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Pillole di Film

movieUna rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

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locandinaMichael e Bruno sono due fratellastri diversissimi tra loro: il primo è un ricercatore completamente alienato dal sesso, il secondo è schiavo delle sue fantasie sessuali. Quando si rincontrano, dopo essere venuti a sapere della madre che è in punto di morte, conosceranno due donne e scopriranno finalmente l’amore. Un po’ sullo stile di American beauty, Le particelle elementari di Oskar Roehler vorrebbe essere una feroce critica senza spiragli di speranza alla società e all’essere umano, tanto che nemmeno l’amore, sentimento che qui fa da contraltare alla prospettiva studiata da Michael di procreare in futuro senza più bisogno dell’atto sessuale, potrà essere alla fine l’antidoto ad una vita condannata alla tristezza. Il film evita per fortuna teorie apocalittiche e si limita a raccontare la deriva dell’essere umano, mostrandone le fragilità, ma non funziona nello stile, che male amalgama il tono tragicomico e grottesco della prima parte con quello eccessivamente funereo della seconda. Per non parlare dell’erotismo scabroso che invece era il punto di forza del romanzo da cui il film è tratto, qui privato dell’originaria funzione di metafora della disperazione umana, e ridotto a semplice gusto morboso del regista per lo sgradevole e l’indecente. Roehler non si capisce nemmeno che direzione voglia prendere alla fine, lasciando gli snodi della vicenda ad un “quasi semi lieto finale”, che non trova alcuna sorta di giustificazione.Vittime ed assassine finiscono allora per confondersi in una spirale infinita di sangue, di ipocrisia, di delirio allo stato puro, per un thriller quasi tutto al femminile in cui spiccano i volti italiani di attrici di fiction nostrane come Silvia De Santis, Galatea Ranzi ed una brava Eva Grimaldi (degne, d'altronde, della produttrice Ida di Benedetto, pioniera di soap come Un posto al sole).
Va detto, tuttavia, che non si tratta di una visione impeccabile: pur presentando vari spunti di rara genialità (i titoli di testa sono, a tal proposito, un vero gioiello), la pellicola resta un tentativo ammirevole ma non pienamente riuscito. A scene di un'efficacia suggestiva impressionante (una su tutte: le maschere anonime della servitù, perché "Le serve non hanno un'anima") si affiancano accenni non svolti, fili di trama lasciati in sospeso, punti importanti non approfonditi. Quello che risulta lampante è, dopo tutto, l’antitesi esterno-interno, apparenza-essenza, generosità che cela corruzione, sorrisi che sanno di marcio.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: O. Roehler
Anno di produzione: 2006
Produzione: Germania
Durata: 105 minuti

