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montiL'amore ai tempi delle pallottole, nella storia di due ragazzi che non volevano un posto nella società
ma una società in cui valesse la pena trovare un posto.


Gli "anni di piombo", le BR, la guerra civile che si scatenò in Italia negli anni '70 sono stati oggetto di numerosi libri, processi, dibattiti.
Unici risultati: confusione ed incertezza, ancora oggi, a trent'anni da quelle vicende.Troppo complesso quel periodo, troppo intricati i giochi di potere, le dinamiche di partito, le macchinazioni della politica per arrivare ad una soluzione univoca e valida per tutti.
Lo sa bene Giangilberto Monti, cantante - attore - autore di questo "Un po' dopo il piombo" e lo ribadisce spesso nel corso dello spettacolo. Meglio soffermarsi sugli uomini e le donne che quel periodo lo hanno vissuto, sofferto e, in certi casi, pagato a caro prezzo. Renato Curcio e Mara Cagol, quindi. Un proletario romano e una borghese cattolica che nel 1965 si conoscono e s'innamorano nella Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento, fucina di tanti leader sessantottini prima, e brigatisti poi.     

Attraverso il loro amore sincero, forse uno dei pochi spiragli di purezza in un'epoca in cui anche gli ideali stavano per essere corrotti e distorti, Monti percorre malinconicamente quegli anni così complicati sfiorandone personaggi ed avvenimenti.

Nella messa in scena teatrale, egli si trova in uno studio radiofonico per presentare il suo nuovo album di canzoni sugli anni '70. Ad intervistarlo, una giovane donna (Roberta Mandelli, simbolo di quell'innocente curiosità che le nuove generazioni sembrano aver perduto...) alla quale il Monti cantante dovrà far comprendere l'atmosfera e lo spirito di un'epoca sommersa da anni di pregiudizi ed ignoranza. E così la sua chitarra racconta del Generale Dalla Chiesa, "mandato al macello" dallo Stato; di Mario Moretti, anch'egli leader storico delle BR, e della sua ambigua rivalità con lo stesso Curcio; delle lettere di Mara Cagol in clandestinità a sua madre, poco prima di venir assassinata durante la sparatoria in una cascina di Acqui Terme, fatto anch'esso ancora segnato da dubbi e sospetti.

Nessuna tesi o ricostruzione fredda dei fatti.
Solo il racconto appassionato e commovente di un amore "strano", per via delle circostanze in cui si sviluppò, ma non per questo meno vero. Un racconto che ha nell'onestà il suo più grande pregio. Onestà nei confronti di un'epoca, e dei suoi protagonisti, verso la quale ce n'è sempre stata troppo poca. Il coinvolgimento (Gaber direbbe: la "partecipazione"...) di Curcio e della Cagol, così come di Monti, a quegli ideali e valori, era onesto e troppi hanno preferito dimenticarlo.
Monti descrive, rivivendola sul palco, proprio la purezza di quell'onestà. Senza indottrinamenti e senza travestirsi da (cattivo) maestro. Semplicemente raccontandoci la sua "razza che non cambia" e che lui non cambierebbe mai.

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