Per essere o diventare leader all’interno di un gruppo solitamente bisogna essere in possesso di alcuni requisiti riconosciuti da tutti gli appartenenti allo stesso gruppo. 

 

Lewin, che ha studiato le caratteristiche di gestione del potere da parte di un leader, ci può fornire un validissimo aiuto per definire lo stereotipo di un leader. Egli inizia col distinguere tre diversi modelli: leader autoritario, leader democratico, leader permissivo. Il primo organizza la sua leadership basandosi esclusivamente sull’aggressività e la competitività del gruppo; il secondo coordina il lavoro dei soggetti del gruppo accettando le divergenze che insorgono tra gli elementi e utilizzando le stesse come risorse, il tutto senza imporre un regime manifesto; l’ultimo, invece, accetta le opinioni e la creatività altrui, consentendo che si collabori molto apertamente (Lewin 1935).

            La leadership, spesso riferita a grandi organizzazioni sociali, con dinamiche, però, che si possono scrutare direttamente anche nei piccoli gruppi si articola in un potere carismatico, un potere burocratico centralizzato e infine un potere più democratico (Pareto 1916). Il punto di partenza della leadership è che nella sostanza l’individuo, soprattutto se giovane, necessita di autorità, un’esigenza, questa, che prevale anche quando viene osteggiata nella forma dagli stessi protagonisti.

            Nella fase giovanile si passa dall’autorevolezza materna e dall’autoritarismo paterno, tipiche della fanciullezza, a cercare nuove forme influenti e preminenti a cui potersi affidare, senza però che ci sia una vera e palese imposizione (Andreoli 2004). Il leader interpreta un ruolo fondamentale, è il punto di congiunzione di tutte, o quasi, le tipologie di gruppo. Il carisma del leader sprona le altre personalità, solitamente più deboli, all’aggregazione che avviene con metodologie differenti. Questa sua qualità presto gli permetterà di assumersi sia gli oneri sia gli onori del “capo”.       

            E’ importante saper valutare la differenziazione dei ruoli all’interno di un gruppo nel quale si possono evidenziare delle simulazioni di. Ciò avviene quando un determinato gruppo presenta al suo interno elementi capaci di creare relazioni positive, ottenere preferenze dagli altri e, contemporaneamente, funge da fertile terreno per la nascita della categoria dei gregari che, ripercorrendo passivamente i passi dei leader, in realtà non fanno altro che adeguarsi alle scelte degli altri.

            Il gruppo si costituisce essenzialmente per perseguire dei fini che possono essere riassunti nel modo seguente: il raggiungimento di un livello di sicurezza utile a fare esperienza; il controllo della dinamica della colpa (super-io paterno si trasforma in super-io di gruppo più facile da controllare); il conoscere continuamente i risultati raggiunti perché il gruppo serve da feedback continuo mediante il paragone con gli altri; l’influenza sul ritmo di sviluppo intellettuale per il rapporto che esiste tra processi intellettivi e linguaggio, e tra il linguaggio e la comunicazione che nel gruppo è potenziata; la maturazione affettiva e il controllo delle pulsioni facilitata nel gruppo rispetto alla condizione isolata (Galimberti 1992).

            Definire il gruppo, senza rischiare di cadere in luoghi comuni e stereotipi, non è semplice in quanto necessita di  un ampio prospetto in grado di poter discernere, se ce ne fosse bisogno, le varie sottotipologie che in esso si distinguono. Potremmo dunque inquadrarlo come “un insieme di individui che interagiscono fra di loro influenzandosi reciprocamente e che condividono, più o meno consapevolmente, interessi, scopi, caratteristiche e norme comportamentali” (Galimberti 1992). Chiarito questo possiamo procedere con la classificazione dei gruppi che si articolano in cinque categorie fondamentali: folla, banda, raggruppamento, piccolo gruppo e organizzazione (Anzieu Martin 1997). Senza addentrarci nell’analisi delle suddette classi di gruppi ci soffermiamo solamente su quelle che, oggettivamente, ci interessano più da vicino. In questo senso la banda, proprio per la sua conformazione, si presta ad una riflessione maggiore. Essa è caratterizzata dalla somiglianza degli individui che la compongono. Un’omologazione che trasmette fiducia e che consente una sorta di libertà incondizionata: nessuno si sente giudicato o inadatto. Questa situazione offre una grossa opportunità per soddisfare le necessità di affetto e sicurezza, fondamentali nel periodo puberale. La banda ha la durata della normale evoluzione psicologica individuale, la quale disgrega, col tempo, le basi stesse che avevano permesso la sua formazione.

