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ValeriLo scandaloso capolavoro di Jean Genet viene riportato sulla scena con Franca Valeri e Annamaria Guarnieri nei panni delle due serve brontolone e sognatrici, che si aggirano nelle stanze della padrona fra vesti scarlatte e propositi omicidi...


Le Serve (Les Bonnes) non sono belle. Devono diventarlo nel corso dello spettacolo. O forse no.

“Sono appassite, ma con eleganza. (…) Sacri o no, sono due mostri”. Questo l’esordio torbido e folgorante dell’ultimo spettacolo di Giuseppe Marini, che riporta in scena lo scandaloso capolavoro di Jean Genet con Franca Valeri e Annamaria Guarnieri nei panni di due serve brontolone e sognatrici, che si aggirano nelle stanze della padrona fra vesti scarlatte, specchi deformanti, cornici aggrovigliate e fiori che pendono dal soffitto, aggrinziti come le loro pelli ormai mature. La scenografia è cupa e coinvolgente, catapulta il pubblico dentro l’intimità di monologhi a due che corrono a perdifiato lungo i binari della realtà e della finzione, fino a confondersi e smarrirsi in un gioco delle parti che ha tutto tranne il lieto fine.

Vesti vermiglie avvolgono femminilità rancorose, sottomissioni forzate desiderose di riscatto, invidia di serva che agguanta vogliosa la pelliccia candida della padrona. Uno strascico infinito purpureo veste di improperi chi finge di essere chi non è, ed uno sputo (la Valeri sa essere anche questo, altera e grezza, superba e stracciona) mette a tacere la dialettica marcia fra chi ha e chi non ha, chi può e chi non può, chi vuole e chi vorrebbe, tanto: “Per me sola esiste la serva. (…) Mi basterebbe niente e tu non esisteresti più” – da una parte. Dall’altra (ma è la stessa Valeri, in un monologo squisitamente schizofrenico) la feroce rivendicazione dell’orgoglio servile: “Lei non mi può sozzare, perché io sono la serva”.

Finzione nella finzione di “pezzenti che giocano a fare la Madame a turno”, interrotta all’improvviso da una sveglia che piomba dal soffitto (da cui presto penderanno altri oggetti in versione gigante, che complottano e tradiscono addirittura, come una chiave, un orologio e un telefono) . La Serva/Franca Valeri si confessa in un monologo intenso, declamando la sua intenzione mai portata a termine di uccidere colei che la domina. Si colpevolizza di vigliaccheria e, sognando un destino migliore, si domanda se amarsi di gusto sia non amarsi oppure amarsi troppo. Intanto Claire/Annamaria Guernieri, la sorella minore, sceglie di agire per entrambe e progetta un avvelenamento: dieci gocce in un bicchiere di tiglio, con molto zucchero. Ma la Madame/Patrizia Zappa Mulas, la cui irruzione sul palcoscenico ha del maestoso e magniloquente, grazie ad una scenografia che sa come farsi notare e intervenire sul parlato, non avrà modo di cadere nel tranello, presa dai suoi pseudo-problemi coniugali.

Nell’intenso monologo finale affidato ancora alla Valeri, che regge fino all’ultimo minuto con una grinta che le vale un applauso fragoroso a scena aperta, si alternano spettri di solitudine, disperazione, affanno per sentirsi finalmente “alla pari”, magari in una processione con il boia accanto, da colpevole, da regina del male purché regina, ebbene in tutto questo delirio una che si è sempre chinata per servire ossequiosa, finalmente si raddrizza. Testa alta, sguardo fiero, propositi di strangolatrice. Ma, ancora una volta, interverrà sua sorella, l’Avvelenatrice, che, confondendo in extremis realtà e fantasia, beve di gusto la sua stessa pozione nei panni della padrona.

E così la finta Madame muore per davvero. Resta una sola serva sulla scena, la superstite, anzi neanche questa: tutto si spegne, la poderosa scenografia crolla miseramente, in un finale silenzioso che, fra gli applausi meritati, incorona un mito dello spettacolo italiano, la grande e sempreverde Franca Valeri.

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