servizio civileIl motivo di questo articolo nasce a seguito del terremoto nella notte del 6 aprile 2009 in Abruzzo e dalla forte curiosità per un aspetto del vivere sociale non convenientemente approfondito e scientificamente poco documentato, cioè: le calamità naturali e il ruolo del Servizio Sociale nelle attività della Protezione Civile. Nell'articolo si definiscono, innanzitutto, i concetti di disastro e di calamità per poi porre l'accento sull'attività svolte dalla Protezione Civile italiana e dal Servizio Sociale in caso di calamità; lasciando spazio anche al cosiddetto Community Work (Servizio Sociale di Comunità).

 

È necessario sottolineare, in questa sede, che gli effetti psichici che prendono forma da avvenimenti catastrofici sono racchiusi sotto il nome di reazioni acute da stress. Queste coinvolgono pressoché la totalità delle persone interessate dall'avvenimento traumatico e generalmente scompaiono in 48- 64 ore anche in assenza di cure specialistiche. Si tratta di: rabbia, ansia, panico, paura, disorientamento, fatica, incubi notturni,parestesie emotive, tendenza all'isolamento, ansia, depressione ecc. Tali reazioni se permangono oltre questo tempo rientrano nella categoria del cosiddetto disturbo post-traumatico da stress.
È importante che le persone colpite dall'evento possano sentirsi utili fin da subito nel soccorso prima e nella ricostruzione poi, perché la ricostruzione materiale consenta anche di ricostruire un'immagine positiva di sé, per riprendere attivamente a sentire, pensare, agire sia come individui che come collettività. Difficoltà psicologiche si presentano non solo nelle popolazioni colpite dal disastro, ma anche tra i soccorritori esterni. A volte proprio in questo periodo si può verificare il secondo disastro, ovvero all'impatto distruttivo si aggiunge una ricostruzione mal organizzata, causata da lentezza ed inadempienza nel processo di soccorso e di ricostruzione. Essa produce ulteriori effetti degenerativi sul sistema psico-sociale comunitario.
Di questo periodo fa parte anche la sistemazione in containers o in qualsiasi dimora di transizione, che spesso si protrae per tempo eccessivo determinando: anonimato, scarse condizioni igieniche e quant'altro.

 

 

servizio civileIl motivo di questo articolo nasce a seguito del terremoto nella notte del 6 aprile 2009 in Abruzzo e dalla forte curiosità per un aspetto del vivere sociale non convenientemente approfondito e scientificamente poco documentato, cioè: le calamità naturali e il ruolo del Servizio Sociale nelle attività della Protezione Civile. Nell'articolo si definiscono, innanzitutto, i concetti di disastro e di calamità per poi porre l'accento sull'attività svolte dalla Protezione Civile italiana e dal Servizio Sociale in caso di calamità; lasciando spazio anche al cosiddetto Community Work (Servizio Sociale di Comunità).

 

È necessario sottolineare, in questa sede, che gli effetti psichici che prendono forma da avvenimenti catastrofici sono racchiusi sotto il nome di reazioni acute da stress. Queste coinvolgono pressoché la totalità delle persone interessate dall'avvenimento traumatico e generalmente scompaiono in 48- 64 ore anche in assenza di cure specialistiche. Si tratta di: rabbia, ansia, panico, paura, disorientamento, fatica, incubi notturni,parestesie emotive, tendenza all'isolamento, ansia, depressione ecc. Tali reazioni se permangono oltre questo tempo rientrano nella categoria del cosiddetto disturbo post-traumatico da stress.
È importante che le persone colpite dall'evento possano sentirsi utili fin da subito nel soccorso prima e nella ricostruzione poi, perché la ricostruzione materiale consenta anche di ricostruire un'immagine positiva di sé, per riprendere attivamente a sentire, pensare, agire sia come individui che come collettività. Difficoltà psicologiche si presentano non solo nelle popolazioni colpite dal disastro, ma anche tra i soccorritori esterni. A volte proprio in questo periodo si può verificare il secondo disastro, ovvero all'impatto distruttivo si aggiunge una ricostruzione mal organizzata, causata da lentezza ed inadempienza nel processo di soccorso e di ricostruzione. Essa produce ulteriori effetti degenerativi sul sistema psico-sociale comunitario.
Di questo periodo fa parte anche la sistemazione in containers o in qualsiasi dimora di transizione, che spesso si protrae per tempo eccessivo determinando: anonimato, scarse condizioni igieniche e quant'altro.

