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Conclusione

 L’insegnamento generale è che nel prefiggersi di sviluppare l’attenzione al paziente di una categoria professionale occorre esaminare da vicino la natura delle relazioni intercategoriali. Non è tanto la capacità, l’eticità, o la professionalità di una singola categoria ciò su cui occorre puntare l’attenzione, ma la natura dei giochi nell’organizzazione che possono stravolgere o favorire i comportamenti previsti o auspicati. E non sono solo i rapporti di ogni singola categoria coi pazienti che vanno considerati, ma i rapporti reciproci tra le categorie i quali strutturano il posto ed il ruolo del paziente. L’organizzazione ospedaliera è anzitutto il luogo di manifestazione di interazioni categoriali interne all’istituzione, che con la loro dinamica decidono dello spazio da riservare e delle modalità di risposta ad adattamenti provenienti da esigenze esterne, come sono quelle di cui è portatore il paziente.

Rimane il fatto che, alla base, tuttavia tutte queste iniziative rischiano fortemente di fallire il bersaglio se non si trova il modo di fare entrare il paziente come attore effettivo nel gioco organizzativo, rimediando allo squilibrio di potere da cui siamo partiti. Al di là della retorica di mettere il paziente al centro- che esprime una aspirazione nobile ma anche incantatoria e che, per la sua stessa formulazione letterale, sembra alludere ad una collocazione generosa prodotta dalla volontà illuminata ed aleatoria degli attori verso un paziente oggetto- occorre creare le condizioni forse molto più modeste ma molto più efficaci perché egli diventi semplicemente un attore in gioco. In tal senso vanno letti i suggerimenti appena descritti, il cui scopo attraverso l’individualizzazione e la lotta alla spersonalizzazione, è quello di produrre le condizioni favorevoli all’emergere di un soggetto. Ma molta strada resta da fare nella riflessione e nei modelli organizzativi interni ed esterni all’ospedale per dare consistenza a questa prospettiva.

Studio di Psicoterapia MenteSociale

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