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locandinaNel 1828 viene rinvenuto in una piazza di Norimberga, un ragazzo adolescente piuttosto malridotto, spaesato ed incapace di proferire parola; il suo nome è Kaspar Hauser. L'assolutà singolarità del giovane desta ben presto le morbose attenzioni dei cittadini e delle autorità locali, il cui obiettivo è risolvere il mistero che pervade la sua figura. Dapprima incarcerato, poi assegnato alle cure di un insegnante e successivamente di un barone, viene assassinato da ignoti nel 1833. In questa pellicola, considerata la più ideologica di tutta la filmografia herzogiana, si presenta a noi Kaspar Hauser, personaggio in bilico tra leggenda e realtà. Rappresentato dal regista in un' aura poetica ed anarchica, egli ci appare come una figura coinvolgente e sconvolgente nel suo essere rivoluzionario; Gettato in un contesto sociale che si fonda sulla necessarietà delle categorie identitarie, sulla pretesa di ridurre l'esistenza e la personalità umane entro limiti normalizzanti, Kaspar Hauser è l'ontologia della contraddizione, il no-logo per eccellenza ed assume evidenti connotazioni cristologiche nel momento in cui con il suo patire, la sua sofferenza ed emarginazione eleva a livello transpersonale il sentimento di ribellione a qualsiasi autorità e controllo. Espressione di passività ribelle e dirompente, è il maggior esempio di inettitudine come forma più alta ed efficace di contestazione verso un Sistema che non accetta le contraddizioni da esso stesso create, reprimendole con atti disumani. Il protagonista, Bruno S., attore non professionista, palesa un physique du role impeccabile. Per certi aspetti, il film potrebbe ricordare "Il ragazzo selvaggio" di Truffaut. Ma se il regista francese aveva privilegiato uno sguardo più scientifico, più positivistico nel raccontare la vicenda umana del suo personaggio, Werner Herzog, al contrario, si immerge quasi romanticamente nelle allucinazioni, nei sogni, nella follia innocente di Kaspar Hauser, regalandoci una memorabile elegia cinematografica del diverso e della libertà.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: W. Herzog
Anno di produzione: 1974
Produzione: Germania
Durata: 110 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaIl regista di The Bridge, con il suo documentario sui plurimi suicidi dal ponte più famoso di San Francisco, osa eludere una delle regole tacite su cui si basa da sempre la settima arte: mai riprendere una morte che sia vera. La morte finta sì, recitata, interpretata, fino al limite della verosimiglianza (sta alle varie, spesso disastrose, commissioni della censura giudicarne l'appropriata versione, scegliere quella verità che fa meno male vedere), purché si resti nell'ambito dello spettacolo, della finzione, del rapporto film maker-spettatore. Il documentario, come genere, di per sé tende ovviamente ad escludere l'elemento del falso, puntando a raccontare, riprendere, testimoniare fatti realmente accaduti, morte compresa. Detto questo, non c'è alcuna validità da riconoscere al lavoro dell'esordiente (e ci auguriamo resti tale) Eric Steel: il suo è un film soltanto macabro, per altro di livello qualitativo scadente. Perché, oltre a costanti imperfezioni tecniche, si sguazza in questioni moralistiche di continuo: oltre a riprendere i suicidi, il regista è andato a intervistare le rispettive famiglie.
Il risultato? Il trionfo della retorica del dolore e del compianto.
Dispiace dirlo, ma la mediatizzazione della morte è l'unico vero lutto che il cinema non dovrebbe esser mai in grado di rielaborare. Per lanciare questo film si è parlato di provocazione, di tabù, di viaggi poetici e viscerali.
Avremmo preferito la realizzazione di un'opera onesta: non basta sbattere la morte sul grande schermo per fare un film realmente provocatorio.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Eric Steel
Anno di produzione: 2006
Produzione: USA
Durata: 93 minuti

{tab=Curiosità}

Il film è dedicato alle vittime dei suicidi avvenuti durante l'arco delle riprese che vengono elencati alla fine della pellicola.

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{tab=Recensione}
locandinaQuando la natura si incazza e ultimamente accade molto spesso, entrano in azione loro i Coast Guard Rescue Swimmers. Una squadra speciale della guardia costiera addetta al recupero di naufraghi che lavora in condizioni estreme e il cui motto è “Affinchè gli altri possano vivere!”.
Su questo incipit, si svolge il film, in cui il nostro Kevin Costner, eroe ormai quarantenne, affronta una caduta per poi ritrovare la forza di redimersi, grazie ad un gruppo di ragazzi a cui deve insegnare a salvare la vita alle persone ma anche a diventare adulti. Fra loro spicca J. Fischer (Ashton Kutcher) un giovane dotato per il mestiere, ma presuntuoso e arrogante, in cui forse un po’ si rivede. Il tutto si conclude in un finale epico e metaforico.
Classico film di genere, della serie: l’uomo nell’eterna lotta contro la natura ritrova se stesso, riesce ad educarsi ed a educare al rispetto che questo scontro merita, fino al proprio sacrificio.
Tutto un po’ classico, ma il film riesce ad elevarsi grazie all’ottima scelta degli interpreti azzeccati per quei ruoli, nonchè grazie ad alcune scene ironiche ben riuscite. I meriti vanno soprattutto alla navigata regia di Andrew Davis (vd. Il fuggitivo) che riesce a creare un discreto ritmo, intervallato dalle storie d’amore dei nostri due eroi.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Andrew Davis
Anno di produzione: 2006
Produzione: USa
Durata: 139 minuti

{tab=Curiosità}

Uno delle reclute del corso è interpretato da Mark Gangloff, nuotatore olimpico medaglia d'oro al XXVIII Olimpiade di Atene.

