leaving your fears insecurities behindLa paura può rendere ciechi. Ma può anche aprirci gli occhi su una realtà che normalmente guardiamo senza vedere” ( M.Augè).

La paura è un sentimento ancestrale e nella vita di ognuno, soprattutto nel periodo infantile, ha avuto una sua simbolica e catartica rappresentazione considerando le storie e le favole che molti di noi hanno ascoltato e nelle quali ci siamo immedesimati. Il bene e il male in questi contesti si sono concretizzati, hanno avuto un volto, un nome, un aspetto caratteristico che ha concentrato in sé i sentimenti positivi e quelli antagonisti. La società è cambiata e le nuove paure sono quelle di un periodo storico in cui la globalizzazione ha allargato i confini geografici e culturali di ogni nazione.

Il progresso tecnologico ha alimentato una conoscenza rapida e interattiva nella quale l’aspetto personale e sociale si sono amalgamati e confusi facendo prevalere spesso l’immagine e l’apparenza a danno della individualità e della diversità che costituiscono una risorsa culturale molto importante.

L’antropologo M. Augè parla dei “non luoghi” per indicare i territori anonimi e di passaggio ( aeroporti, stazioni, metro, centri commerciali) privi di storia, identità, relazioni, nei quali l’individuo si riconosce soltanto nella massa che lo circonda, egli rappresenta una pedina di una scacchiera brulicante di pezzi che si muovono senza una precisa direzione.

L’uniformità del contesto cancella le radici antropologiche di ognuno perché tutto diventa immanente e veloce, “fluido”.

La modernità liquida teorizzata dal sociologo Baumann configura una società che cambia rapidamente, come i liquidi essa non possiede una forma propria ma è in continuo divenire, si spande senza mettere radici.

In una società multiforme e frammentata come quella descritta da Bauman la paura è un sentimento diffuso che fa presa sulla precarietà che oggi più che mai impoverisce il tessuto sociale della collettività.

Gli allarmi economici, ecologici, sanitari ma anche la violenza o il terrorismo sono qui e adesso. Generano un’angoscia quotidiana e immediata che occupa tutto il nostro orizzonte, impedendoci di proiettarci più in là. Nell’epoca classica, proprio perché gli uomini avevano paura della morte, stoicismo ed epicureismo provavano ad elaborare riflessioni in grado di consolarci. Oggi queste forme di consolazione filosofica non funzionano più. Molte delle paure che ci attanagliano non sono nuove in sé, è nuovo, però il loro modo di fare sistema e la loro percezione. Nel passato, dato che le paure erano percepite come locali e concrete si aveva l’impressione di poter fare qualcosa per prevenirle. Oggi, invece, più le paure diventano un groviglio inestricabile, più si ha l’impressione che sia impossibile intervenire nelle problematiche che le alimentano. La sensazione di impotenza è uno degli elementi costitutivi delle nuove paure”.

Queste parole rilasciate da Augè in una intervista rappresentano lo specchio dei tempi che stiamo vivendo.

Le pressioni sociali ed economiche alle quali siamo sottoposti indeboliscono la resilienza individuale cioè la capacità di reagire di fronte agli eventi sfavorevoli e di mettere in campo le personali risorse. Secondo Augè l’angoscia dell’uomo contemporaneo può essere razionalmente smontata nei meccanismi che la costituiscono se interviene la curiosità del sapere e della conoscenza, l’istruzione e l’educazione che possono combattere diversità e disuguaglianza.

“Essere contemporaneo significa porre l’accento su quanto, nel presente, delinea qualcosa del futuro”.

La paura nasce sempre dall’ignoranza ma l’uomo ha la capacità di guardare il presente con occhi diversi per trasformare le nuove paure nel coraggio e nella volontà del cambiamento, quella spinta che Augè chiama “atteggiamento attivo”.

Una prospettiva di sincero ottimismo per il futuro che incute paura, un invito a riconquistare tempi e luoghi che la modernità ha convertito in anonimi spazi nei quali la solitudine fa da padrona rendendoci più fragili e indifesi. 

 

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