbe morto a tutti i costi.
La vita di Cristine è pervasa, per la maggior parte del film, da un sottile velo di tristezza che copre in parte anche quella di Paul, una vita imperfetta, una compagna egoista e un male apparentemente curabile. E copre quella di Jack, uomo di fede senza fede.
La vita di Cristine ricorda quella di Amelìe (Audrey Tatou) de “Il favoloso mondo di Amelìe” (2001) di Jean - Pierre Jeunèt ("Delicatessen").

{tab=Recensione}
locandinaUn gruppo di attivisti per i diritti degli animali irrompe in un laboratorio e libera delle scimmie sottoposte ad esperimenti, ignorando gli avvertimenti di uno scienziato, secondo cui esse sarebbero portatrici di un virus contagioso. 28 giorni dopo, un ragazzo in coma, Jim, si risveglia in un’ospedale di Londra: guardandosi attorno, si rende conto che la città è completamente deserta. L’inquietante incipit di 28 giorni dopo di Danny Boyle offre lo spunto per la messa in scena di uno scenario apocaliticco di grande suggestione, nel quale far scatenare tutte le pulsioni dell’uomo, dalle più nobili alle più distruttive. Jim vagherà per una Londra da incubo, vuota, soprannaturale, rendendosi presto conto di dover lottare contro un esercito di non-morti cannibali e spietati (ma non sarà quello il pericolo maggiore). Al di là della discutibile originalità della trama, il film presenta diversi spunti interessanti: la violenza come arma di difesa dalla violenza stessa, l’istinto di sopravvivenza come sentimento condiviso da tutti gli esseri e che accomuna mostri (gli zombie) e umani (i soldati), o la civiltà come costruzione fallace dell’uomo, abbattuta dalla sua vera natura di animale. Si potevano evitare alcune superficialità come la parentesi sulla famiglia o un happy end inutile e in contrasto con il resto, ma 28 giorni dopo rimane comunque un buon film, capace di condurre lo spettatore nei meandri più bui dell’animo umano, angosciandolo con la sola prospettiva di potersi risvegliare un giorno, come Jim, e di trovarsi di fronte alla cruda realtà, cioè ad una società che è pronta, ad ogni momento, a voltarci le spalle e a lasciarci completamente soli, in balia di noi stessi.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Boyle
Anno di produzione: 2002
Produzione: Gran Bretagna, Olanda
Durata: 112 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
grande capoLars Von Trier sospende la sua “trilogia sull’America” e vira verso il genere della commedia satirica. “Il grande capo” racconta la vicenda del proprietario di un’azienda d’informatica, che finge l’esistenza di un capo, sul quale scaricare le colpe di tutte le sue decisioni impopolari. Sarà, però, alla fine costretto a ingaggiare un attore fallito per soddisfare le richieste di alcuni compratori, intenzionati a sborsare un mucchio di soldi per avere l’azienda. Pieno di ritmo e momenti esilaranti, quanto assurdi (com’è in fondo nello stile di Von Trier), “Il grande capo” si snoda percorrendo un po’ tutte le tematiche care al regista danese: la critica contro la società, il sarcasmo sul cinema e sul ruolo dell’attore, l’assenza e la falsità di relazioni interpersonali che vadano oltre la logica del profitto, e il bisogno di affermazione nel mondo, che spesso porta a calpestare con troppa facilità ogni principio etico in cui si pensa di credere. Lars Von Trier costruisce così una commedia spensierata e divertente, anche se limitata da uno stile un po’ compiaciuto e dalla base di partenza del film, che volendo essere solo una personale pausa del regista dai drammi dei film precedenti, rischia di giungere ad un esito poco incisivo. A tratti sembra che il regista voglia quasi buttare via questa piccola trama così originale, mescolando caoticamente un tema nell’altro, senza essere mai tagliente come in passato ha saputo essere.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Lars von Trier
Anno di produzione: 2006
Produzione: Danimarca, Svezia
Durata: 99 minuti
Sito ufficiale del film

{tab=Curiosità}
All'inizio del film, come la stessa voce narrante segnala, compare Lars von Trier dietro alla telecamera, riflesso nelle finestre dell'edificio.