 

 

Calamità naturali e disastri


Calamità naturali e disastri
Da un punto di vista semantico esiste una distinzione tra disastro e calamità naturale. Il disastro viene definito "come un evento di eccezionale gravità, tale da mettere in pericolo l'incolumità di un alto numero di persone; può essere la conseguenza di un comportamento criminoso". La calamità naturale, invece, è descritta come "un evento imprevedibile di particolare natura ed estensione, che determina grave danno, o pericolo di grave danno, all'incolumità di persone o di beni, e che debbono essere fronteggiati con interventi straordinari dell'autorità pubblica". Possiamo in una prima analisi distinguere tra: disastri collettivi e calamità naturali.
Per disastri collettivi si intendono:
Emergenze nucleari.
Incidenti chimici.
Epidemie.
Eventi bellici.
Disastri dipesi da mezzi di trasporto (aerei, navali, ferroviari, automobilistici).
Disastri da inquinamento ambientale.
Per calamità naturali si intendono:
Terremoti.
Inondazioni e alluvioni.
Cicloni.
Eruzioni vulcaniche.
Slavine.
Frane.


Dall'analisi di queste definizioni si evince che il disastro afferisce a situazioni di origine antropica, mentre le calamità hanno cause esclusivamente di origine naturale. Il disastro può essere anche considerato come un evento di carattere collettivo che coinvolge e sconvolge la struttura e il funzionamento di intere comunità . Un disastro è caratterizzato da una serie di fasi  che non sempre sono la conseguenza l'una dell'altra, infatti, a volte è possibile che si presentino in maniera del tutto inconsueta, causando panico e confusione negli individui. In questo contesto verranno presi in considerazione quattro eventi disastrosi, tre dei quali hanno interessato la Regione Campania negli ultimi decenni: il "Terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia", il "bradisismo degli anni 1983/1985 a Pozzuoli", "l'alluvione del maggio 1998 nelle province di Salerno e Avellino" e quarto evento, la possibile e già prevista "eruzione del Vesuvio".

 

 

L'istituzione della Protezione Civile italiana


L'istituzione della Protezione Civile italiana
Fu la Legge 225/1992 ad istituire il Servizio Nazionale della Protezione Civile.
Questa norma segna una svolta per la Protezione Civile Italiana, in quanto le conferisce una forma dinamica a più livelli in collegamento continuo tra loro. Essa diviene l'insieme delle misure, dei mezzi e delle strutture, destinate a prevenire, prevedere, soccorrere ed attenuare le conseguenze, la perdita di vite umane, i danni causati da ogni tipo di disastri naturali o umani.
Viene data enorme attenzione alla preparazione dell'impatto con programmi di prevenzione, previsione e piani d'emergenza elaborati su diversi livelli.
Essa ha compiti di:
Formulazione degli indirizzi e dei criteri generali.
Acquisizione di elementi tecnici sull'intensità e sull'estensione degli eventi calamitosi.
Attività connesse agli interventi attuati con mezzi e poteri straordinari.
Approvazione di intesa con le regioni e gli enti locali, dei piani di emergenza e loro attuazione.
Predisposizione di ordinanze.
Rilevazione dei danni e approvazione dei piani d'intervento d'intesa con regioni e enti locali interessati.
Attività tecnico-operativa volta ad assicurare i primi interventi nell'ambito dei compiti di soccorso.
Spegnimento con mezzi aerei degli incendi boschivi.
Svolgimento di periodiche esercitazioni.
Attività di formazione.
Promozione di ricerche sulla previsione e prevenzione dei rischi naturali ed antropici, finalizzati alla valutazione e riduzione della vulnerabilità e allo sviluppo dei sistemi di sorveglianza.
Raccolta sistematica, valutazione e diffusione dei dati sulle situazioni di rischio.
Attività di informazione e sensibilizzazione alle popolazioni interessate.
Coordinamento delle organizzazione di volontariato.
Promozione e sviluppo di accordi con organismi nazionali ed internazionali in materia di prevenzione e previsione.
Supporto tecnico-operativo e tecnico-scientifico mediante convenzioni e intese, a favore di tutte le amministrazioni pubbliche interessate .

