mass-media

Questo articolo, vuole mettere in evidenza alcuni degli aspetti culturali della nostra attuale società, senza la presunzione di svolgere nessun tipo di analisi sociologica, ma, nello specifico, facendo riferimento a quei condizionamenti mediatici che possono determinare negli individui, soprattutto giovani, l’assunzione di condotte devianti.
Come ci insegna l’Antropologia, gli esseri umani sono animali sociali. La loro “umanità” si realizza solo attraverso la vita sociale, dal momento che non esiste una sola persona il cui comportamento [1] e la cui personalità non si siano sviluppati nell’ambito di una società umana. Diamo talmente per scontata la vita sociale che a volte non ci accorgiamo dell’immensa influenza che la società esercita su di noi. Eppure, nella complessa interazione tra l’individuo e la società è proprio quest’ultima l’elemento dominante. Essa “educa”, stabilisce status [2] e ruoli [3] , dà alla nostra vita un contenuto, una direzione, un significato e noi, a nostra volta, rimodelliamo in mille modi la società che lasciamo alle prossime generazioni. Quasi ogni atto che compiamo è sociale in un senso o nell’altro: perché è appreso dagli altri, perché è diretto verso gli altri. Ognuno di noi in quanto parte integrante della società, agisce quasi sempre in conformità a delle norme da “Questa” codificate. Di conseguenza, la vita sociale si svolge secondo modelli standardizzati che non è difficile predire ma, questa immagine è incompleta. Basta guardarci intorno per renderci conto che tali norme vengono, talvolta, violate. Ecco dunque che un’immagine completa della società deve comprendere la devianza dalle norme sociali, così come comprende la conformità ad esse [4]
La “conformità” è uno stile di vita orientato e coerente con l’insieme delle norme (siano esse espresse dalle leggi codificate e imperative, oppure da regole del costume, dagli usi, dalle tradizioni, ecc.): conforme è, pertanto, una condotta che rientra nella gamma dei comportamenti permessi e generalmente accettati. La conformità non è un modo di comportarsi casuale, ma costituisce una scelta psicologizzata, che viene cioè a far parte della personalità dei singoli, e che rientra fra le motivazioni ad agire, anche se non sempre l’attore conosce esattamente, in ogni dettaglio, l’insieme normativo. Questa conoscenza è il frutto dei processi di socializzazione e l’essere conformi è il risultato di una socializzazione ben riuscita. La condizione opposta alla conformità è rappresentata dalla “devianza” che comprende sia le condotte che violano le norme penali, cioè i delitti, sia quelle contrarie alle semplici regole sociali generalmente accettate, quali sono i più gravi comportamenti contrari alla morale o ai costumi. Vi è però devianza solo quando la violazione è frutto di una precisa scelta e non accidentale, e solo quando la violazione avviene nei confronti di una norma verso la quale l’attore è orientato, quando essa cioè non abbia perduto di significatività. Non è deviante, perciò, un comportamento se viola la norma per mero caso o quando infrange una regola disattesa da tutti. Vi è devianza solo quando esiste un atteggiamento
[5] che potremmo definire, oppositivo nei confronti di una norma che mantiene la sua pregnanza (non è devianza, ad esempio, il mancato rispetto di una legge che più nessuno rispetta, o quando si infrange una morale sessuale ormai da tutti abbandonata) [6] .  
Oggigiorno, non è soltanto la società o l’ambiente familiare che favoriscono l’acquisizione di condotte devianti, ma ben più in là di questi confini, esiste una diffusa cultura dominante caratterizzata da un “pensiero debole”, capace di strutturare atteggiamenti e comportamenti devianti.
Parlando di pensiero debole non mi riferisco a questa o a quella teorizzazione filosofica, (non sono filosofo!), ma penso a quella cultura o sub-cultura che si alimenta di consumismo, edonismo, arrivismo e quant’altro. Una cultura che denuncia l’assenza di riferimenti di pensiero forti, capaci di orientare e favorire una maturazione umana e sociale degli individui.
Mi riferisco in particolar modo all’azione invasiva, quasi intrusiva, di un certo tipo di messaggi, che ci vengono continuamente proposti dai mass-media.  Per quanto essi abbiano una forte influenza socializzante, l’impatto dei mass media è difficilmente misurabile. Attraverso la pubblicità dei mezzi di comunicazione gli individui, in particolare i soggetti giovani, vengono sempre più attratti dall’effimero, dall’esibizionismo più sfrenato e apprendono i ruoli di consumatori sul mercato. I mass-media creano nuovi bisogni! I pubblicitari ricorrono assai spesso a formulazioni linguistiche il cui contenuto è, da un punto di vista letterale e tecnico, indiscutibilmente vero, ma che lasciano lo spazio ad interpretazioni plausibili – ovviamente favorevoli al prodotto – che possono dare inizio a processi inferenziali in grado di condurre il lettore/ascoltatore/telespettatore  a conclusioni positive circa quanto reclamizzato. Sebbene, tali conclusioni non siano esplicitamente presenti nel testo pubblicitario, gli individui vengono indirizzati, passo dopo passo, verso di esse. È  chiaro che si tratta di “pubblicità ingannevole”, in quanto è possibile “ingannare” i consumatori usando formulazioni linguistiche ambigue: queste attivano la produzione spontanea di inferenze e di giudizi valutativi a queste connessi, che in seguito diventano elementi fattuali comprovati. Se le legislazioni possono cautelarci contro i messaggi che affermano il falso, nulla possono contro le produzioni della nostra mente. Ed i pubblicitari lo sanno
