ascolto

Non è facile prestare ascolto alla realtà che ci circonda, più facile osservarla, analizzarla e farsi prendere da sentimenti di sconforto, di impotenza. L'ascolto va oltre l'indignazione, lo sgomento, la paura; è uno sforzo verso un tipo di comprensione che non si ferma ma si mette in moto alla ricerca di un nuovo senso della realtà. I valori autentici, profondi da riscoprire dentro di noi e da trasmettere al mondo esterno, alla lunga donano la vera libertà perchè sono gli unici strumenti in grado di spezzare la catena della paura. La riflessione sviluppata nell’articolo prende spunto “dall’ascolto” di una bambina durante una giornata al mare

Il momento che stiamo vivendo preoccupa per alcuni aspetti che, pur se percepiti in astratto, non sono ancora entrati nella sfera della consapevolezza collettiva. Non si tratta infatti solo degli effetti della crisi economica, della sensazione diffusa di una stabilità divenuta irraggiungibile o delle problematiche dei rapporti sociali e familiari. Questi ultimi, in verità, pure sembrano tramortiti da una inarrestabile forza centrifuga in grado di scaraventare il senso delle cose oltre i confini della realtà. Ma c’è qualcosa che impensierisce notevolmente se si osserva chi è più indifeso davanti alla vita. Prestando attenzione ai bambini, nel loro gioco o impegno quotidiano, si riesce infatti a vedere ciò che i media ancora non ci prefigurano. I bambini, si sa, hanno quel magico potere di proiettare, attraverso le loro piccole cose, il futuro davanti a noi; come se lo schermo, bianco fino ad un momento prima, ci rendesse, in loro presenza, immagini sorprendentemente chiare e ben definite su ciò che saremo. E se questo è vero, allora è realmente preoccupante il modo in cui vivono e avvertono il mondo quelli che saranno gli adulti di domani.La sensibilità dei bimbi fa da amplificatore già in un contesto contraddittorio e poco chiaro; figurarsi cosa fa il loro processo mentale in una realtà che ha pure superato le contraddizioni per lasciare spazio al ‘polo negativo’. È una riflessione frutto non di un’astrazione, ma scaturita da reali episodi che il quotidiano ci offre.Capita così di assistere a scene come queste. Una madre e la sua piccola figlia al mare a godersi una giornata di sole, la spiaggia gremita, la musica del bar. La piccola vuole giocare in riva al mare ma, nonostante il permesso della madre, non accenna ad allontanarsi dall’ombrellone. Ad un certo punto la madre si fa insistente perché la figlia vada, e dopo un po’ se ne comprende il motivo. La bimba fa letteralmente giurare alla donna che da lontano avrà lo sguardo materno su di sé per tutto il tempo che gioca. E non per mostrarle orgogliosa il castello di sabbia costruito, ma perché terrorizzata che qualcuno, in un momento di distrazione della madre, la porti via con sé. Evitando riflessioni inflazionate in questo periodo sulle origini culturali o sul Paese di provenienza di quello che assume le vesti del lupo cattivo (in questo caso forse comprensibilmente perchè agli occhi di un bimbo), va fatta una diversa considerazione. Se il gioco non più spensierato tra palette e secchielli si colora di angoscia, vuol dire allora non solo che in questo Paese si vive male ma che si investe ancora peggio nel futuro. Dopo una generazione di adolescenti, e non solo, che manifesta segni di ‘appiattimento’ sui valori e una profonda carenza di risonanza emotiva, impensierisce non poco l’arrivo di una generazione carica di angoscia. E allora occorre darsi da fare per costruire qualcosa di efficace e sano che contrasti l’avanzare di un vuoto che si appresta a prendere il posto di un altro vuoto. Ciò richiede tutt’altro che l’ individuare e combattere un nemico, quale origine dei nostri mali.Indirizzare la propria delusione verso qualcosa, come il ruolo carente delle istituzioni nel creare “senso di protezione”, o il potere dei mass media di promuovere valori inadeguati ecc., può essere comprensibile e accettabile purché in una fase transitoria. L’avversione, la condanna diffusa e l’indignazione, esauriscono con il tempo la eventuale funzione di smuovere le coscienze individuali e quella collettiva; e protratte nel lungo periodo, finiscono per creare un effetto boomerang di impotenza, in grado di anestetizzare la percezione di poter incidere sulla realtà che ci circonda. Di fronte ai grandi problemi è naturale attendersi una soluzione di tipo istituzionale, ma la risposta, troppo spesso inadeguata, crea la percezione dell’ abbandono, e la diffusione dell’idea che un problema di carattere ampio e generale sia in realtà un carico che grava sul singolo e sulla eventuale capacità dell’individuo di sostenerlo e affrontarlo, a volte improvvisandosi, come meglio può.Il seme della paura trova così le condizioni più spontanee per germogliare e noi, in tutta risposta, ce ne prendiamo cura coltivandolo come fosse l’unica arma di difesa possibile, per noi stessi e per i nostri figli.Deve invece trovare spazio l’iniziativa delle persone nel ricostruire un senso di appartenenza alla comunità, di individuazione e trasmissioni di nuovi valori solidi, e soprattutto di una forma di comunicazione interpersonale più umana, più protesa verso l’altro. E’ fondamentale ricreare da qui, da noi, la dimensione di comunità, propositiva, attiva, solidale e partecipe al bene di tutti, soprattutto dei più indifesi. Si può bloccare quel fiume di paura in piena, grazie proprio alla coscienza di un ambiente che integra e non isola. D’altro canto solo il recupero di uno spirito collettivo, di una coscienza civile, del valore del bene comune, a partire dalle basi della società, può scaturire individui, che una volta proiettati sul piano istituzionale, siano mossi dal puro interesse generale. Al contrario una società che professa individualismo, incredulità, quando non cinismo, può forse partorire una classe politica che crede e agisce nel superiore ed esclusivo interesse della collettività, o un’informazione ed una cultura di tipo elevato? E’ l’albero che dà i frutti. E quando un frutto di quello stesso albero è di qualità superiore, o diventa un eroe o lascia questo Paese, semplicemente perchè spezza la catena del carico di paura da consegnare al futuro. La paura contrasta, la costruzione cerca l’equilibrio e infonde fiducia. Produce.In risposta ai momenti più critici la storia ci ha dimostrato che può nascere una forza positiva attraverso le persone. Da un moto dell’anima consapevole dell’individuo alla condivisione di valori e all’impegno ‘convergente’ il passo non è così tortuoso. Occorre però essere determinati perché circoli qualcosa di buono, abbattendo muri di isolamento e indifferenza e partecipando attivamente alla vita sociale, magari finendo per trovare un nuovo senso della politica e delle istituzioni, più fiducioso per il fatto stesso di mettersi in gioco con i propri valori. Così a quella bimba che gioca, forse, saremo in grado di trasmettere un nuovo messaggio rassicurante, liberandola da quelle catene immobilizzanti sul proprio e sull’altrui futuro. E’ l’unico modo per crescere noi oggi e, soprattutto, per dare l’opportunità di fare altrettanto a chi arriva dopo di noi. Niente paura, direbbe il testo di una nota canzone.

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