Le strutture operative riconosciute nella Protezione Civile sono:
Il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, quale componente fondamentale.
Le forze armate.
Le forze di polizia.
Il corpo forestale dello Stato.
I servizi tecnici nazionali.
I gruppi nazionali di ricerca scientifica, l'Istituto nazionale di geofisica e altre istituzioni di ricerca.
La Croce Rossa Italiana.
Le strutture di Servizio Sanitario Nazionale.
Le organizzazioni di volontariato.
Il corpo nazionale soccorso alpino.

 

 

Il Servizio Sociale


Il Servizio Sociale
Per Servizi Sociali s'intendono le infrastrutture sociali tese a prevenire, curare e risolvere le esigenze di carattere sociale di tutta la popolazione di una data area territoriale . I compiti dei Servizi Sociali sono riassunti nella prevenzione di situazioni di disagio, nella cura, nella risoluzione e nel ripristino di una situazione iniziale (se era presente precedentemente) o nell'instaurazione di una situazione di benessere.
I soggetti che intervengono per dare risposta alle problematiche e alle richieste avanzate sono, oltre agli operatori delle infrastrutture, le singole persone e la comunità. Le persone e la comunità diventano utenti e risorse.
Per utente si intende il singolo, la famiglia, il piccolo gruppo familiare. L'"utente" che viene aiutato a far chiarezza nella propria situazione, a sviluppare risorse personali e familiari, a conoscere risorse istituzionali e comunitarie per poi utilizzarle efficacemente.
Per comunità si intendono i gruppi, le strutture e le risorse di un territorio in grado di contribuire all'analisi delle proprie caratteristiche, esigenze e risorse .
L'utente, da sempre considerato portatore di bisogni, diventa l'attore protagonista con il quale si elabora l'intervento per cambiare la situazione di difficoltà che sta vivendo.  
La comunità dal canto suo, raccoglie al suo interno le reti sociali in cui l'individuo è inserito (la famiglia, il piccolo gruppo), è il territorio in senso lato, il contesto che non è solo contenitore di persone, ma luogo in cui si sviluppano relazioni fra persone, fra modelli culturali e fra strutture sociali; è l'ambiente fatto di legami affettivi, materiali e psicologici, in cui nascono e crescono gli individui sociali.
Le due dimensioni: "utente/comunità" sviluppandosi, favoriscono, altresì, lo sviluppo di una nuova dimensione del Servizio Sociale.: il lavoro sul territorio. È un lavoro concepito in stretto contatto con lo sviluppo della politica locale dei servizi , con gli operatori e con le persone singole e in gruppo.
L'ambito di lavoro dell'Assistente Sociale si allarga, determinandosi come "Presa in Carico" (P.i.C.). Vengono promossi interventi che puntano alla cultura della solidarietà e della sussidiarietà, attraverso iniziative volte a costruire un tessuto sociale accogliente e rispettoso dei diritti di ognuno, a favorire percorsi di crescita per lo sviluppo di sinergie, in modo da aiutare singoli e gruppi svantaggiati.
Attraverso processi di confronto, coscientizzazione e attivazione della persona si cerca di creare interventi che mirino all'autonomia delle persone dalle istituzioni, alla creazione e al rafforzamento delle reti sociali sulle quali i cittadini possono poggiare e far leva. A favorire tali risvolti ha, assai, contribuito il processo di decentralizzazione e democratizzazione dei servizi; infatti, non c'è soluzione migliore e privilegiata di quella ricoperta dagli Enti Locali: Comuni, Provincia, Regione.
Il decentramento tende a spostare i centri di potere e di governo verso la comunità e verso il cittadino, così le persone, il singolo e il gruppo si ritrovano parte integrante della creazione della domanda e della risposta sociale.
In questo quadro, il Lavoro/Vocazione dell'Assistente Sociale risulta indispensabile e necessario per facilitare il processo di maturazione di nuove possibilità di scelta, grazie anche ai nuovi strumenti a sua disposizione:
attività amministrativa;
lavoro con i gruppi;
lavoro con la comunità territoriale.
Una professione posta in un crocevia di interessi, di pretese e di responsabilità, ma che è al servizio delle persone, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità e delle diverse aggregazioni sociali per contribuire al loro sviluppo.
Una professione che ha come obiettivi:
valorizzare l'autonomia, la soggettività, la capacità di assunzione di responsabilità nei singoli, nei gruppi e nella comunità;
aiutare a prevenire, sostenere e affrontare il bisogno;
promuovere l'uso delle risorse proprie e della società per ridurre i rischi di emarginazione.