[7] .     
La stragrande maggioranza degli spot pubblicitari, per portare un esempio a caso, utilizzano delle specifiche strategie per poter comunicare dei valori tradizionali, quali per esempio: la casa come rifugio caldo e accogliente; la famiglia e i ruoli al suo interno; le componenti del ruolo femminile; gli affetti e il calore del focolare domestico.
Basti pensare a note pubblicità televisive che sponsorizzano: pasta, merendine, saponi,  detersivi, ecc. È interessante notare che tali valori vengono soltanto evocati ed enunciati, mentre su un fronte ben più ampio si reclamizzano  e si propongono atteggiamenti e comportamenti totalmente opposti. 
Valori sociali e mediatici che hanno dominato in Italia nel corso dei primi anni Ottanta, anni che costituiscono una sorta di punto di “arrivo-rottura” per la società italiana che usciva solo allora da un periodo di trasformazioni sociali e culturali che, hanno caratterizzato e segnato profondamente la nostra società. Così, la società italiana da una fase di valori orientati verso l’impegno sociale, è passata ad essere caratterizzata da valori estremamente differenti, quali:l’individualismo; il narcisismo; la competizione sociale; l’arrivismo; il raffreddamento dei legami affettivi individuali; l’inversione dei ruoli in ambito familiare; i nuovi miti quali: la donna manager, il “mammo”, il single, la coppia di fatto.
Nonostante prevalgano orientamenti valoriali di questo tipo, la nostalgia per il passato, il recupero della tradizione e il bisogno di affetti e sentimenti è rimasto molto vivo nel sociale, anche se, però, ha dovuto spostarsi all’interno dell’immaginario. Va considerato, infine, che in questo periodo storico si assiste ad un vero e proprio choc culturale, prodotto dall’introduzione, attraverso le nuove televisioni commerciali, di una modalità comunicativa principalmente basata sulla creazione di un flusso; quest’ultimo, ha determinato, per reazione, un forte desiderio di storie “chiuse” e quindi estremamente rassicuranti. Basti pensare, ad esempio, a quella infinita serie di trasmissioni, spettacoli e soap di carattere demenziale, trasmesse dalle televisioni sia pubbliche che private, con grandi indici di ascolto, definite delle vere e proprie appendici del rumore, in cui la “parola” viene sostituita con un continuo “chiacchiericcio” e utilizzato non tanto per comunicare quanto per riempire il silenzio che ormai ci sovrasta, con una tendenza a spettacolarizzare tutto e a consumare in un frenetico “prendi-usa-getta”. Tutto ciò, denuncia la debolezza di pensiero, di questa “nuova” società e manifesta in maniera eclatante un relativismo morale che regna sovrano. Il paradosso è che i valori tradizionali di cui si avverte fortemente la nostalgia vengono soltanto enunciati, per la loro forza evocativa, ma la possibilità di viverli è relegata all’immaginario. Ciò confonde e favorisce, soprattutto nei giovani, l’instaurarsi di condotte devianti. Nell’attuale società, chi compra non acquista soltanto oggetti o servizi: acquista sogni e desideri; ha l’illusione di procurarsi con il denaro le qualità più importanti che vorrebbe possedere a tutti i costi: potere, bellezza, salute, prestigio, forza, libertà, sicurezza e quant’altro. La pubblicità insinua, suggerisce, proclama che i prodotti reclamizzati hanno questi poteri. I pubblicitari con i loro spot affermano che ai giovani, per esempio, non bisogna vendere una macchina , ma il prestigio, il potere, ecc. Bisogna, inoltre, considerare che questo tipo di strategie sono indirizzate a bacini di utenza selezionati anche nelle fasce orarie e mirano ad avere un impatto sia sugli individui in quanto tali, sia sui gruppi relazionali. È crisi! Una crisi che colpisce la società dal di dentro, destabilizzandola con i suoi nuovi modi di creare devianza. Sarebbe necessario tenere costantemente sottocontrollo, attraverso un meticoloso monitoraggio, questo magma sotterraneo, le cui eruzioni sembrano essere sempre più frequenti; altresì, sarebbe necessario imparare dal passato, canalizzando le diverse energie del consorzio sociale, in modo da strutturare una nuova società, la cui ossatura sia costituita da una cultura dai valori forti: valori che non vanno soltanto enunciati, ma realmente vissuti!