{tab=Riconoscimenti}
Il film non ha ricevuto riconoscimenti

{tab=Recensione}
Ispirato al bpradaest-seller di Lauren Weisberger, Il diavolo veste Prada di David Frankel è un sarcastico film sulla superficialità del successo e dell’aspetto esteriore, oltre che una lucida analisi sul mondo spietato della moda, dove più che intelligenza, ambizione, cultura e determinazione, contano sfrontatezza, inganno e ipocrisia. Andy Sachs (Anne Hathaway) è un’aspirante giornalista, catapultata a fare esperienza nel mondo a lei sconosciuto di una delle più importanti riviste di moda, diretta dalla spietata Miranda Priestley (Meryl Streep). Sarà costretta, come oggi è richiesto da una società che non ammette diversità, a conformarsi a quel mondo prima da lei tanto snobbato; tutto sommato, finirà per prenderci gusto, fino a quando non si renderà che il prezzo da pagare per il successo (la sua vita privata) è troppo per potervi rinunciare. Il diavolo veste Prada si regge soprattutto sulla bravura dell’attrice protagonista Meryl Streep, superlativa nel tratteggiare il suo personaggio, una moderna Crudelia De Mon, in grado di terrorizzare i suoi dipendenti non con urla e grida, bensì con quella calma serafica ma diabolica di chi sa di avere nelle mani il futuro di molte persone.
Per il resto, convincono i dialoghi brillanti e una sceneggiatura in grado di mettere in evidenza i tempi principali del film, evitando che tutto si riduca ad una commedia brillante e divertente come tante altre. Peccato per i risvolti un po’ banali e retorici, che alla fine il film prende inevitabilmente (soprattutto la vita privata di Andy), ma il film funziona, diverte tantissimo e consegna alla storia del cinema uno dei personaggi più sadici che si siano mai visti.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: David Frankel
Anno di produzione: 2006
Produzione: Usa
Durata: 109 minuti

{tab=Curiosità}

La Weisberger per anni ha lavorato a Vogue: si è ispirata alla caporedattrice Anna Wintour per il ruolo di Miranda. La stessa autrice compare in un brevissimo cameo come governante delle gemelle di Miranda.
Al film prendono parte anche le modelle Gisele Bündchen e Heidi Klum, e in un cameo appare anche lo stilista Valentino.

{tab=Riconoscimenti}

  • Golden Globe 2007: migliore attrice in un film commedia o musicale (Meryl Streep)
  • Ioma 2007 a Meryl Streep come miglior attrice non protagonista
  • 2 Satellite Awards 2006: migliore attrice in un film commedia o musicale (Meryl Streep), migliori costumi

{tab=Recensione}
felicitaSecondo quanto scriveva Thomas Jefferson, ogni uomo deve essere messo nelle condizioni di provare ad essere felice. Siamo lontani dal mito dell’American Dream, che alimenta illusioni e false speranze, sostenendo una felicità alla portata di chiunque. Jefferson parlava, piuttosto, di “ricerca”, che però non sempre può portare a esiti positivi: a deciderlo, è soprattutto il fato, che ci piaccia o no. “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino parte proprio da questo spunto. Ispirandosi alla storia vera del broker Chris Gardner, che da senza tetto è diventato uno degli uomini più importanti d’America, il film si lascia apprezzare per lo stile misurato (lontano da quello sopra le tighe tipico di Muccino), la grande prova d’attore di Will Smith, e il tentativo, a tratti però inevitabilmente fallito, di evitare la retorica più comune.
Il protagonista ha come unico obiettivo quello di assicurare al proprio figlio un futuro degno e Muccino è bravo nel saper tratteggiare questo rapporto così intenso, in modo da evitare che qualcuno possa cadere nel tranello di confondere invece la felicità del protagonista con la ricchezza economica che riesce a conseguire. Apprezzabile, inoltre, la decisione di mostrare anche la situazione di coloro che, al contrario, non riescono ad uscire dalla loro misera situazione. Purtroppo ci sono le solite sequenze ad effetto un po’ facilone (vedi quella del cubo di Rubick), assolutamente inefficaci quanto ridicole, che limano la qualità di un film, che è sicuramente la miglior opera del regista italiano.                                  

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Gabriele Muccino
Anno di produzione: 2006
Produzione: Usa
Durata: 117 minuti

{tab=Curiosità}

  • Pagati come comparse, i senza dimora che si vedono nel film sono tutti autentici.
  • Tyson Mao e Toby Mao, due campioni nel risolvere il cubo di Rubik il più velocemente possibile, sono stati assunti come consulenti per insegnare a Will Smith a risolvere il cubo in due minuti.
  • Sopra il taxi che Chris Gardner (Will Smith) prende insieme al collega di lavoro, è chiaramente visibile una locandina del celebre film interpretato da Robert De Niro Toro scatenato, del 1980.
  • Alla fine del film, il vero Chris Gardner passa davanti a Will Smith e Jaden Smith, mentre Will Smith si gira a guardarlo una seconda volta.
  • Quando Chris corre per la città si può vedere un uomo che parla al cellulare, ma il primo telefonino della storia sarà messo in commercio dalla Motorola soltanto nel 1983.
  • Chris nel finale a mano col figlio dovrebbe aver avuto ancora la borsa con cui precedentemente lavorava che invece, scompare.

{tab=Riconoscimenti}
MTV Movie Awards 2007 Miglior performance rivelazione (Jaden Smith)

Studio di Psicoterapia MenteSociale

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