 

 

Il ruolo dell'Assistente Sociale in condizioni di calamità naturale


Il ruolo dell'Assistente Sociale in condizioni di calamità naturale
La situazione che si presenta dopo l'impatto di una calamità è una fortissima confusione e ciò riguarda lo stesso Servizio Sociale. Il ruolo dell'Assistente Sociale è assunto da chi non ha tali competenze- Il rischio che corre questa professione, è quello di essere spazzato via dalle forze che sopraggiungono sul luogo del disastro per "aiutare".
La difficoltà più grande sta nel fatto che gli Assistenti Sociali dell'Ente Locale, hanno il compito di aiutare la popolazione a recuperare anche fiducia nelle istituzioni, dalle quali si sentono, inevitabilmente, abbandonati.
Nei primissimi momenti, l'Assistente Sociale deve rispondere, nel minor tempo possibile, ai bisogni urgenti della popolazione: ricerca di un alloggio, cibo, cure sanitarie.
Nei momenti successivi, deve rendersi visibile per le numerose organizzazioni e associazioni intervenute, le quali, spesso, non avvertono la necessità né di conoscere, né di mettersi in sintonia con tutto ciò che esisteva prima del disastro; criticando, magari, il funzionamento dei servizi o, addirittura, dubitandone sull'esistenza.
L'Assistente Sociale ha, quindi, il compito morale e umano di ricostruire e favorire un sistema di rapporti, di comunicazione e di informazione, tra il cittadino e le istituzioni.
L'ascolto, caratteristica fondamentale del lavoro dell'Assistente Sociale, in quelle situazioni è fondamentale: un contatto anche di carattere burocratico diventa un modo per parlare, discutere, valutare prestazioni, mettere in comune le proprie ansie, valorizzare i compiti e le competenze delle persone.
In situazioni di calamità naturali sono indispensabili due "tipi" di ssistenti sociali:
l'Assistente Sociale, dipendente dell'ente locale disastrato;
l'Assistente Sociale esterno al territorio disastrato.
Il primo, già presente, svolgerebbe un ruolo fondamentale nella preparazione dell'intervento, grazie alla conoscenza del territorio fisico, sociale, economico, delle persone, delle realtà associative del luogo, delle risorse sociali ed economiche, della loro distribuzione sul territorio. Egli dovrebbe agire per favorire la creazione di luoghi e momenti di incontro, volti alla sensibilizzazione e alla conoscenza dei pericoli propri del territorio di appartenenza. Farebbe questo, però, in situazioni di non emergenza, stabilendo, così,  rapporti tra le realtà associative e la popolazione del territorio, al fine di creare una rete capillare che, in caso di emergenza, sia tempestivamente attivata. La preparazione della popolazione consentirebbe l'acquisizione di conoscenze precise:
quali pericoli incombono sul territorio;
quali le cause;
quali saranno le conseguenze;
quali gli eventi traumatici a cui si andrà incontro;
in che modo agire.
L'Assistente Sociale esterno al territorio disastrato, invece,  giungerebbe nel momento dell'emergenza come sostegno agli operatori sociali proprio del luogo disastrato, e, dal canto suo, riuscirebbe ad avere uno sguardo più obiettivo rispetto alla situazione. Innanzitutto, perché la sua abitazione non è lesionata, o peggio ancora caduta e, poi, perchè il suo ruolo non verrebbe confuso con quello di altre figure professionali. Tutto ciò gli permetterebbe, lucidamente, di rapportarsi agli altri operatori e agli altri servizi, creando momenti di incontro fra questi e la popolazione.

