social groupMolti sociologi, antropologi e scienziati sono in comune accordo nel ritenere che le aggregazioni dei primi ominidi avessero in qualche maniera una struttura sociale simile a quella che applicano i primati superiori, in particolare i babbuini.

Studi comparati sul DNA, ritrovamento di antichi reperti e approfondite ricerche etnologiche avvalorano questa ipotesi. L’aggregazione sociale del branco ominide probabilmente si strutturava ad anelli concentrici: partendo dal centro, quindi, si trovava il gruppo dei neonati, poi le femmine gravide o destinate ad accudire i piccoli, un po’ più verso l’esterno c’erano le femmine fertili e dunque potenzialmente in grado di dare la prole, poi c’era l’anello dei maschi dominanti, ed infine l’anello dei giovani maschi non dominanti. La collocazione fisica della corona esterna dei maschi col tempo ha assunto una funzione protettiva verso il branco ed ha favorito sempre di più la sua specializzazione nel ruolo difensivo. E’ proprio in quest’area dell’esperienza maschile che si sviluppano quei rituali dimostrativi di “potenza esibita” che finiranno per generare quello che noi oggi chiamiamo “senso dell’onore”. La corona interna delle femmine, viceversa, ha finito per svolgere, oltre la funzione riproduttiva, e dunque di arricchimento del branco, anche il compito di assistenza e conservazione della prole-patrimonio. Questo è interessante ai fini di un discorso di differenziazione dei gruppi e del loro ruolo. Il comportamento e l’attività del gruppo (o branco) nel corso di alcune centinaia di migliaia di anni si è modificato evolvendosi secondo delle linee che vanno dalla gestione della sicurezza all’acquisizione degli alimenti, dalla difesa alimentare all’espansione dell’ambiente di vita sottraendolo agli altri, sino ad arrivare all’accumulo dei depositi alimentari e alla sottrazione alimentare ad altri gruppi. Il branco finirà per stanziarsi intorno al deposito dove custodisce e difende le riserve alimentari, fondando su questa difesa la sua nuova organizzazione e aumentando le possibilità di successo e di sopravvivenza del gruppo. All’esterno tutto intorno iniziavano a comparire recinti, muretti a secco, fortificazioni per delimitare e difendere i campi e custodire gli animali da cortile e le provviste. L’organizzazione sociale si è strutturata lentamente in modo tale da permettere lo sviluppo di quelle esperienze primigenie che constatiamo vicine alla nostra psicologia del senso dell’onore e dell’orgoglio dell’appartenenza. Questi due sentimenti, uno “attivo” (l’onore che mobilita l’intero gruppo a difesa del singolo attaccato) e l’altro meramente “passivo” e subalterno (orgoglio che inchioda alla abnegazione e che chiede mobilitazione solo se “ferito”), cesseranno col tempo di essere così ben identificabili ed insieme collaboreranno nel definire alcuni tratti della nostra psicologia sociale e individuale; tratti che sono molto più rilevanti in determinati ambienti e zone piuttosto che in altri.

Fattore strutturante dell’ego e della coscienza è l’onore (a cui abbiamo già accennato), inizialmente valore prevalentemente custodito dai maschi del gruppo, che diviene a lungo andare un collante sempre più potente. L’onore è il richiamo in grado di mobilitare l’intero gruppo, il codice da rispettare che garantisce insieme efficacia e coesione. Ma è anche ciò che permette il rispetto delle gerarchie, che consente la realizzazione dei compiti e la introiezione di una lealtà abnegante. Gli appartenenti al gruppo rispondono al richiamo senza chiedere o porre condizioni, ottenendo però in cambio la fruizione dei vantaggi che l’appartenenza ad esso garantisce. L’onore, però, diventa inevitabilmente anche l’insegna esibita come deterrente verso il nemico, lo “stemma di famiglia” da sfoggiare nelle occasioni sociali.

I casi, come quello descritto, che hanno visto la personalità singola forgiarsi all’interno di un contesto estremamente rigido e chiuso, attribuiscono all’orgoglio di appartenere una funzione determinante nella costruzione dell’identità, la quale, propria per la sua intrinseca costituzione, faticherà durante le situazioni di vita a trovare uno slancio realmente individualistico. Se, ad esempio, per qualche ragione il senso di appartenenza venisse vissuto come offeso, ciò susciterebbe la mobilitazione dell’intero gruppo il quale, spinto dall’onda emotiva e poco supportato da un’autonomia riflessiva, si proietterebbe coeso verso grandi guerre o grandi imprese. Questo comportamento riesce a funzionare anche a distanza di tempo e senza la reale presenza di un nemico materiale: è in grado, quindi, di prendere forma anche solo da ragioni simboliche. L’orgoglio in qualche modo prende corpo, diventando quella ferita narcisistica che pretende vendetta. Ed ecco avvenuto il passaggio dall’io al noi. Allora come oggi, l’imperativo sociale lanciato a ciascun giovane appartenente del gruppo è di raggiungere il successo. Un successo misurabile attualmente col metro del denaro e del potere. E se il primo è più faticoso da mettere in pratica per via di articolate implicazioni economiche, il secondo offre l’illusione di poter essere applicato con più facilità. In un contesto del genere l’insuccesso e il successo vengono ridimensionati, assumono nuovi connotati che si rifanno alla capacità o meno di accumulare denaro e potere. In questo modo, come ci dice Andreoli, “nessun gesto improduttivo merita considerazione: rientra semmai nel pietismo consolatorio per gli esclusi”. Un clima del genere produce per forza un sentimento di dispersione e terrore, dove l’Io difficilmente è in grado di orientarsi da solo. Il gruppo allora assurge a contenitore spazio-temporale dove ci si può rifugiare, estraniare, allontanare dalle fobie e dalle insicurezze che la società produce. Possiamo affermare che oggi il mito dell’uomo di successo inizia sui banchi di scuola, “con l’appellativo di bravo” e di conseguenza di “asino”, dove a scapito del lavoro e della gratificazione del gruppo-classe, viene potenziato solo quello del singolo individuo. Quando il privato diventa l’unico paradigma sociale a scapito delle manifestazioni collettive si giunge inesorabilmente all’antagonismo, alla lotta tra singoli e alla formazione spontanea di sottogruppi scaturenti dal bisogno del riscatto. Il concetto di dinamica di gruppo è introdotto in psicologia da Kurt Lewin per indicare le relazioni che interessano un gruppo e che ne influenzano lo sviluppo e la condotta. All’interno di un gruppo, o fra sottogruppi, si stabiliscono legami soggetti a un cambiamento derivante da una interferenza fra le condizioni individuali e quelle gruppali.

