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genova 01Uno spettacolo firmato Fausto Paravidino, che prosegue fuori dal palcoscenico con un dibattito accorato e intenso. Una storia vera, anti-narrativa ma proprio per questo degna di essere raccontata  e forse, testimoniata.

Il teatro romano “Ambra Jovinelli” di Roma è ancora una volta padre ospitale di spettacoli che lasciano un segno indelebile, una volta spente le luci. Genova 01 di Fausto Paravidino ne è un esempio, forse il più eclatante nel suo percepibile intento didascalico, che nasce dall’esigenza di portare sul palcoscenico una pagina tragica della storia italiana più recente.

“Questo è un racconto al presente di persone reali (…) non una ricostruzione fedele dei fatti di Genova, ma una cronaca di quello che ho potuto osservare”. Questa la premessa, doverosa e al tempo stesso utile ad indagare le intenzioni di un regista cinematografico (vd. “Texas”), impegnatosi a portare in scena “un luogo della mente”. Ovvero Genova, annus Domini 2001. Duemila miliardi di vecchie lire stanziate per la preparazione, per le strategie di sicurezza… e un morto, anzi “il morto” che tutti prevedevano. Duemilaeuno, appunto. Genova 01.

Carlo Giuliani muore. Per uno sparo. Per uno schiacciamento d’auto. Per tre sassate in testa. Per “le ragioni dei poliziotti, del manganello che picchia”. Per colpa, in fondo, di “quelli del G8, per i quali il bambino che salta sopra una mina è un inconveniente, ma la produzione di mine una risorsa”. Durante lo spettacolo, si prendono posizioni di pensiero e politiche nette e inconfondibili. Niente è casuale. Si parla di No Global, Black Block, guerriglia urbana, poi si vira sulla denuncia aperta delle “bugie di Stato”, arrivando a citare l’assassinio di Robert Kennedy. Uno scorcio sulle torture inenarrabili in quel di Bolzaneto, poi si affrontano processi, si spiegano cause e modi operandi, s’illustrano immagini corporali - come stessimo fra i banchi di scuola. O fra quelli degli imputati.

La genealogia del testo di Fausto Paravidino (genovese di nascita, tuttavia quel giorno del 2001 “non c’ero”) è curiosa, risale a un nucleo originario ad uso e consumo del pubblico inglese, che, stando alle dichiarazioni del suddetto regista, era “così poco informato dei fatti da metterci seri dubbi che il termine globalizzazione riguardi anche il campo dell’informazione”.

Uno spettacolo, dunque, per riflettere, rivivere, ricordare. Un coro di non personaggi e antieroi dalla recitazione sobria e omologata – quasi a indicare che è più importante il sottotesto, il senso, il corpo. Nell’ultima scena, classica come una tragedia greca, una donna in ginocchio, macchiata di sangue, fissa paralizzata gli spettatori. Intanto, le luci si eclissano e cala un buio decisamente metaforico.

A seguire, il dibattito con il pubblico.

Rompe il ghiaccio Giuliano Giuliani, mentre la moglie Heidi sale sul palco, abbraccia forte il regista, poi stringe la mano a tutti gli attori e si siede tremante. “Stasera c’è la prima serata del Festival di Sanremo e voi avete riempito il teatro. Dev’esserci qualche problema serio, invito la direzione del teatro a vigilare”. Inizia così, il padre di quello che verrà definito più avanti come una delle vittime della repressione di questo Paese che si ostina ancora a dirsi democratico. Con una lucidità inconfutabile, Giuliani senior snocciola questioni che vanno dal “serio problema dell’informazione, per cui una bugia ripetuta cento volte diventa verità” alle problematiche relative alle forze dell’ordine, che “coordinavano e tolleravano i Black Block”, senza tralasciare un’aspra critica alle istituzioni, (mal) rappresentate da quel Pm che sostenne la tesi secondo cui l’uccisione di Carlo sarebbe stata dovuta ad un proiettile sparato in aria che, per deviazione casuale (!), finì in testa al povero ragazzo. Naturalmente le immagini in primis dimostrerebbero la falsità della fantasiosa ipotesi, smentita da una pistola puntata dritta contro un volto incappucciato (che tanto di pacifismo, d’altra parte, non sapeva). “La democrazia è a rischio” continua Giuliani “anche se non c’è più il governo di centrodestra, direttamente responsabile di quelle vicende, c’è comunque bisogno di una grande volontà di partecipare e dirigere in prima persona da parte della gente comune”.

Prende il microfono il giornalista ed eurodeputato Giulietto Chiesa, per altro esplicitamente citato all’interno dello spettacolo: “A Genova c’ero. L’avete riprodotta bene. Anche se non sono più giovane, voglio parlare ai giovani”. Da qui parte un discorso che pone diverse questioni, sul governo in primis, sul mondo della televisione (“come mai il centrosinistra è al governo da un po’ di mesi e in tv c’è sempre Vespa, mentre la Guzzanti no?”), sull’informazione che non funziona (“i bugiardi sono un dettaglio, la maggior parte ci nasconde proprio tutto”), sull’indifferenza della gente che non sa e non vuol sapere. Fino a domande inquietanti, senza risposta: “E quando ce la diranno la verità?”, seguite da un’affermazione forte di possesso, anch’essa sospesa in un interrogativo finale: “Io ho votato questo governo, come voi. E quindi, questo governo è mio. Allora mi chiedo: chi ha rotto questo governo?”. Per finire, un’esortazione dal retrogusto inquietante: “Guardatevi le spalle”.

[Irrompono delle voci fuori campo, dal pubblico, un secco botta e risposta: “Quanti morti dovranno ancora esserci nelle piazze?” “Quanti bastano”.]

Tocca alla senatrice Heidi Giuliani, che confessa subito le sue scelte politiche: “Non voglio votare ma lo farò. Che scelta abbiamo? Che il ministro degli Esteri sia D’Alema o Fini, perché di questo si tratta”. Poi parla del suo impegno di ricerca di tutti coloro che sono stati uccisi come suo figlio e del progetto di memoria e recupero di storie “reti invisibili” (www.reti-invisibili.net): “Noi vorremmo costituire un’associazione in sostegno alle vittime della repressione”. Per finire, una serie di domande provocatorie e importanti, che vale la pena riportare: “Quante Genova continuano ad esserci? Quante ce ne sono state? (…)Voteremo sì a Prodi perché non possiamo permetterci cinque anni come quelli che abbiamo appena passato. Lo so, vorremmo un altro governo, un altro paese. Ma cosa facciamo, la rivoluzione, domattina? Siamo tutti pronti?”

Sabina Guzzanti insiste sull’esigenza di una classe politica nuova, una “cosa faticosa”. Lo sforzo di non dimenticare e continuare a battersi contro le voci infondate, contro “quei giornalisti che fomentano la febbre militare” (vd. il caso mediatico montanto prima della manifestazione di Vicenza). Per cambiare questo paese, bisogna concentrarsi dunque sull’informazione e sulla giustizia, secondo la Guzzanti, che si scaglia contro la facile retorica, contro il richiamo a Pasolini “che ha detto pure un sacco di cazzate” e a favore di spettacoli come questo, perché sebbene “tutte le volte che vedo queste cose su Genova, mi commuovo e mi riarrabbio, ma poi me le riscordo”, bisogna tenere a mente che “ci troviamo in una nazione in bilico fra democrazia e qualcos’altro, che non vorremmo mai, e di cui abbiamo avuto un assaggio a Genova”. Difficile aggiungere altro, dopo uno spunto così fervido di riflessioni che reclamano, a gran voce, la loro urgenza sempre più preoccupante.

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