 

 

Il Servizio Sociale di Comunità (Community Work)


Il Servizio Sociale di Comunità (Community Work)
L'enfasi posta sui processi democratici che hanno luogo in piccole comunità ed il potenziamento di questi processi attraverso un lavoro di collaborazione tra cittadini ed esperti ne rappresentano i fondamenti basilari.
Frammenti di conoscenza e di teoria presi in prestito da sociologi e psicologi contemporanei cominciarono ad avere qualche influsso sulla pratica.
In generale, tuttavia, l'organizzazione di comunità tendeva a presentarsi, siamo nel corso del decennio che precedette il secondo conflitto mondiale, come un orientamento filosofico piuttosto che come una metodologia definita. Questa filosofia evidenziava i valori della solidarietà, lo spirito di ricerca e la consapevolezza dei fini e dei valori etici. Si affermava il valore dell'unità da raggiungersi attraverso un uso creativo delle diverse parti componenti, della necessità di considerare l'uomo in coerenza con il perseguimento degli obiettivi democratici e, infine, del valore del consenso come ingrediente vitale di una vera democrazia.
Forme diverse di sviluppo economico, maggiore o minore interventismo sociale, maggiore o minore spazio dato al privato anziché al pubblico, finiscono per caratterizzare in maniera particolare il lavoro di comunità nelle diverse epoche e nei diversi paesi.
Nella letteratura relativa al Servizio Sociale, il lavoro di comunità viene comunemente inteso come "pianificazione sociale e organizzazione di comunità" (social planning and community organization). Tale dizione si riferisce a un processo definito generalmente di problem solving in cui un "agente sociale di cambiamento" aiuta un "sistema-azione comunitario" composto di individui, gruppi o organizzazioni ad affrontare i problemi sociali.
In questo senso, il lavoro di comunità, partecipa al più generale processo di sviluppo di comunità (community development) e ricomprende le varie modalità con le quali il lavoro di comunità si è storicamente realizzato nel Servizio Sociale.
Nella prospettiva del Servizio Sociale, lo sviluppo di comunità viene considerato come un processo di interventi deliberati in una struttura di relazioni tra persone e organizzazioni in un ambito territoriale o in una comunità di interessi per facilitare la soluzione di problemi sociali e favorire l'adozione di determinati modelli di soddisfazione di bisogni collettivi e di funzionamento socio-politico.
L'enfasi viene posta sulla formazione socio-politica, sullo sviluppo organizzativo e sulla creazione di strutture che rendano effettivo il potere della comunità.
La solidarietà comunitaria è un fattore di base per la mobilitazione delle motivazioni e delle risorse dei cittadini e per un approccio ai problemi sociali dal basso e non specialistico (a differenza del più abituale approccio di politica sociale: dall'alto, burocratico e professionalizzato).
Nell'ambito di questo metodo si evidenziano tre attività principali:
1.    Sviluppo di, e lavoro con, gruppi e organizzazioni comunitarie. La pianificazione sociale e l'organizzazione di comunità è avviata e condotta da operatori sociali con il sostegno di sponsor sociali (pubblici o privati). È effettivamente svolta dai membri di qualche tipo di collettività (rappresentanti di organizzazioni, abitanti di un quartiere, ecc.). I gruppi che danno avvio, che sponsorizzano e che portano avanti l'azione, possono o meno essere composti dalle stesse persone (ad esempio, una fondazione può finanziare altre organizzazioni perché queste diano avvio a nuovi gruppi e a nuovi organismi). Indipendentemente dalla composizione di questi gruppi, l'organizzazione ha il compito di identificare e fare assegnamento su un gruppo, o più gruppi, che garantiscano:
sostegno finanziario o latro genere di supporto che permetta l'avvio del tentativo;
l'identificazione del problema per il quale è richiesta l'azione di comunità;
l'impegno a lavorare sul problema "già" identificato.