Uno dei caratteri comuni ritrovabili all’interno dei gruppi, come già abbiamo avuto modo di constatare, è senza dubbio il senso di radicamento o di appartenenza. Si tratta del sentimento connesso nel condividere il regime di appartenenza con gli altri, sentirsi bene accetti e nello stesso tempo accettare l’altro proprio in virtù di una base comune. Questa può essere di tipo ideologico, che prescinde dai comportamenti dei membri, e può essere legata, di volta in volta, a vere e proprie filosofie di vita, credenze religiose, idee politiche. I comportamenti e gli atteggiamenti dei gruppi giovanili ci offrono esempi molto chiari di questo. Di importanza fondamentale nelle dinamiche di gruppo è l’interdipendenza che si instaura tra i diversi membri dello stesso. Le motivazioni, i comportamenti, gli atteggiamenti e le modalità relazionali assumono connotazioni tali da rendere interdipendente in senso dinamico il rapporto individuo-gruppo; in altre parole tra membri dello stesso gruppo si creano sistemi comunicativi e prospettive comuni e peculiari. La personalità di un individuo giovane  è però solo in parte costruita sulla base di questa trama relazionale. Ogni soggetto in realtà è inserito contemporaneamente in diversi contesti gruppali (come la famiglia, la scuola, altre comunità) che finiscono con il concorrere a formare la personalità e ad orientarla in direzioni condivise a vari livelli. La psicologia, che ha da sempre manifestato, e ancora manifesta, una intrinseca vocazione a proporsi come la scienza dell’individuale, dell’intimo, del segreto proprio del singolo, solo recentemente ha iniziato ad analizzare adeguatamente i fattori sociali che contribuiscono alla formazione della individualità e a caratterizzarla in senso personale e gruppale.

L’idea che anche il radicamento socio-culturale a piccoli e medi gruppi sociali (le compagnie degli amici, il gruppo dei colleghi di lavoro, le comunità religiose, i gruppi politici) possa dare un contributo decisivo alla formazione della personalità dimostra come siano importanti anche i fattori interpersonali nella determinazione delle caratteristiche individuali di ognuno di noi. L’affetto degli amici, la loro approvazione è fondamentale per l’adolescente. L’identità del ragazzo è largamente dipendente dalle norme e dal giudizio delle figure ritenute significative (Scaparro). E’ evidente che il territorio e la stanzialità forniscono quel terreno di base che permette l’insorgere della identità. Con i primi gesti, contestualizzati nell’aggregato, l’inconscio comincia ad arricchirsi di simboli significanti. Anche Cooley parla di una ripartizione dei gruppi in primari e secondari, dove il primo (famiglia, compagni di gioco) si fonda sull’affiatamento e l’identificazione reciproca, mentre il secondo (relazioni formali) è di tipo contrattuale. Il gruppo, abbiamo detto, si fonda solitamente su una certa dose di coesione che rappresenta il grado di solidarietà che è presente fra gli appartenenti al gruppo. Occorre infatti condividere le regole per poter far parte di una entità gruppale. La coesione tuttavia non sembra semplicemente collegata a fattori di natura razionale, come lascerebbe pensare la condivisione assiologica. Come ci dice E. Erikson “Gli adolescenti ricercano una identità negativa, cioè un’identità perversamente fondata su tutte quelle identificazioni e quei ruoli che, in certi stadi critici di sviluppo, erano stati loro presentati come indesiderabili o pericolosi” (1974). A dimostrazione di quanto i sentimenti entrino in gioco nella dinamica gruppale, Sigmund Freud nel 1929 era dell’idea che è sempre possibile riunire un numero di uomini che si apprezzino l’un l’altro fin tanto che ne restino altri esterni per manifestare l’aggressività. La coscienza individuale viene a perdere il suo carattere libero e trasparente apparendo, invece, come un travestimento inconsapevole di pulsioni profonde. Per Freud la distruttività è insita nell’uomo e concepisce, quindi, l’ordine sociale come il risultato tra istinto e cultura (1921).

Le nostre origini di “animali sociali”, a quanto pare, si manifestano e si ripropongono a distanza di millenni, con nuove sfumature, più articolate e arricchite dai passaggi epocali che hanno attraversato ma pur sempre caratterizzate dall’atavica struttura primitiva. Dunque, onde evitare macroscopici errori di valutazione, considerare tale costrutto, in vista di una formulazione di eventuali proposizioni risolutive di problematiche sociali, mi sembra non solo utile e proficuo ma addirittura indispensabile.

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