{tab=Riconoscimenti}
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locandinaAl centro del film scritto e diretto da Sorrentino c’è un personaggio enigmatico e misterioso, tale Titta Di Girolamo, che da otto anni trascorre in modo invariato la sua grigia esistenza all’interno di un albergo. Puntuale, preciso e introverso, niente pare scuoterlo o toccarlo, non gli occhi dolci della cameriera che con dedito ossequio gli rifa la camera giorno dopo giorno, non l’improvvisata del fratello maestro di surf, non le partite a carte con i vecchi coniugi della porta accanto. Eppure un giorno la sua indifferenza viene intaccata dalla ribellione della giovane barista che vuole essere considerata da lui, e ci riesce, tanto da coinvolgerlo in una sorta di storia d’amore d’affetto ma soprattutto di complicità silenziosa…
I colpi di scena sono tanti e fanno sussultare in continuazione una pellicola che si spaccia per piatta, lenta e simili; il film si rivela invece sorprendentemente imprevedibile fino all’ultimissimo minuto.
L’amore c’entra e non c’entra, in compenso sono affrontate decisamente al meglio tematiche quali amicizia, affetto, famiglia, droga e soprattutto lotta contro la mafia, perché questo si rivela “Le conseguenze dell’amore” un film contro la mafia, più eloquente di mille pellicole sulla vita di ‘eroi’ poliziotti-magistrati-giudici… Il protagonista qui è un uomo comune, anzi, il più anonimo di tutti, è l’antieroe per antonomasia – prego fare un enorme applauso a Toni Servillo, mostro teatrale di un’abilità recitativa sbalorditiva, che riesce a mantenere per ben cento minuti la stessa impassibile espressione, impercettibilmente incrinata da un unico sentimento: la paura, quella paura che fa dell’essere umano un uomo vero. In realtà tutti gli interpreti vantano una recitazione più che dignitosa, dalla nipote della Magnani, che sfoggia ai suoi occhioni d’un verde magnetico, ad Adriano Giannini, qui sorprendente sosia di Preziosi.
Rossetto e cioccolato è una delle canzoni che scivolano lungo le riprese incalzanti del finale. La scelta non è casuale: prima che la Vanoni intoni il ritornello “sarà bello bellissimo travolgente lasciarsi vivere totalmente”, la pellicola è già finita.
Storia di un vecchio baro che desidera “morire in maniera rocambolesca” e della valigetta che gli cambierà la vita. Storia di un uomo che si arrampica sui tralicci innevati della vita e del suo migliore amico che affonda nel cemento del silenzio. Storia di eroi quotidiani. Storia di ognuno di noi, dopo tutto.
Ricordarsi di non  sottovalutare mai le conseguenze dell’amore, scrive Servillo sul suo taccuino durante il film. E chi lo sottovaluta, rispondiamo noi: un film del genere non merita simili barbarie.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Sorrentino
Anno di produzione: 2004
Produzione: Italia
Durata:  minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
5 David di Donatello 2005: miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura, migliore attore protagonista (Toni Servillo) e miglior direttore della fotografia
3 Nastri d'Argento 2005: migliore attore protagonista (Toni Servillo), migliore attore non protagonista (Raffaele Pisu) e miglior fotografia
2Ioma 2005: miglior film italianob e miglior attore protagonista(Toni Servillo)
Festival di Cabourg 2004: Grand Prix

 

{tab=Recensione}
locandinaSusan (B. Ryan) e Daniel (D. Travis) hanno una smodata passione per la subacquea. Una giovane coppia che decide, per ovviare alla routine quotidiana e stressante del lavoro, di dedicare un weekend alle rilassanti escursioni ricreative. Si aggregano quindi ad un gruppo che, per negligenza del leader, li abbandona nel bel mezzo dell’oceano. Una trama ben poco complicata. Lineare, semplice, essenziale all’ennesima potenza. Tutto ciò che segue è acqua salata mescolata a speranza e disperazione. Si cerca forza laddove non si fa che trovare il nulla, semplicemente. Susan e Daniel si amano e si sostengono, ma non basta. Hanno fame, sete, freddo, sì. Ma soprattutto c’è la paura che si insinua per paralizzarli di fronte ai pericoli dell’oceano. Meduse, barracuda, squali tutt’intorno a loro. Odore di terrore e carne viva, scoramento e sangue.
Uno scenario splendido fa da cornice alla tragedia, la natura perfida e bellissima che li culla sullo sfondo di un cielo ben consapevole. Niente di costruito in post-produzione. Nessun effetto speciale, tutt’altro. Tutto ciò che vediamo nel film è reale, ed è forse anche per questo che la tensione è palpabile in ogni istante. Meno di 90 minuti di tensione per un film a basso budget (girato in digitale e con una troupe ridotta al minimo) costato appena 130.000 dollari.
A dimostrazione del fatto che, per fare un buon film, basta una buona motivazione. Quella di Kentis è stata forse il voler raccontare angoscia e morte in uno scenario più che adatto allo scopo.
Certo non un capolavoro… ma lodiamo le intenzioni della produzione indipendente.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Chris Kentis
Anno di produzione: 2003
Produzione: USA
Durata: 79 minuti

{tab=Curiosità}

Il film è tratto dalla storia vera occorsa nel 1998 a due subacquei americani, Tom ed Eileen Lonergan.
Non si è ricorso a effetti speciali, i pesci (barracuda, murene, squali...) venivano attratti con apposite esche e la troupe è stata supportata da un team di esperti di squali addetti alla sicurezza.