Questi gruppi  e organismi possono essere organizzati per obiettivi espressivi (ad esempio, un gruppo di quartiere che cerca di migliorare le relazioni fra i residenti), oppure per obiettivi formativi, culturali; oppure, ancora, gli obiettivi possono essere strumentali (ad esempio, migliorare il coordinamento nella fornitura di servizi per anziani).
2.    Pianificazione e sviluppo di progetti. Tale attività è relativa alle scelte che un'organizzazione deve intraprendere (ad esempio, erogare servizi sociali direttamente a persone in situazioni di bisogno). Tali scelte vanno collegate alle caratteristiche del gruppo che si intende aiutare, alle sue strutture di leadership e di presa delle decisioni, alle possibilità finanziarie dell'organizzazione, ecc.
3.    Implementazione dei progetti. Per gestire, valutare e modificare i progetti devono essere tenuti in considerazione allo stesso modo tanto i bisogni interni (selezione, formazione e supervisione dello staff, comunicazione, controllo di qualità) quanto quelli esterni. Dal punto di vista dei bisogni interni questi gruppi non si differenziano dalle altre organizzazioni: servono una struttura e una procedura di presa delle decisioni. Per i bisogni esterni, anche un'organizzazione poco complessa deve far fronte a numerose relazioni con l'ambiente circostante (ad esempio, servizi pubblici, autorità amministrative, altri gruppi simili e così via). È soprattutto su queste relazioni esterne che l'operatore-organizzatore spende la sua attività
4.    Abilità necessarie per operare. Da questa breve sintesi delle attività si coglie l'importanza dell'ampio ventaglio di conoscenze e di abilità di cui deve essere in possesso l'operatore di comunità. Ad esempio, le attività di sviluppo dei gruppi richiedono capacità di usare conoscenze relazionali, abilità di colloquio e nel far fronte alle dinamiche di gruppo, mentre la valutazione dei progetti richiede abilità tecniche come conoscenza dei metodi di ricerca e tecniche di gestione dei dati.
5.    Ambiti di intervento. La nozione ordinaria di comunità come ambito geografico ristretto non è molto utile per distinguere gli ambiti della pratica. Benché il metodo sia spesso utilizzato per lavorare con collettività che partecipano dello stesso quartiere, o area urbana, o gruppo di abitazioni, le relazioni fra i membri della maggior parte dei gruppi e organizzazioni coinvolte in questo metodo di intervento non sono basate su fattori geografici quanto piuttosto sull'appartenenza. Queste appartenenze possono riguardare classi sociali (ad esempio, i lavoratori), consumatori (gli utenti di un servizio), gruppi etnici e razziali, gruppi di età (giovani, anziani), popolazioni colpite da calamità naturali, e così via.
6.    Obiettivi di intervento. Dal momento che gli ambiti di intervento sono molto differenziati è ovvio che anche gli obiettivi specifici lo siano. Tuttavia, pur tenendo presente che un'organizzazione agisce verso una pluralità di obiettivi e che questi ultimi possono cambiare al variare dei contesti, si possono individuare alcune grandi categorie di obiettivi legati a determinati ambiti di intervento:
 rafforzamento dei legami sociali: le organizzazioni che puntano a questo obiettivo comprendono consigli di quartiere che cercano di creare un sentimento di maggiore compartecipazione tra i residenti, organizzazioni religiose, etniche, razziali che cercano di aumentare la capacitò dei loro membri di lavorare assieme sulla base della condivisone dei comuni valori, della stessa storia, tradizione, cultura e dello stesso destino;
 pianificazione sociale: i principali obiettivi delle organizzazioni di pianificazione sociale sono quelli di sviluppare progetti e aumentare il grado di cooperazione e di coordinamento tra le agenzie che costituiscono un network di servizi;
 erogazione diretta di prestazioni: le agenzie che forniscono servizi diretti alle persone dipendono dall'ambiente esterno per la legittimazione e per le risorse necessarie;
 azione sociale: gli organismi che puntano al cambiamento sociale non si interessano generalmente dello sviluppo sociale o culturale di uno specifico elettorato o del coordinamento di vari servizi, o dell'erogazione diretta di prestazioni.