[1] Il Comportamento” è insieme risposta e stimolo, in virtù della reciprocità esistente in qualsiasi rapporto, diretto o simbolico, tra gli attori sociali. Il C. costituisce una reazione dell’organismo, che dipende sia dall’organismo che dalla situazione che lo stimola. Ogni C. umano si situa in un contesto di interdipendenza sociale. MOSCOVICI S. Psicologia sociale. Roma, BORLA 1996.

[2] Lo “Status” indica la posizione sociale che un individuo occupa nella società ed il modo con cui instaura con gli altri relazioni. Una persona può avere, nello stesso tempo, numerosi status, ma solo uno di essi, di regola quello occupazionale, tende ad essere il più importante: “status dominante”. In una società esistono anche “status ascritti” (assegnati arbitrariamente dalla società e su cui non è possibile esercitare controllo: essere giovani o vecchi, maschi o femmine, ecc.) e “status acquisiti” (dipesi dalla scelta libera della persona: sposarsi, lavorare, laurearsi, ecc.). SMELSER N. J., Manuale di sociologia. Bologna, IL MULINO 1991.

[3]Il concetto sociologico di “Ruolo” deriva direttamente dal teatro: si riferisce alla parte o alle parti che un individuo può interpretare o svolgere nella società rispetto allo status che occupa. (Op. Cit.).

[4]Cfr. ROBERTSON I. Sociologia. Bologna, ZANICHELLI 1999 (pp. 83,  84).

[5]Un “Atteggiamento” è uno stato di prontezza mentale e neurologica, organizzato nel corso dell’esperienza, che esercita un’influenza direttrice o dinamica sulle risposte di un individuo a tutti gli oggetti e situazioni con cui è in relazione. ARCURI L. Manuale di psicologia sociale. Bologna, IL MULINO 1995.

[6]Per ulteriori approfondimenti: PONTI G. Compendio di criminologia. Milano, CORTINA 1999 / DE LEO G. La devianza minorile. Roma CAROCCI 1998 / BANDINI T., GATTI U. Delinquenza giovanile. Milano, GIUFFRE’ 1987.

[7]Cfr. ARCURI L., CASTELLI L. La trasmissione dei pensieri. Un approccio psicologico alle comunicazioni di massa. Bologna, ZANICHELLI 1996 (pp. 201, 202, 203).

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