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{tab=Recensione}
locandinaLe storie dei profughi, in qualunque parte del mondo, sono sempre segnate dal dramma: il dramma del dover lasciare la propria terra, la propria famiglia, per trovarsi immersi in nuove culture che li considerano "diversi", nel migliore dei casi, se non pericolosi, la reazione più comune. E' sorprendente, e grave, che il cinema non abbia mai colto appieno questa dimensione, trattando il più delle volte questo argomento attraverso lo stile e le caratteristiche del "film-inchiesta", riducendo così il lato umano a mero strumento per lanciare accuse, peraltro condivisibili, ad istituzioni sociali e politiche.
Mira Nair, trasferitasi da Nuova Dehli in America, ha vissuto sulla propria pelle quel dramma. Lo racconta, arricchendolo con i conflitti generazionali che naturalmente si generano in virtù di differenti appartenenze culturali: padri contro figli, tradizione contro innovazione, amore contro indipendenza. Attraverso la storia di Ashoke (Irrfan Khan, padre e marito amorevole ma dagli occhi malinconici) e Ashima (madre forte e fragile al tempo stesso, interpretata dalla bravissima Tabu), sposi promessi emigrati negli USA, e dei loro figli, Gogol (nome a cui è legato il destino del titolo, le cui contraddizioni e conflittualità trovano un posto privilegiato nel volto e nel corpo di Kal Penn) e Sonia (Sahira Nair, brava a dar spessore ad un personaggio secondario), e attraverso i contrasti che caratterizzano i rapporti tra loro, dai vestiti che indossano alla musica che ascoltano, la regista indiana riesce ad esporre quel dramma, senza pietismi o cedendo al pittoresco. E facendo intendere, senza troppa,facile, enfasi, che al di là di ogni diversità o paura reciproca, il mondo in cui viviamo è davvero globalizzato. Non grazie ai tanto strombazzati processi economici, ancora in mano ad un'oligarchia non incline a spartizioni, ma in ragione di valori socio-culturali realmente condivisi da tutti i popoli.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: N. Nair
Anno di produzione: 2006
Produzione: India, Stati Uniti
Durata: 122 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaL’ultimo film-rivelazione del regista di In Good Company, About A Boy e American Pie colpisce nel segno: dissacrante, ironico e accattivante, prende di mira, oltre all’America in toto, il mondo marcio dello star-system, ormai globalizzato ed esteso a tutti i paesi occidentali e non. Basti pensare all’inedita figura, maldestra e caciarona, di un presidente (degli USA, ovviamente: qui Mr. Bush è più che evocazione) versatile e persino simpatico, grazie all’irresistibile Dennis Quaid, in ordine: bambinone, capriccioso, pigro, ignorante, vanitoso, ridicolo, ma anche democratico, patriottico e, in fondo, buono.
La trama, pur giocando su piani e personaggi estremamente diversi fra di loro (marines, ebrei, first ladies, aspiranti stelline televisive e terroristi per caso), è incentrata sulla frenetica voglia di emergere di giovani non-talenti, pronti a tutto pur di accaparrarsi il titolo di vincitori del programma televisivo più popolare d’America: “American Dreamz” (da cui il titolo del film).
Tiene le fila di tutto il vorace macchinario mangia-vite dello spettacolo televisivo il cinico e brillante Martin Tweed, il grande burattinaio (che ricorda di riflesso la figura meschina e un po’ patetica del suggeritore-segretario di stato, a cui dà vita il grande Willem Dafoe), un conduttore finto e senza scrupoli dalle manie d’onnipotenza e dall’ego smisurato, che vanta l’interpretazione di un incredibile Hugh Grant, probabilmente alla sua migliore prova professionale.
Pare che il film sia stato un vero e proprio flop in America. Chissà perché. Forse ad aggravare ulteriormente la situazione c’è il fatto che in questa giostra metacinematografica – dove il piccolo schermo si tuffa nel grande e la tv fa paradossalmente da protagonista- il richiamo ad un reality show contemporaneo, chiamato guarda caso American Idol,  si sente fin troppo.
Ogni riferimento è dunque puramente volontario, in questo film cattivo e tagliente fino alla fine.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Weitz
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 107 minuti

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Studio di Psicoterapia MenteSociale

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