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Luigi TencoCarlo Lucarelli dedica un testo teatrale al celebre cantautore, ma tra dialoghi a volte insignificanti e una storia infarcita di luoghi comuni, nel cuore rimangono soltanto le poesie di Luigi Tenco.

Lo spettacolo deve continuare. E' la regola ferrea, inviolabile del palcoscenico. E' la regola in obbedienza della quale Mike Bongiorno, una sera del 1967, annuncia con incredibile freddezza ai milioni di spettatori del Festival di Sanremo la morte di Luigi Tenco. Ma non si può sempre andare avanti. Soprattutto davanti al misterioso suicidio di uno dei più importanti cantautori italiani del secolo scorso.

Carlo Lucarelli (scrittore di noir di successo e famoso presentatore televisivo) decide di tornare indietro a quel 1967 e di condurre la sua personale indagine. Non per svelare i misteri racchiusi nella stanza 219 dell'Hotel Savoy di Sanremo o per chiarire se si sia trattato o meno di suicidio. Questa, ci dice, è un'altra storia. Lucarelli conosce già il nome dell'assassino e vuole scavare nel suo animo per cercare di capire perchè, quella notte, Tenco decise di assassinare se stesso.

Per far questo si serve di un ispettore di Poliza, incaricato di indagare su un viaggio compiuto dallo stesso cantante a Buenos Aires nel Dicembre del 1965 e che potrebbe avere a che fare con la sua morte. La sua inchiesta lo porterà nel locale frequentato da Tenco in quei dieci giorni e all'incontro con l'affascinante e tenace Angela.

Questo intrigante, coinvolgente spunto iniziale si traduce, purtroppo, in un'occasione clamorosamente mancata. La passione di Lucarelli è evidente e la scelta di investigare sull'unico omicidio di cui si sa sempre il colpevole, cioè un suicidio, è davvero interessante, soprattutto perchè l'anima da interrogare è quella complessa, poetica e travagliata del grande cantautore che era Luigi Tenco. Tuttavia, queste belle e suggestive premesse non vengono quasi mai, salvo qualche sporadico dialogo tra i due protagonisti, sviscerate nel testo dello scrittore bolognese che insegue, al contrario, luoghi comuni, facili battute e un percorso di "scopertà del sè" dei protagonisti piuttosto scontato.

I due interpreti principali provano a salvare il salvabile, mostrano di avere sicuramente più talento e bravura di quanto lascerebbero intendere le battute che pronunciano. Adolfo Olcese (grande attore comico, prima in coppia con Margiotta e ora con Max Tortora in un noto spot pubblicitario) ha la parte dell'ispettore di polizia e riesce a gestire bene i due registri, vulnerabilità-comicità, che lo caratterizzano rendendo simpatico un personaggio sulla carta ridicolo. L'esordiente Mascia Foschi esce con le ossa rotte dal confronto con il suo compagno di scena, ma la sua voce, intensa e potente, con la quale intona le canzoni di Tenco merita una menzione speciale.

Le canzoni di Tenco, infine, sono l'unico, tuttavia grande pregio di questo spettacolo. Da "Ho capito che ti amo" a "Angela", da "Ciao amore ciao" a "Mi sono innamorato di te": nell'arco dell'intera rappresentazione, solo quando queste parole e note risuonano tra palco e platea un brivido e un'emozione attraversano i cuori e i corpi degli spettatori. Dal punto di vista della mera critica teatrale, questo è decisamente negativo. Ma che bella sensazione ricordare l'uomo che aveva scritto quelle poesie, quando così tante persone lo avevano dimenticato, già prima della sua stessa morte.

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