 

 

Conclusioni



Conclusioni
Il processo di recupero dai danni, provocati dalle grosse calamità naturali, è lento e doloroso in tutte le società. In Italia, così come in molti altri paesi europei, l'intervento del governo nazionale nelle calamità pubbliche è preminente, certamente più importante dell'aiuto dato dalle associazioni private, ed inoltre continuo, nel senso che agisce dal momento del pronto soccorso a quello del reinsediamento. Non vi altro ente in grado di rimpiazzare questa funzione così importante.
È legittimo, però, ritenere che le prestazioni della Protezione Civile possano essere migliorate, sia nel momento del soccorso, sia nell'opera di previsione, preallarme e prevenzione.
Sarebbe utile, da parte della Protezione Civile, dotare i vari professionisti sociali (Assistenti Sociali, Pedagogisti, Psicologi, ecc.) ingaggiati e non, di una accurata diagnosi sociale, riguardante la popolazione colpita, il suo territorio e gli interventi da attuare a breve e a lungo termine, in modo da favorire un'azione coordinata e multidisciplinare; senza incorrere in errori grossolani, dimenticanze inaccettabili e, soprattutto, standardizzazione le risposte di aiuto.
Altresì necessario, sarà il ripristino immediato delle normali attività quotidiane. Ciò significa evitare che la popolazione subisca una sorta di arresto, strutturandosi  nella passività e nella staticità sia del dire che del fare. Si tratta di riuscire ad entrare dentro "quella storia", in modo tale da contribuire a ricostruirla e  risignificarla.  
Il ruolo fondamentale dell'aiuto fornito dallo Stato ha dato alle ultime generazioni di "catastrofati" la sicurezza di non essere abbandonati al loro destino: vedi l'esperienza Abruzzo. Tuttavia, è anche vero che non tutto ciò che si richiede può essere ottenuto e non tutto ciò che si è programmato può essere realizzato.
Inoltre, gli enormi stanziamenti promessi, in passato, per la ricostruzione nelle zone hanno prodotto tutta una serie di aspettative sociali, di progetti politici ed economici e di idee per la ricostruzione, ma che saranno solo parzialmente realizzabili. È stato non solo un errore politico, ma anche un ovvio errore economico quello di allargare il pool dei comuni beneficiari della ricostruzione da quelli più distrutti ed abitati che erano stati solo marginalmente danneggiati. La mancanza di rigore e di controllo sull'uso effettivo di questi fondi ha favorito, in passato, manovre speculative e sprechi che sono stati rilevati a distanza di anni.
Non può, quindi, destare meraviglia che raggiunto l'obiettivo di sistemare la popolazione negli alloggi provvisori, le amministrazioni comunali non siano più riuscite a compiere la realizzazione delle alternative migliori e più desiderabili per la cittadinanza.
Il rischio di future calamità naturali richiede alla professioni tutte di sapersi adeguare alle nuove esigenze; ciò vale, soprattutto, per le professioni sociali il cui esordio è più recente e che, pertanto, sono meno articolate e consolidate.
L'azione assistenziale dovrà ispirarsi a concetti più ampi di quelli della beneficenza, che ancora governa gli interventi diretti ad alleviare certe specifiche situazioni di emergenza, per assumere l'aspetto di una vera e propria organizzazione di Servizi Sociali.
L'immagine dell'Assistente Sociale è, ancora, oggetto di slogan folcloristici di dubbio gusto, quali: "angeli custodi del terzo millennio", "ladri di bambini" e quant'altro. Ciò attesta il limitato grado di conoscenza e la percezione erronea di una figura professionale ancora oscillante tra assistenzialismo e professionalità. Va da sé che, prima ancora di fissare i giudizi in indistruttibili pregiudizi, è opportuno dare spazio alla riflessione e alla discussione; a cominciare da un adeguato investimento di ricerca sulle trasformazioni in atto in una professione dai tratti a dir poco mutevoli.
Ciò che è mancata, è l'apertura al confronto che troppo spesso è stata dipesa dagli stessi Assistenti Sociali, e non di rado anche da parte delle altre comunità professionali, senza per questo trascurare tutta la responsabilità delle agenzie istituzionali e formative chiamate a regolare e definire i contorni di uno spazio professionale ancora una volta da ridisegnare.

 

 

Bibliografia di riferimento


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ideaCon i mezzi pubblici lo Studio è vicino a: metro C fermata Gardenie, Tram 19 e Tram 5, numerose linee di bus

Email: info@mentesociale.it

Telefono: 0664014427

ORARI DI SEGRETERIA ED APERTURA AL PUBBLICO:
Dal lunedì al venerdì. dalle 10.00 alle 13.00
ideaIn altri orari o giorni è possibile lasciare un messaggio in segreteria, sarete ricontattati il prima possibile.

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