            Anche il piccolo gruppo, detto pure gruppo primario, mostra peculiarità interessanti ai fini della nostra ricerca. Questo è formato da un numero ristretto di individui, in modo tale da instaurare un’interazione profonda. Il perseguimento di obiettivi comuni, inoltre, contribuisce a rinsaldare la solidarietà e l’interdipendenza.             L’instaurazione dei gruppi è solitamente subordinata ad alcuni fattori. Questi vanno da situazioni spaziali a interessi comuni, dalla semplice simpatia al verificarsi di qualche improvvisa emergenza. Quelli più diffusi sono probabilmente i gruppi di opportunità, i quali, centrando i valori specifici dell’età, e senza assumere ideologie particolari, mettono i partecipanti in condizione di sperimentarsi. Le compagnie dei ragazzi, tanto diffuse nella nostra società, sono dei gruppi naturali, detti anche “informali”, che si fondano sul semplice piacere di stare insieme. Proprio per questa ragione al loro interno le attività svolte non sono essenziali e per questo motivo che spesso decine di ragazzi sembrano intenti solo ad oziare per strada: la loro massima aspirazione è stare semplicemente insieme. Però questo placido astenersi dalle attività non è sempre positivo. La noia, la curiosità di nuove esperienze, il bisogno dell’ignoto, la spinta alla trasgressione, autorizzano comportamenti che si pongono al limite delle norme sociali e morali, a volte travalicandole.

            Le nozioni sin qui riportate servono a stilare a grandi linee il processo storico ed evolutivo che ha visto l’uomo aggregarsi per far fronte alle diverse esigenze che nei millenni si sono susseguite. Lungi dal voler affrontare un discorso di tipo esclusivamente antropologico, è comunque importante mettere in risalto alcune fasi di quei processi per poterli quindi rilevare nelle moderne dinamiche gruppali che vedono l’attuazione e la riproposizione, con le dovute differenze, di determinate caratteristiche già presenti alle origini della loro formazione.

            Emblematiche sono, in tal senso, le violenze perpetrate con inaudita ferocia nei confronti di specifiche categorie di persone (spesso le più deboli) che, specialmente in determinate zone del pianeta, sono in allarmante ascesa. Un fenomeno questo che preoccupa tantissimo non solo gli studiosi ma soprattutto le parti che purtroppo sono vittime di tale situazione. I risultati di tali aggressioni, sovente, non si limitano a semplici aspetti momentanei (paura o piccole lesioni fisiche) ma si rifanno a traumi psicologici di massa che contribuiscono alla formazione di fobie allargate, fortemente debilitanti dal punto di vista sociale, oltre ovviamente a ripercussioni fisiche che, accompagnate da un’elevata desensibilizzazione, si stanno facendo sempre più serie e lesive nei confronti della gente che le subisce.

            È, dal mio punto di vista, non solo giusto ma urgente e necessario riconsiderare questo nuovo fenomeno di manifestazione violenta nell’ottica delle più recenti teorie sociologiche e psicologiche senza, però, scordare i progressi fatti nel passato e i contributi apportati dagli illustri autori che si sono cimentati nello studio di queste problematiche. E’ quindi doveroso affrontare un dialogo propositivo che tenga soprattutto conto dei cambiamenti e delle peculiarità della nostra epoca.

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