immagine"Sono qui per parlare della questione femminile attuale, filtrandola chiaramente attraverso gli occhi di una ragazza come me, laureata in Filosofia, scrittrice, giornalista, ma soprattutto, donna. Donna fiera di esserlo, magari non altrettanto di essere rappresentata da un Ministro delle Pari Opportunità così lontano da ciò che sono e in cui credo, ma comunque fiera".

Fiera di una tradizione fatta di amore e di lotte, di diritti reclamati e ottenuti. O meglio, in parte ottenuti. Quella parte che ci ha rese padrone di decidere liberamente della nostra vita e del nostro corpo, che ci ha fatto ricoprire le cariche più alte nei posti di lavoro, che ci ha restituito la dignità di essere umano, per definizione autonomo e indipendente non solo mentalmente, che aspettavamo da troppo tempo. Ma siamo ormai nel 2009 e forse vale la pena, a quarant’anni dal ’68 e dalle rivoluzioni femministe, ricostruire il senso di uno sguardo di genere riflettendo su quanto siamo, davvero, libere oggi.

Proviamo a ragionarci insieme, iniziando con il considerare il mondo del lavoro (perché a riflettere su quello dell’attuale politica, ci vorrebbero ore di rabbia e non poche querele al seguito, meglio evitare). Secondo le statistiche, e quanto ho appreso durante un interessantissimo convegno dal titolo “Come lo fanno le ragazze”, le donne giovani sono più precarie dei loro colleghi di pari grado e guadagnano molto meno, pur avendo più titoli di studio. Non solo: soltanto un quarto del lavoro femminile è retribuito. La conseguenza? Donne libere sulla carta, ma nei fatti vere e proprie schiave sociali, dipendenti dalla famiglia o dai partners, pertanto relegate in nuovi ruoli subalterni, incapaci di costruirsi una vita dati i problemi economici e lavorativi. La libertà dei costumi e della sessualità, il famoso “corpo liberato” di cui tanto si parla, si scontra quindi drasticamente con una nuova prigionia sociale, se è vero, come già scriveva Virginia Woolf, che per una donna il reddito ne determina la libertà.

Caliamoci nel concreto, parliamo di me. Sono giovanissima e già avviata nel mondo del lavoro. Ho più colleghi maschi che femmine, ai posti di comando delle testate per cui scrivo ci sono solo uomini e gli editori che hanno pubblicato e pubblicano i miei libri sono uomini. In un’Italia che invecchia ogni giorno di più e si dimentica, nel suo rimbambimento secolare, di considerare davvero i suoi giovani, puntando magari su di loro o permettendo loro di potersi costruire un futuro, oltre alla colpa di essere giovane (perché entrare presto nel mondo del lavoro è paradossalmente una colpa, che sconti al prezzo di gesti di ostruzionismo, se non proprio di nonnismo), hai anche quella di essere donna. E se sei carina, allora è proprio la fine. Il 70% dei colleghi penserà che sei lì grazie alla raccomandazione di qualcuno con cui, sicuramente, sarai stata a letto. Il restante 30% proverà a portatrici, anche se magari occupa una posizione importante e sa che i colloqui di lavoro non dovrebbero avere altre conseguenze fuori ufficio. So bene di non raccontare nulla di nuovo, chissà quante donne, qui in questa stessa sala, hanno dovuto sopportare, o sopportano tuttora, simili comportamenti da parte di capi e colleghi. E’ il mobbing di genere, una violenza innanzi tutto mentale, che, già a 23 anni, ti amareggia e ti fa pensare, per una frazione di secondo: “Ah, se solo fossi nata uomo!”. Un sospiro che non dovrebbe mai appartenerci: il sesso debole non esiste più, il nostro è un sesso forte, ma sarebbe il caso che dimostrasse di nuovo la sua forza per altri, nuovi, urgenti diritti.                                                                                                                 

Buone occasioni per farlo mi sembrano le manifestazioni contro la violenza di genere, fenomeno inquietante che negli ultimi anni sta disgustosamente dilagando. Ce n’è stata una nazionale ieri a Roma, in cui ha preso parte anche un’associazione dal nome “La Scossa delle donne”, di cui francamente non conosco l’operato, ma ho letto la loro motivazione di ‘lotta’ e mi sento di appoggiarla pienamente. Ve ne leggo una parte: «Non possiamo far passare una certa cultura diffusa e che rischia di diventare senso comune, lo stereotipo femminile non può essere legato alle figure della escort o della velina, o comunque di una donna/ragazza pronta a tutto, pur di scavallare le difficoltà, che pur ci sono ma che non si vincono mai se non con l'impegno e la preparazione. Le conquiste che abbiamo ottenuto negli anni attraverso le nostre battaglie, non possono essere stravolte o dimenticate, ma hanno bisogno di nuove energie. Dobbiamo darci una scossa per impedire un cammino verso incerti futuri. Vogliamo costruire insieme tante stagioni "rosa"che facciano vivere sulla ribalta culturale, politica e sociale l’intelligenza, le competenze, la bravura delle donne e delle ragazze».

Frasi che mi sento di condividere con voi, che sintetizzano quanto io stessa credo e spero, per me, per le mie amiche e per le mie eventuali figlie un domani: affinché nel 2009, come nel 3000, ci si possa ancora sentire fiere di essere donne libere, e di aver combattuto a lungo per diventarlo.

Noi, donne da sempre.

 

lightbulb Questo articolo è stato estratto dall'intervento per il Convegno “Noi donne da sempre”, promosso dall’Ass.ne Il Coraggio di cambiare nel 2009

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