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alleviMe ne sono innamorata. Di lui e del suo pianoforte. Giovanni Allevi è una rivelazione, è la dimostrazione di quanto  le parole siano inutili, inservibili al cospetto della maestria, del sentimento, dell’eleganza tecnica, di tutti gli ingredienti che elevano un musicista al rango di Genio indiscutibile. Eppure accessibile, modesto, quotidiano.

Non sbandierato in faccia ai profani esclusi dall’élite, ma rivolto a questi  come agli intenditori. Anzi, forse più diretto a noi che di competenze non ne abbiamo, ma che proprio per questo percepiamo il suono in maniera genuina, senza filtri, per quello che è. Prendendolo nella sua bellezza più immediata, senza poterlo scomporre nelle strutture atomiche, nei suoi equilibri molecolari costitutivi. Senza sovrastrutture.
La musica di Giovanni è patrimonio di tutti.
E lui, personaggio così insolito, che sembra tanto piccolo e fragile da essersi aggiudicato un azzeccato paragone con quello Schroeder dei fumetti tutto piegato sul suo strumento, è nel contempo disarmante nel suo immenso talento. Consapevolmente potente. Tanto da immaginare la musica, senza avere nemmeno uno strumento a casa per oggettivarla. Il suono è profondo, a volte turbato, filosofico, concettuale. Il ruggito sospirato di chi è davvero un’eccezione. Un’eccezione che si mantiene terrestre.
All’anagrafe risulta avere 38 anni, ma al suo viso sereno contornato da ricci selvaggi, ai suoi occhi fervidi celati da occhialoni spessi è praticamente impossibile dare un’età. E’ come se Giovanni non conoscesse il tempo, ma vivesse nell’atto fulmineo del dito battuto sui tasti. Negli istanti. Non nel miserabile fluire che invece scandisce i ritmi di tutti noi altri. No, lui vive di slanci sulla tastiera. E te ne accorgi vedendolo all’opera.
Guardarlo suonare aggiunge qualcosa alle sue composizioni. Vederlo ruotare la testa seguendo il ritmo, con gli occhi chiusi, in abbandono. Poi tutto ricurvo sulla tastiera. E poi di nuovo ritto. Sinuoso. Inquieto. Un fascio di muscoli. Fuso con le note, con l'anima di chi lo ascolta inerme. E vorrebbe poterlo ringraziare sinceramente, per i brividi ricevuti.
Curiosando nel suo sito internet ci rende conto che Giovanni scrive e suona. O meglio, scrive di quello che suona, di ciò che il suonare gli comunica, e di ciò lo ha portato a suonare (surreale l’episodio che lo ha visto fingersi un cameriere per consegnare il proprio disco al Maestro Riccardo Muti), fino a raggiungere la notorietà della quale però egli è ancora e solo un incredulo spettatore. Entrambe le sue produzioni diffondono un nitore placido, una sensazione di epica semplicità, di ineffabile complessità, che riflettono non solo il suo essere un formidabile talento, ma soprattutto l’essere speciale anche dal punto di vista umano. Bravura e Cervello, insomma. Come non se ne vedevano da tempo.
Saranno le sue origini marchigiane, ma in lui ritorna quella timida magniloquenza di un Leopardi sconvolto dietro alla siepe/diaframma dell’infinito delle armonie possibili, invasato di ispirazioni che, come dice lui “ci sono già, mi vengono a trovare perché io le riporti alla luce”.
E’ un abisso di contenuti profusi in silenzio, sospirati, inespressi in verità, come una nuvola gravida che comunica qualcosa, ma non ha (bisogno di) parole per semantizzarlo. E’ concetto non semantico. E’ proprio questa la sua eccezionalità, il non necessitare di significanti. Le sue mani, infatti, producono il suono del significato, nudo e crudo. Impalpabile e rarefatto. Scintillante. Concretamente delicato.
La sua musica è un sogno penetrante e irrefrenabile, come "acqua che invade tutto", quell'acqua a cui ambisce di somigliare ma che in realtà è la sua essenza stessa. Innamorarsi delle mani di Giovanni è intravedere le vette più alte di noi stessi, che non hanno nome o una sembianza, ma solo la percezione di un volo agitato.
Passerà alla storia. Io ne sono certa. E’ già un eroe di portata colossale. I suoi volteggi sonori non possono finire in un dimenticatoio qualsiasi, triviale. Sono piroette. Orli melodici che imbastiscono trame imprevedibili. Moti ondosi. Rincorse. Cadute e riprese. Suggestioni popolari e sconcertanti altezze. Affievolimenti, morti, e poi resurrezioni. Falene leggere che si polverizzano, e rinascono raggi di luce.
E’ stato davvero difficile tentare di presentarvi Giovanni Allevi attraverso un mezzo così inadatto e imbarazzante come la parola, che al cospetto della nota - delle sue note - è volgare, piccola, contingentale. La nota richiama emozioni invisibili, presentite e mai nitide, mai comunicabili ad altri. Ma che tutti individualmente provano, fino a trasalire, invasati di una grazia inedita.
Questo mio ammasso di frasi abbacinate, invece, rischia di apparire a voi che siete dall’altra parte del foglio solo una melensa dichiarazione d’amore. Un coacervo di banalità. Io non mi difendo dalle vostre accuse. Sono giuste. Ma confido nel fattore “scoperta”.
Provate a rileggere questo pezzo dopo aver spinto play. Scegliete un disco a caso, tra “13 dita”, “Composizioni”, “No Concept” e “Joy”, l’ultimo nato. Sentirete la musica cambiare. Capirete le mie farneticazioni. Capirete la mia sincera speranza che Giovanni continui sempre ad avere tredici dita per comporre e un cuore a precipizio sul Sublime.

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