immigrazioneLo straniero è  in uno stato di sospensione tra due mondi, è colui che non è più, ed è colui che non è ancora.

Gli immigrati hanno un modo di raccontarsi e di rappresentarsi, che  varia da soggetto a soggetto a prescindere dalle diverse età anagrafiche e dalle rispettive nazionalità.

 L’integrazione nel lavoro e l’immagine dei legami sociali, fa riferimento,  al modo in cui i nuovi arrivati definiscono la situazione nell’affrontare l’impatto di una realtà nuova, quella italiana, in un contesto diverso da quello in cui erano abituati a vivere nel loro paese d’origine.

La possibilità di svolgere un lavoro in Italia e con gli italiani, non può non essere connessa alle immagini che gli immigrati si fanno degli italiani in seguito al genere di relazione sociale che vanno reciprocamente ad instaurare.

Le rappresentazioni collettive, la diffusione e la costruzione degli stereotipi sono strettamente connesse alle immagini che gli italiani hanno degli immigrati secondo gli immigrati stessi e la loro conseguente reazione.

Secondo l’opinione degli immigrati, quale immagine gli italiani hanno di loro? Ed in che modo agiscono, si pongono e si rappresentano ai loro occhi in virtù di questa percezione? E quali sono le rappresentazioni collettive che gli immigrati fanno di loro stessi e dei loro connazionali?

In alcune circostanze sembra quasi come se gli immigrati accettassero, ed in parte giustificassero, l’esistenza, ormai consolidata, dei pregiudizi e degli stereotipi che incombono sulla figura dell’immigrato. Se certi immigrati fanno quello che fanno, allora l’importante sarebbe dimostrare di essere diversi, impegnandosi costantemente nel lavoro dando visibilità e credibilità delle proprie capacità, smentendo in questo modo ogni forma di stereotipo e di pregiudizio.

C’è poi l’immigrato che, avendo acquisito un modo strategico di fare e di pensare compatibile con quello degli italiani, riuscirebbe ad andare oltre i giudizi facili e le generalizzazioni, ed a gestire situazioni in cui viene spesso visto con gli occhi del sospetto e della diffidenza.

Sembra spesso rilevante, per i nuovi arrivati, l’eccessivo, anche se comprensibile, tentativo di adeguare sé stessi alla realtà italiana ed al modo di fare e di pensare all’italiana. La paura di un mancato inserimento sociale, di non poter aiutare economicamente se stessi o le proprie famiglie, l’ansia di tenersi al passo con i “nuovi tempi”, quelli della realtà in cui vorrebbero inserirsi, il terrore di non farcela e di dover rinunciare, hanno forse innescato nell’immigrato processi di mimesi (imitativi)  e di adattamento capaci di smussare, se non di spersonalizzare, in parte loro stessi e la loro stessa libertà di pensare e di agire.

Specie nel sistema del lavoro è come se i soggetti immigrati per aver successo dovessero dimostrare, ancor prima delle proprie potenziali capacità lavorative, i loro dati anagrafici, un onere molte pesante sul curriculum vitae per l’approccio al mercato del lavoro italiano. È come se non bastasse dimostrare ai propri datori di lavoro di essere dei buoni lavoratori, prima è necessario dimostrare di essere dei buoni lavoratori anche se “immigrati o extra comunitari”.

Se le immagini che gli immigrati hanno degli italiani possono essere costruite mediante stereotipi e pregiudizi, in questo senso esse corrispondono, almeno per la struttura, alle immagini che gli italiani hanno degli immigrati.

Il fattore di rischio è che il consolidarsi, quasi come normalità, di questo meccanismo presente nella mente degli immigrati e degli italiani, possa poi risultare determinante nella legittimazione dell’uso stesso di stereotipi e di pregiudizi tra gli individui di popolazioni di cultura differente, tra immigrati e nativi, riducendo un’opportunità di incontro e di dialogo. 

Lo stato di ambivalenza e di contrasto tra vecchio e nuovo è definito come uno stato di liminalità,  (sospensione) tra due mondi, quello del proprio paese d’origine e quello del paese in cui lo straniero è andato a vivere.

E se da un lato è colui che non è più, ma che, in alcuni casi, vorrebbe continuare ad essere ancora, dall’altro è colui che non è ancora, ma che forse vorrebbe diventare.

Allora la domanda che sorge potrebbe essere: “Come è possibile che uno straniero, che è sempre stato per definizione, estraneo alle nostre pratiche quotidiane, sia partecipe di queste stesse pratiche e mantenga tuttavia la propria caratteristica di straniero?  In che modo gli immigrati vivono e si rappresentano in questa sorta di ibrido culturale”?

Il tentativo dovrebbe essere quello di negoziare e di tutelare in una realtà diversa, la propria identità culturale, di poter fare le giuste connessioni tra le vecchie e le nuove esperienze, di trovare nuovi punti di contatto, pur adeguandosi alla norme ed ai valori della società ospitante, e cercare di gestire quell’equilibrio tra il vecchio ed il nuovo mondo, tra ciò che si vorrebbe essere in una nuova realtà sociale, e ciò che si vorrebbe preservare e ricontestualizzare della vecchia, di gestire quel contrasto, quella tensione, quell’equilibrio che caratterizza “L’ambivalenza dell’immigrato”.

L’eterofobia è la negazione della differenza, la paura della diversità, invece l’eterofilia è l’accettazione, l’assimilazione dell’altro; dal punto di vista della legittimazione degli stereotipi sono concetti simili perché per le logiche di identificazione e di differenzazione, il gruppo definisce se stesso e l’altro nei confronti di se stesso, e questa è una forma di etnocentrismo (la presunzione che la propria cultura sia più forte di quella delle altre).

La società è soggetta a continue  dinamiche di  trasformazione storica e  culturale e sensibilizzare gli individui all’interiorizzazione di modelli sociali improntati al rispetto dell’ibridismo culturale e del melting pot è fondamentale per sradicarci dall’archetipo razziale ( NOI e LORO)  della discriminazione e del pregiudizio e forse per orientare le generazioni future alla consapevolezza che ogni differenza sia soltanto un particolare dell’unico volto dell’uomo.

Studio di Psicoterapia MenteSociale

studio mix

Indirizzo: Via dei Castani 170, 00171 Roma
ideaCon i mezzi pubblici lo Studio è vicino a: metro C fermata Gardenie, Tram 19 e Tram 15, numerose linee di bus

Email: info@mentesociale.it

Telefono: 0664014427

ORARI DI SEGRETERIA ED APERTURA AL PUBBLICO:
Lunedì dalle 10.00 alle 13.00
Martedì dalle 10.00 alle 13.00  (anche Sportello Psicologico)
Mercoledì dalle 17.00 alle 20.00
Giovedì dalle 10.00 alle 13.00 (anche Sportello Legale)
Venerdì dalle 10.00 alle 13.00
ideaIn altri orari o giorni è possibile lasciare un messaggio in segreteria, sarete ricontattati il prima possibile.

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.